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    • 2016-06-08 13:49:47

    Fondazione Gimbe: poco tempo per salvare il Ssn, ecco il nostro piano

    Sanità e Politica

     

    Fondazione Gimbe: poco tempo per salvare il Ssn, ecco il nostro piano

     

    Il presidente Cartabellotta: "E' indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi", che nel 2015 sono stati 25 miliardi

    di Redazione Aboutpharma Online

    7 giugno 2016

     

    Bisogna agire subito per salvare un Servizio sanitario (Ssn) ormai alla deriva, che nel 2025 farà registrare un fabbisogno di 200 miliardi di euro. A lanciare l’allarme è la Fondazione Gimbe, che oggi a Roma ha presentato il Rapporto sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale 2016-2025, che sintetizza i risultati di studi, consultazioni e analisi indipendenti condotti dal 2013 nell’ambito della campagna #salviamoSSN.

    Secondo l’indagine della Fondazione Gimbe, quasi 25 miliardi di euro sono stati sprecati in sanità lo scorso anno, circa il 20% del totale della spesa, 112,408 miliardi secondo il consuntivo 2015. Le voci che hanno gravato di più sono l’eccessivo numero di prestazioni inefficaci, inappropriate o troppo costose rispetto ai benefici reali (7,4 mld) e la corruzione, male italico che si annida anche nel Ssn (4,9 mld). E’ su queste voci, dunque, che bisogna agire per recuperare risorse da investire nel Ssn.

    Nel prossimo decennio, secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, “è indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi, non solo basato su azioni puntuali di spending review, ma che preveda interventi strutturali e organizzativi in grado di eliminarne definitivamente una componente”. Attuando questo piano di disinvestimento, stimano gli esperti, è possibile recuperare circa 100 miliardi di euro in 10 anni.

    “L’attuale deriva del Servizio sanitario nazionale – afferma Cartabellotta – non consegue a un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione, ma alla mancanza di un preciso disegno per salvaguardare una sanità pubblica, già sofferente prima della crisi economica, oggi agonizzante per la continua riduzione del finanziamento. Il nostro Rapporto affronta in maniera indipendente e con un prospettiva decennale il tema della sostenibilità del Ssn, ripartendo dal suo obiettivo primario, ovvero ‘promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone’, tenendo ben presente che la sanità rappresenta sia un considerevole capitolo di spesa pubblica da ottimizzare, sia una leva di sviluppo economico da sostenere”.

    Analizzati i trend della spesa pubblica, della compartecipazione alla spesa e dell’incremento delle addizionali regionali Irpef ed esaminate le numerose criticità della sanità integrativa, il Rapporto aggiorna al 2015 l’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica: 24,73 miliardi di euro erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza.

    Cartabellotta sottolinea come “il Rapporto considera spreco tutto ciò che non migliora gli outcome di salute perché un sistema sanitario deve ottenere il massimo ritorno in termini di salute dalle risorse investite secondo il principio del value for money. Di conseguenza, abbiamo sviluppato un framework di sistema per guidare il processo di disinvestimento da interventi sanitari inefficaci, inappropriati e dal basso value e riallocare le risorse recuperate in interventi efficaci, appropriati e dall’elevato value sotto-utilizzati, causa di iniquità e diseguaglianze. Secondo le nostre stime nel 2025 il fabbisogno del Ssn sarà di 200 miliardi di euro, cifra che può essere raggiunta solo con l’apporto costante di tre ‘cunei di stabilizzazione’: l’incremento della quota intermediata della spesa privata, un piano nazionale di disinvestimento dagli sprechi e, ovviamente, un’adeguata ripresa del finanziamento pubblico”.

    Per salvare il Ssn “abbiamo poco tempo – conclude il presidente – dopo aver raccolto per anni inequivocabili evidenze sulle diseguaglianze regionali, sulla scarsa qualità dell’assistenza, sulle iniquità di accesso alle prestazioni e sulla rinuncia dei cittadini alle cure, oggi iniziamo a vedere i primi disastrosi effetti anche sulla mortalità, un dato che dovrebbe muovere senza indugi coscienza sociale e volontà politica”.