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    • 2020-11-06 00:00:00

    Avanzano Covid e influenza, le Regioni arretrano

    Il 30 ottobre 2020 su Milano e gran parte della Lombardia splende il sole e il cielo è azzurro. Questa però è l’unica buona notizia. I contagi salgono, i tamponi pure, i reparti ospedalieri si riempiono e le terapie intensive guardano con sospetto i nuovi ingressi giornalieri. Non bastasse Covid 19, nel territorio italiano simbolo della pandemia da Sars-CoV2 capita pure – nello stesso momento – che i medici di famiglia e i Dipartimenti di prevenzione non siano in grado nemmeno di informare i cittadini (segnatamente gli aventi diritto per età, fasce di rischio, fragilità ed esposizioni varie) su quando e come saranno vaccinati contro la normale influenza e lo pneumococco. Tra Over 60, diabetici e ipertesi c’è chi va a comprarsi il vaccino in Svizzera o nelle regioni confinanti, mentre dal Trentino alla Sicilia, pur con una serie di ingiustificabili balbettamenti legati alla consegna delle dosi, la profilassi è già iniziata.


    Dov’è la diagnosi differenziale?

    E meno male che la vaccinazione antinfluenzale doveva servire a differenziare i casi sospetti di Covid da semplici starnuti e rialzi di temperatura corporea; ad “allenare” il sistema immunitario, metterlo in allerta rispetto al coronavirus (questo dicono illustri scienziati con in testa il professor Alberto Mantovani) o semplicemente difendere la popolazione dai rischi e dalle complicanze tipiche di una patologia che solo in Italia è causa ogni anno di circa 8 mila decessi (dati dell’Istituto superiore di Sanità-Epicentro). Si sa anche che sempre nel nostro Paese, influenza e sindromi simili colpiscono ogni anno il 9% della popolazione italiana, con un picco massimo che si registra generalmente a febbraio e che nel 2017-2018 ha riguardato ben il 15% dei nostri connazionali.


    Errori programmatici

    Inutile girarci intorno. La campagna vaccinale antinfluenzale 2020-2021 è iniziata nel peggiore dei modi. Se il buongiorno si vede dal mattino, insomma, sarà un lungo e triste inverno quello che sta per cominciare. Errori di programmazione, ritardi nelle gare di acquisto, diatribe tra istituzioni centrali e regionali, conflitti tra medici e farmacisti sulla possibilità di estendere a questi ultimi (o meglio ai medici in farmacia) la titolarità della somministrazione: tutto si scarica sui cittadini, nell’attesa e nella speranza che in un punto imprecisato del 2021 arrivi anche il vaccino contro Covid-19 da eseguire, bene che vada, a sessanta milioni di persone.


    Dosi con il contagocce

    Come accennato, i vaccini antinfluenzali stanno arrivando ai medici di famiglia con il contagocce. Lo evidenzia la tabella pubblicata in queste pagine e il relativo rapporto curato dalla Fimmg, interpellando le federazioni regionali del maggior sindacato di categoria. Secondo i dati, le dosi ordinate dalle Regioni sono sufficienti solo in pochi casi (Toscana, Veneto, Lazio e Sicilia). Ovunque si registrano rallentamenti nella distribuzione agli studi di medicina generale. Lo segnala il sindacato Fimmg, dopo una ricognizione condotta. La campagna vaccinale è partita a più velocità, in molti casi è previsto un secondo round di consegne a novembre. Lazio, Liguria, Trento e Bolzano si sono mosse i primi di ottobre. Le ultime Calabria e Lombardia. Il caso della Lombardia ha fatto scalpore: la prima consegna è arrivata il 19 ottobre con 30 vaccini per ogni medico di famiglia, cioè solo 170 mila dosi. In Molise è arrivato solo il 40% dei vaccini previsti per gli over65. In Campania sono state distribuite un terzo delle scorte richieste. In Sardegna la distribuzione è partita solo in alcune province. In Sicilia le dosi vengono consegnate ai medici di famiglia in cinque tranche. Anche in Piemonte arriveranno un po’ alla volta.


