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    • 2019-01-24 11:36:03

    Radiologi, esclusione del compito di suggerire altri esami o consulti di altri specialisti

    Secondo una sentenza è esclusa l'imputabilità per i professionisti del settore che non invitano all'approfondimento con altri esami diagnostici. Ecco un caso di studio specifico. *CON IL CONTRIBUTO NON CONDIZIONANTE DI BOEHRINGER INGELHEIM


    La signora X Y si era sottoposta a visita mammografica presso un ospedale e, all’esito di detta visita, il medico aveva stilato referto radiologico che evidenziava, in corrispondenza del quadrante esterno della mammella destra, pressoché sul piano equatoriale, una piccola formazione opaca, di forma ovoidale e di natura benigna. Dopo tale evento, si era sottoposta a periodici controlli, con cadenza sostanzialmente semestrale. Successivamente la donna si era sottoposta a una nuova mammografia e, in tale occasione, il medico che aveva eseguito l’esame radiologico non aveva ritenuto opportuna l’esecuzione di altri esami di approfondimento.

    A seguito di una terza mammografia presso il medico che aveva eseguito l’esame radiologico aveva stilato referto radiografico che concludeva come segue: “Obiettività rx del tutto stazionaria rispetto ad ultima indagine; in particolare risulta immodificato il raggruppamento di piccole calcificazioni al quadrante esterno. Si consiglia nuovo controllo unicamente alla mammella destra fra 6-8 mesi”.

    Dopo un po’ di tempo la signora si era nuovamente sottoposta a mammografia e, in tale occasione, l’esame radiologico era stato eseguito ancora dal precedente medico, il quale aveva stilato referto radiologico del seguente tenore: “Lo studio della mammella dx effettuato con mammografia nel piano frontale ed obliquo medio laterale con tecniche differenziate documenta la presenza di addensamento, a profili sfrangiati ed irregolari del diam. trasverso max di circa 3-4 cm localizzato al quadrante supero/esterno dx. Sono inoltre presenti in adiacenza all’addensamento sopradescritto alcune piccole calcificazioni raggruppate stabili rispetto a precedenti controlli. A completamento della indagine mammografica è stata eseguita indagine etg, che viene allegata che conferma e documenta la presenza di lesione solida etero di 3-4 cm con piccoli noduli satelliti. Si richiede ricovero ospedaliero per accertamenti e cure del caso”.

    Successivamente, la paziente era stata ricoverata e sottoposta a intervento chirurgico d’urgenza, seguito da esame istologico, che aveva sorretto la diagnosi di “carcinoma duttale infiltrante dall’elevato grading (43) e metastasi linfonodali in tre dei ventisei linfonodi esaminati”.

    Danni e responsabilità prospettati

    Ciò considerato in fatto, la signora X.Y. e poi gli eredi lamentavano i danni derivati dagli esiti della vicenda delineata, addebitando, a due medici colpa professionale/responsabilità extracontrattuale, e, all’ospedale, responsabilità contrattuale, in relazione alla tardiva diagnosi. Si costituiva in giudizio la struttura resistendo alla pretesa attorea, mentre i due medici rimanevano contumaci.

    Primo grado

    Il Tribunale, dopo l’effettuazione di tre consulenze medico legali, ha respinto la domanda risarcitoria (compensando le spese di lite) argomentando, in particolare, che innanzi tutto andava condiviso il giudizio espresso da uno dei consulenti, il quale, in sintesi, aveva escluso che la condotta posta in essere dai sanitari convenuti fosse passibile di censure, in quanto questi erano medici radiologi (e, dunque, non clinici e neppure chirurghi) e non potevano sostituirsi a questi ultimi, non rientrando nei loro compiti quello di visitare la paziente, anche in considerazione delle difficoltà e delle insidie che comporta la delicatissima semiologia mammaria. In sostanza, l’esame mammografico, da solo, non era sufficiente alla formulazione di una diagnosi senologica corretta, in quanto esso deve seguire o precedere la valutazione clinica da parte dello specialista, senologo od oncologo, cui, nel caso di specie, la Sig.ra X.Y. aveva ritenuto di non doversi rivolgere, anche se ciò avrebbe probabilmente consentito una diagnosi più precoce del tumore.

    Secondo grado

    La Corte di appello respingeva l’appello, confermando integralmente la sentenza di primo grado.

    Corte di cassazione

    La Corte di cassazione ha ritenuto il ricorso inammissibile. Sono almeno le due le massime di rilievo astraibili dalla sentenza.
    A) “quand’anche fosse addebitabile al medico un ritardo nella diagnosi, in concreto nessun effettivo danno ne sarebbe conseguito a carico della signora. Ciò in quanto l’esito infausto sarebbe stato, ugualmente, inevitabile (ancorché, di pochi mesi, ritardato) e, d’altra parte, il deterioramento delle condizioni complessive di vita, sotto i profili analiticamente illustrati anche nell’atto di appello, non avrebbe avuto differenti manifestazione e progressione”.
    B) “entrambi i sanitari intervenuti erano radiologi, chiamati ad eseguire la mammografia e a darne corretta lettura, e non rientrava nei loro compiti suggerire lo svolgimento di altri esami o richiedere un consulto di altri specialisti, di talché la mancata esecuzione dell’approfondimento diagnostico, che era stato consigliato alla paziente nel certificato medico (anteriore alle radiografie), non poteva essere imputato loro; in assenza di uno specifico comprovato addebito colposo, elevabile nei confronti dei medici radiologi, perde rilievo la disamina della sussistenza del nesso di causalità tra la condotta dagli stessi tenuti e l’evento letale poi purtroppo verificatosi.

    Commento

    La prima massima è percepibile nei seguenti termini: l’esito infausto era inevitabile (sarebbe accaduto anche in presenza di diagnosi corretta e tempestiva); le condizioni di vita avrebbero subìto, comunque, il medesimo deterioramento; non sarebbe configurabile, quindi, un danno incrementale collegabile al ritardo diagnostico. Forse qualche approfondimento, o qualche assestamento di formulazione, avrebbe potuto apparire doveroso (per esempio, in rapporto al “ritardo di qualche mese nel decesso”: ma, in ogni caso, il senso è chiaro.
    La seconda massima è di maggiore interesse. Il principio fissato va nel senso che ogni medico va identificato in rapporto alle proprie funzionalità specifiche; quindi, il radiologo fa e deve fare il radiologo, e allora non gli si chieda di fare anche il clinico. Quindi, se la prestazione radiologica è seguita da un danno per mancanza di raccordo clinico, ciò non è imputabile al radiologo. Questa massima è interessante perché alcune precedenti sentenze apparivano di segno opposto: infatti andavano in un senso, per così dire, ‘olistico’ (e cioè nel senso che il radiologo è comunque un medico, talché il suo orizzonte di responsabilità va riferito, pur con precisazioni e limiti, alla salute del paziente nel suo complesso).
    La seconda massima farà discutere, e anche parecchio; ma, almeno per ora, farà trarre un sospiro di sollievo ai radiologi (e non solo). Farà riflettere chi si occupa di prevenzione del rischio sanitario che dovrà interrogarsi circa il dovere di creare un collegamento tra il radiologo e il clinico.

    A cura di Giovanna Marzo – Presidente dell’associazione Auxilia Iuris