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Primo Piano


Diventa donatore di sangue

Diventa donatore di sangue
Premessa

Il sangue non si produce in laboratorio ed il fabbisogno annuo in Italia è di 2.400.000 unità di sangue intero e più di 1.077.000 litri di plasma.
L'impossibilità di ottenerlo tramite procedimenti chimici e il suo larghissimo impiego, rendono il sangue un presidio terapeutico prezioso non sempre disponibile.
La maggior parte di noi può donare il sangue e molti, almeno una volta nella vita, potrebbero averne bisogno.

 

Alcuni tipi di donazione:

o Sangue intero
o Plasma (plasmaferesi
o Piastrine (piastrinoaferesi)
o Donazione multipla di emocomponenti

 

Per molti ammalati il sangue e/o suoi componenti è terapia indispensabile per la sopravvivenza, alcuni esempi:

o Globuli rossi, in caso di perdite ematiche ed anemie;
o Piastrine, in caso di malattie emorragiche;
o Plasma, in caso di grosse ustioni, tumori del fegato, carenza dei fattori della coagulazione;
o Plasmaderivati, fattore VIII e IX per emofilia A e B, immunoglobuline e albumina per alcune patologie del fegato e dell'intestino.

La sicurezza delle trasfusioni e il raggiungimento dell'autosufficienza regionale e nazionale di sangue, emocomponenti e farmaci derivati, è l'obiettivo del Servizio Sanitario Nazionale e il maggior impegno delle Associazioni e Federazioni dei donatori.

La donazione da donatori volontari, periodici, responsabili, anonimi, e non retribuiti è la migliore garanzia per la qualità e la sicurezza delle terapie trasfusionali.


Requisiti

Al momento della donazione devono essere nella norma, cioè nei limiti previsti dalla legge:

  • Età compresa tra 18 anni e i 60 anni (per candidarsi a diventare donatori di sangue intero), 65 anni (età massima per proseguire l'attività di donazione per i donatori periodici), con deroghe a giudizio del medico;
  • Peso non inferiore a 50 Kg.;
  • Pulsazioni comprese tra 50-100 battiti/min (anche con frequenza inferiore per chi pratica allenamenti sportivi intensi);
  • Pressione arteriosa sistolica tra 110 e 180 ml di mercurio e diastolica tra 60 e 100 ml di mercurio;
  • Stato di salute Buono;
  • Non può donare chi ha comportamenti a rischio, tipo: assunzione di sostanze stupefacenti, alcolismo, rapporti sessuali ad alto rischio di trasmissione di malattie infettive, o chi è affetto da infezione da virus HIV/AIDS o portatore di epatite B o C, o chi fa uso di steroidi o ormoni anabolizzanti.
    Alcune condizioni patologiche o comportamentali non sono compatibili temporaneamente o definitivamente con la donazione in quanto dannose per il donatore e/o per il ricevente.
    Non esistono categorie di persone escluse dalla donazione, ma nella selezione del donatore sono valutati i comportamenti individuali che possono risultare a rischio.

 

Valutazione per l'idoneità

Si effettua presso un servizio trasfusionale o unità di raccolta e consta di: 

  • Accertamento dell'identità del candidato donatore e compilazione di un questionario;
  • colloquio con il medico e valutazione delle condizioni generali di salute;
    o acquisizione del consenso informato alla donazione;


Come si dona

Il giorno del prelievo è preferibile presentarsi a digiuno o dopo una leggera colazione a base di frutta fresca o spremute, thè o caffè poco zuccherati. Non si possono mangiare cibi solidi né bere latte.
Prima della donazione si svolge un colloquio con personale medico per accertare che il candidato donatore abbia i requisiti per effettuare la donazione e per stabilire il tipo di donazione più indicata: sangue intero o suoi componenti.
Ulteriori indagini sanitarie accerteranno l'effettiva idoneità della persona a diventare donatore di sangue.
Alla prima donazione vengono effettuati i seguenti controlli immuno-ematologici:
o determinazione ABO, test diretto e indiretto;
o determinazione fenotipo Rh completo;
o ricerca degli anticorpi irregolari anti-eritrocitari:

 

Ad ogni donazione il donatore viene sottoposto ai seguenti esami:
o esame emocromocitometrico completo;
o determinazione delle ALT con metodo ottimizzato;
o sierodiagnosi per la Lue;
o HIV Ab 1-2 (per l'AIDS);
o Hbs Ag (per l'epatite B );
o HCV Ab (per l'epatite C);
o HCV NAT.