    Ricciardi: “Lombardia indifendibile”

    Sul conto di chi segnare questo passo falso? Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e consigliere del ministero della Salute non ha dubbi, anche se non intende fare di tutt’erba un fascio tra le Regioni italiane: “Le sto castigando da tempo ma quando parliamo di Regioni parliamo di una categoria eterogenea. Vi pare logico che la Lombardia faccia nove gare e ordini solo 2 milioni di dosi per 10 milioni di abitanti? Non ce la fa neanche a coprire gli aventi diritto… La Lombardia è indifendibile, Lazio e Emilia Romagna hanno fatto bene, altre così così”. Ma è proprio l’eterogeneità dei comportamenti regionali, indipendentemente dalle singole responsabilità territoriali, a richiedere secondo Ricciardi almeno una ri-centralizzazione degli acquisti, su prodotti così strategici come i vaccini (inutile dire che di quello anti – Covid se ne occuperà direttamente la Protezione Civile). “Per le politiche vaccinali – dice Ricciardi ad AboutPharma and Medical Devices – sarebbe auspicabile avere un approccio nazionale come fanno tanti altri Paesi. Soprattutto per alcuni vaccini l’approvvigionamento deve essere fatto mesi prima: per quello antinfluenzale la programmazione viene chiusa in primavera. Serve capacità di prevedere e muoversi con grande anticipo e questo le Regioni non lo fanno mai, tanto che alcune gare sono ancora in corso adesso. L’Inghilterra ha fatto l’ordine a dicembre 2019, la Germania poco dopo. In tutta sincerità non credo che questo approccio differenziato italiano vada nell’interesse dei cittadini, tant’è che come governo centrale abbiamo dovuto fare lobby perché comunque le aziende riservassero all’Italia 18 milioni di dosi che sono già il 47 % in più rispetto all’anno scorso”.


    Il precedente H1N1

    Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg e presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli, è da mesi che paventa il rischio della vaccinazione razionata e disuguale su e giù per l’Italia (sicuramente il 5 aprile ne parlava con Fabio Fazio su Rai3). “È stata una follia organizzare la campagna vaccinale attraverso le gare regionali in un periodo di emergenza. C’era stato anche un precedente nel 2009: per fronteggiare l’H1N1 fu deciso l’acquisto extra di dosi affidato proprio alla Protezione Civile che per la prima volta, nella circostanza, fu messa nelle condizioni di attivare risorse economiche fuori dall’articolo 81 della Costituzione”. Questo articolo disciplina l’equilibrio di bilancio dello Stato e permette in caso di calamità naturali o di emergenza sanitaria di attingere a fondi supplementari “senza però – prosegue Scotti – prevedere quale debba essere il soggetto che gestisce le risorse. Ci pensò il governo Berlusconi a fare una legge e affidare alla Protezione Civile retta da Guido Bertolaso l’acquisto dei vaccini contro l’H1N1. Il mio parere è che si dovesse fare la stessa cosa nel 2020, lasciando alle gare regionali la copertura dello standard annuale. Ma prevedendo, come tutti hanno fatto e pure il ministero della Salute, di aumentare le copertura, il surplus si doveva riportare in una gara unica nazionale, per facilitare il controllo e la solidarietà nazionale. Il 47% in più lo scopriamo oggi? Si sapeva da aprile. Che speranze abbiamo di competere sul mercato internazionale con le singole Regioni contro gli Stati europei? Forse ci poteva riuscire la Lombardia che ha 10 milioni di abitanti – e ha fatto pure una pessima figura – ma il Molise?”.


    Calcoli sballati?