 

Ogni anno il donatore è sottoposto ai seguenti esami:
o creatininemia;
o glicemia;
o proteinemia ed elettroforesi sieroproteica
o colesterolemia;
o trigliceridemia
o ferritinemia

 

Il prelievo del sangue dura tra i 5 e i 10 minuti ed è del tutto innocuo, in quanto effettuato con materiale sterile e monouso. Per legge, il sangue prelevato oscilla tra i 450 ml. +/- 10%
Ai donatori di sangue e di emocomponenti con rapporto di lavoro dipendente, ovvero interessati dalle tipologie contrattuali di cui al decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, hanno diritto ad astenersi dal lavoro per l'intera giornata in cui effettuano la donazione, conservando la normale retribuzione per l'intera giornata lavorativa.
La frequenza massima delle donazioni di sangue intero è di quattro volte l'anno (con intervalli minimi di 90 giorni fra una donazione l'altra), ma per le donne in età fertile la frequenza scende a due.
Per altri tipi di donazione l'intervallo tra una donazione e la successiva è sensibilmente inferiore.


Principali criteri di esclusione alla donazione

È necessario tenere presente l'esistenza di alcune  condizioni che possono costituire esclusione, temporanea o permanente, dalla donazione di sangue:
Esclusione Temporanea:
Parto, allergia a farmaci: 1 anno dall'ultimo evento.
Toxoplasmosi, mononucleosi infettiva, M. di Lyme e interruzione di gravidanza: 6 mesi dalla guarigione.
Esami endoscopici, spruzzo delle mucose con sangue o lesioni da ago; trasfusioni di emocomponenti o somministrazione di emoderivati; trapianto di tessuti o cellule di origine umana; tatuaggi o body piercing; agopuntura (se non eseguita da professionisti qualificati con ago "usa e getta"): 4 mesi dall'ultima esposizione al rischio.
Contatti a rischio con persone affette da epatite B; rapporti sessuali occasionali a rischio di trasmissione di malattie infettive; rapporti sessuali con persone infette o a rischio di infezione da HBV, HCV, HIV; intervento chirurgico maggiore: 4 mesi dall'ultima esposizione al rischio.
Malattie infettive, affezioni di tipo influenzale e febbre maggiore di 38°C: due settimane a decorrere dalla data della completa guarigione clinica.
Intervento chirurgico minore: una settimana.
Assunzione di farmaci antinfiammatori: 5 giorni.
Cure odontoiatriche: 1)cure di minore entità da parte di dentista o odontoigienista: esclusione per 48 ore; 2) estrazione, devitalizzazione ed interventi analoghi con prescrizione di terapia antibiotica: esclusione per 1 settimana.
Terapie: rinvio per un periodo variabile di tempo secondo il principio attivo dei medicinali prescritti e comunque considerando la malattia di base.
Malaria - individui che sono vissuti in zona malarica nei primi 5 anni di vita o per 5 anni consecutivi della loro vita: esclusione dalla donazione di sangue intero, emazie e piastrine per i 3 anni successivamente al ritorno dell'ultima visita in zona endemica a condizione che la persona resti asintomatica; è ammessa però la donazione di plasma. Possono essere ammessi alla sola donazione di plasma anche gli individui con pregressa malaria 6 mesi dopo aver lasciato la zona di endemia e visitatori asintomatici di zone endemiche.
Vaccinazioni: 4 settimane per vaccini preparati con virus o batteri vivi attenuati; 48 ore per tutti gli altri tipi di vaccini.
Le donne non possono donare da due giorni prima a cinque giorni dopo la fine del ciclo mestruale
Per le altre condizioni non citate o per qualsiasi altro quesito, l'idoneità alla donazione verrà valutata d'inteso con il Medico responsabile della selezione.
Esclusione Permanente:
Malattie autoimmuni (esclusa malattia celiaca in trattamento dietetico adeguato);
Malattie cardiovascolari (donatori con affezioni cardiovascolari in atto o pregresse ad eccezione di anomalie congenite completamente curate);
Malattie organiche del sistema nervoso centrale (antecedenti di gravi malattie organiche del SNC);
Neoplasie o malattie maligne (eccetto cancro in situ con guarigione completa);
Malattie emorragiche (candidati donatori con antecedenti di coagulopatia congenita o acquisita);
Crisi di svenimenti o convulsioni; Affezioni gastrointestinali, epatiche, urogenitali, ematologiche, immunologiche, renali, metaboliche o respiratorie (candidati donatori con grave affezione attiva, cronica o recidivante);
Epatite B, epatite C, epatite infettiva ad eziologia indeterminata, sieropositività per HIV, sifilide, Babesiosi, Lebbra, Kala Azar (leishmaniosi viscerale),
Tripanosoma Cruzi (malattia di Chagas);
Malattia di Creutzfeldt-Jacob (candidati donatori che hanno soggiornato per più di 6 mesi cumulativi nel Regno Unito, dal 1980 al 1996; candidati che hanno ricevuto trasfusioni nel Regno Unito, dal 1980);
Assunzione di ormoni ipofisari di origine umana (ormone della crescita o gonadotropine);
Trapianto di cornea e/o dura madre; Instabilità mentale; Alcoolismo cronico; Riceventi di Xenotrapianti; Assunzione di sostanze farmacologiche non prescritte (sostanze farmacologiche per via intramuscolare o endovenosa; stupefacenti; steroidi od ormoni a scopo di culturismo); comportamento sessuale (candidati donatori il cui comportamento sessuale lo espone ad elevato rischio di contrarre gravi malattie infettive trasmissibili con il sangue).

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Troppi antibiotici in Ue, Italia al top nei consumi

Troppi antibiotici in Ue, Italia al top nei consumi

Nel paese boom superbatteri, i più virtuosi gli olandesi

16 novembre, 18:12
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(di Pier David Malloni) - Invece che essere sconfitti definitivamente dagli antibiotici, come si credeva nel secolo scorso quando questi farmaci erano appena stati scoperti, i batteri stanno vincendo la guerra, diventando sempre più resistenti. È il messaggio che viene dal rapporto annuale dell'European Center for Diseases Control, che certifica un consumo ancora troppo alto e di conseguenza un aumento del fenomeno della resistenza, con l'Italia nella lista dei cattivi.

"Potenzialmente siamo vicini alla fine dell'era degli antibiotici - ha avvertito Vytenis Andriukaitis, commissario Ue alla Salute, durante la conferenza di presentazione dei dati a Bruxelles, iniziata con le condoglianze alle vittime del terrorismo in Francia -. Lo scorso anno sono morte in Europa 25mila persone per infezioni resistenti".

Quest'anno il focus degli esperti europei, ricavato dal sistema di sorveglianza Ears-Net dell'Unione Europea, è sugli enterobatteri carbapenemasi resistenti, una famiglia particolarmente pericolosa perchè lascia pochissime opzioni per la terapia. L'Italia era già nel gruppo peggiore, con il batterio endemico, due anni fa, e conferma il primato, che detiene per quasi tutti gli altri batteri monitorati dall'Ecdc.

Nel caso dell'Escherichia Coli, uno dei più diffusi, il nostro paese aveva nel 2011 meno del 25% di, mentre ora è entrato nella fascia più alta, quella tra il 25 e il 50%. Per gli acinetobacter, una delle cause delle infezioni ospedaliere, siamo ormai sopra il 50%, mentre per il 'famoso' staffilococco aureo resistente alla meticillina (mrsa) siamo nella fascia 25-50%, battuti solo dalla Romania. Percentuali tra il 25 e il 50% si trovano anche per Klebsiella, una delle cause principali delle infezioni urinarie. Quest'anno la Giornata Europea di Attenzione agli Antibiotici, durante la quale viene lanciato il rapporto, coincide con la settimana che per la prima volta l'Oms dedica a questo tema con lo slogan 'Antibiotici: maneggiare con cura'.

"Dobbiamo aumentare la consapevolezza in tutti gli Stati - ha affermato Zsuzsanna Jakab, direttrice dell'ufficio europeo dell'Oms -. Ancora oggi non si sa che per curare un'influenza non è necessario un antibiotico".