    Scotti dubita pure che i 17 milioni di dosi riescano a garantire comunque le necessità della popolazione target individuata dal ministero della Salute il 4 giugno scorso (si veda tabella a pagina 17). Il segretario nazionale della Fimmg è scettico sui criteri adottati per rilevare l’obbligatorietà vaccinale basandosi sul numero dei malati cronici in Italia emersi dal programma di sorveglianza Passi (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in Italia) avviato dall’Iss per monitorare lo stato di salute della popolazione adulta italiana. “Quei dati sono fermi al 2016 e stimano 16 milioni di cronici. Da allora sono aumentati o diminuiti, considerato pure l’aumento dell’età? Il ministero ha esteso la vaccinazione ai sessantenni e inserito la popolazione da 0 a 6 anni, oltre a tante altre categorie. Ora capisco che la gran parte dei cronici coincida con gli ultrasessantenni ma siamo sicuri che 17 milioni di dosi bastino?”.


    Il caso Lazio

    Però il calcolo del fabbisogno l’ha fatto il ministero. Scotti scuote la testa: “No il ministero ha fatto le categorie, poi sono state le Regioni a determinare le rispettive quote, tant’è che hanno indicato aumenti molto variabili. Ma questa non è programmazione. L’unica Regione che si è salvata, e infatti ha un tale margine che rischia di sprecare, è stata il Lazio che ha chiesto il 50% di dosi in più che è un numero congruo rispetto agli aventi diritto. Hanno pure fatto un passo in avanti proponendo il vaccino alle farmacie per soddisfare la domanda volontaria. Ma non per fare un favore a loro ma perché teme che le dosi le restino sullo stomaco rischiando la Corte dei Conti. Tutte le altre Regioni sono al pelo. La Lombardia sta dando 30 dosi per ciascun medico. Ma che ci fanno?”.


    Rasi: “Qual è la strategia vaccinale dell’Italia?”

    Questi chiari di luna non lasciano presagire nulla di buono, in vista dei futuri vaccini anti-Covid: non basterà avere “presto” un vaccino ma serve un piano efficace per distribuirlo, somministrarlo e comunicarne l’importanza. E tocca ai governi metterlo a punto. A sostenerlo è il direttore esecutivo dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), Guido Rasi, in un’intervista rilasciata a Repubblica il 28 ottobre. “Anche se oggi non è possibile prevedere quando arriveremo all’immunità di massa, sono certo che sconfiggeremo il virus. Ma la velocità – spiega Rasi – dipende dall’efficienza dei vaccini, dalla bontà dei piani vaccinali dei governi, da quelli per la comunicazione mirata a convincere le persone a vaccinarsi e dal monitoraggio per tarare le strategie vaccinali e aumentarne l’efficacia”.


    Mancano piani nazionali di distribuzione

    Sui piani dei governi europei per distribuire i vaccini, il direttore esecutivo dell’Ema avverte: “Sono molto preoccupato perché non vedo preparare i piani nazionali per la distribuzione. Capiremo solo a ridosso dell’autorizzazione l’efficienza percentuale di ciascun vaccino, centrale per tarare la strategia. Sapremo all’ultimo – afferma Rasi – se saranno approvati vaccini che prevengono la trasmissione del virus o la malattia, e dunque se avremo o meno asintomatici che potranno ancora trasmettere il Covid. Così come sapremo solo dopo 4-6 mesi la durata reale dell’immunità. I piani nazionali servono proprio per rispondere rapidamente a queste variabili e perché siano efficaci vanno preparati subito”.


    Inutile approvare i vaccini senza una campagna vaccinale idonea

    Senza un piano efficace il rischio beffa è dietro l’angolo: “Autorizzare il vaccino 15 giorni prima non serve a nulla se poi perdi 4-5 mesi nella campagna di vaccinazione perché non l’hai allestita bene. I politici che si lanciano in previsioni confondono l’opinione pubblica: più utile stilare un piano per farsi trovare pronti”, incalza Rasi, con un riferimento alle recenti parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sulle “prime dosi a dicembre”. Infine, un monito sulla comunicazione: “Bisogna spiegare alle persone che il vaccino è sicuro, che non è una panacea ma l’inizio della fine della pandemia e dunque – conclude Rasi – per diversi mesi dovremo continuare con distanziamento e mascherine”.