A testimoniare un uso ancora smodato degli antibiotici è il rapporto, basato sui dati della sorveglianza Esac-net dell'Unione Europea. Il dato medio Ue di consumo fuori dagli ospedali per il 2014 è 21,6 dosi al giorno ogni mille abitanti, e varia dalle 10,6 dell'Olanda alle 34,6 della Grecia. L'Italia, con 27,8 dosi, è al quinto posto,dietro a Francia, Romania e Belgio. Per quanto riguarda il consumo di antibiotici negli ospedali la media europea è sostanzialmente stabile a 2 dosi al giorno ogni mille abitanti. Anche in questo caso i più virtuosi sono gli olandesi, con una dose al giorno, mentre i peggiori sono i finlandesi con 2,6, mentre l'Italia resta sopra la media europea con 2,2 e in generale, a parte l'eccezione finlandese, il sud Europa prevale nel consumo. "La popolazione del sud Europa vuole evitare l'incertezza e fare subito qualcosa, questo è un fattore culturale che incide sul consumo - ha spiegato Dominique Monnet dell'Ecdc - ma accanto a questo c'è un problema di controllo e di consapevolezza del problema". (ANSA).

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Medici di famiglia, doveri (e diritti) di chi ci cura. Tutto quello che dobbiamo sapere

Dal “Corriere della Sera”

 

Medici di famiglia, doveri (e diritti) di chi 
ci cura. Tutto quello che dobbiamo sapere

Alzi la mano chi non ha mai criticato nemmeno una volta il suo medico di famiglia: non lo trovo, non mi risponde al telefono, mi dedica poco tempo, mi prescrive solo quello che vuole lui… Ma siamo proprio sicuri di avere sempre ragione? Per conoscere tutti i nostri diritti, ma anche i nostri doveri, abbiamo rivolto a Silvestro Scotti, vicesegretario nazionale vicario della Fimmg e medico di famiglia a Napoli dal 2003, le principali domande su ruolo e compiti del nostro dottore

di Cristina D’Amico

  

* Disponibilità - I giorni e gli orari in ambulatorio

Per quanti giorni alla settimana e per quante ore posso trovare il medico di medicina generale in ambulatorio?

«Il medico di medicina generale — risponde Silvestro Scotti, vicesegretario nazionale della Fimmg — deve essere presente in ambulatorio tutti i giorni feriali, con un orario che dipende dal numero dei suoi assistiti: il medico che ha fino a 500 assistiti deve essere presente per almeno 1 ora al giorno, per 5 giorni alla settimana; fino a mille assistiti il suo impegno minimo in studio deve essere di 2 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana; fino a 1500 pazienti deve assicurare una presenza minima di 3 ore al giorno per 5 giorni settimanali».

«L’orario di lavoro minimo non corrisponde però alla durata dell’attività, perché tutti i pazienti che accedono all’ambulatorio entro l’orario stabilito devono essere ricevuti. In pratica, anche se l’orario è terminato, il medico non può rifiutarsi di visitare un assistito già in attesa. Inoltre, l’impegno del medico comprende le visite a domicilio, nonché la partecipazione alle attività di distretto organizzate dalla Asl».

 

* Disponibilità - La reperibilità del medico

Posso telefonare al medico il sabato? E nei giorni festivi? 

«Il sabato, salvo diversi accordi regionali o di Asl, il medico deve essere reperibile al telefono per 2 ore, dalle 8 alle 10, per rispondere a richieste non differibili, che dovrà soddisfare entro le 14. Qualche esempio di necessità “non differibile”: può esserlo quella di una visita a domicilio, o di una certificazione di malattia per un lavoratore turnista; non lo è la prescrizione di un esame diagnostico cui sottoporsi nei giorni successivi. Quindi, se il medico ritiene giustificata la richiesta di una visita a domicilio che gli è arrivata la mattina del sabato, dovrà andare a casa del paziente entro le 2 del pomeriggio. Superate quelle ore del sabato, il paziente ha il diritto-dovere di rivolgersi alla guarda medica».)

«Può accadere, però, che il medico di famiglia debba impegnare il sabato mattina per partecipare a corsi di formazione obbligatoria, per esempio in relazione a progetti disposti dalla Asl; in questi casi la Asl anticipa al mattino del sabato il servizio di guardia medica, così da assicurare ugualmente la continuità assistenziale. Le stesse regole del sabato valgono per i giorni prefestivi, ma se in quel giorno della settimana, per esempio il giovedì, il medico ha abitualmente attività di ambulatorio dalle 8 alle 14, dovrà essere presente. Potrà “saltare” l’ambulatorio solo se l’apertura era prevista per il pomeriggio. Domeniche e giorni festivi, infine, sono “sacri” anche per il medico di famiglia, a parte alcune eccezioni, poche, di specifici accordi regionali».

 

* Disponibilità - L’accesso libero in ambulatorio senza appuntamento

È giusto che il mio medico mi riceva solo se ho preso l’appuntamento? Può limitare l’accesso all’ambulatorio e, per esempio, dirmi: “Ci sono già troppi pazienti in attesa, torni domani”?

«Può adottare la formula degli appuntamenti, ma questo non significa che di fronte a una richiesta non differibile entro l’orario di ambulatorio possa rifiutarsi di assolverla. In questo caso non può mandare via un paziente che arrivi in studio senza appuntamento».

 

* I contatti con il medico - Telefonate al dottore

Se chiamo il medico di famiglia al telefono, è forse mio diritto che risponda?

«In linea teorica, il medico di medicina generale dovrebbe garantire 2 ore di “reperibilità telefonica” al giorno, dalle 8 alle 10, per le richieste non differibili, da soddisfare entro le 14 — dice Silvestro Scotti, della Fimmg —. Ma con l’avvento dei cellulari la questione è diventata più complicata: il dottore, se ritiene, può rendersi contattabile in studio, magari con l’ausilio di un collaboratore, poi sul cellulare, per tutta la giornata. E se gli vengono espresse esigenze non differibili, deve intervenire “prima possibile”».

«Sia chiaro, però, che non parliamo di “emergenze”, perché per queste ci sono altri servizi, come il Pronto soccorso: se il medico sta visitando in ambulatorio non può certo abbandonare tutti, per correre al capezzale di un altro paziente. Insomma, su una più ampia reperibilità telefonica non ci sono obblighi, e il medico, da una parte ha la necessità di farsi rintracciare il più possibile per conservare la fiducia dei pazienti, dall’altra si espone a un impegno non sempre facile da assolvere. Comunque, se un paziente ritiene che il dottore scelto non offra una sufficiente reperibilità, ha diritto di cambiarlo».

 

* I contatti con il medico - Diagnosi al telefono

È corretto che il medico faccia diagnosi e dia prescrizioni al telefono? 

«Sì, e la risposta è sorretta da una sentenza di qualche anno fa. Riassumiamo la vicenda: a un medico di famiglia, che aveva rifiutato una richiesta di visita domiciliare e aveva prescritto direttamente al telefono alcuni farmaci a un suo paziente, si contestava l’omissione di atti d’ufficio. Il giudice, però, ha assolto quel professionista, affermando che il medico di medicina generale è l’unico soggetto che può prescrivere telefonicamente a un proprio assistito una terapia di primo livello, quando abbia la piena conoscenza della patologia e delle caratteristiche del paziente».

 

* I contatti con il medico - «Visite» via internet

Se contatto il mio medico via internet, è come se mi “visitasse” di persona? 

«Il computer e i più nuovi sistemi di messaggistica mobile possono essere usati dal medico di famiglia, così come da qualunque altro medico, considerando con molta attenzione le diverse situazioni. In alcuni casi questi sistemi possono aiutare: per esempio, il paziente potrebbe scattare la foto di un’eruzione cutanea e inviarla al dottore, consentendogli così di decidere rapidamente una prima possibilità di trattamento. Ma nel caso di una situazione più complessa, che abbia bisogno di un approfondimento, il computer non può certo sostituire il vero contatto diretto medico-paziente».

 

* I contatti con il medico - Ricette «a distanza»

Ma il medico di famiglia non potrebbe inviarmi le ricette via computer? 

«Sarebbe possibile soltanto in presenza di un processo di autorizzazione e identificazione da parte del paziente, cioè con la totale sicurezza che la ricetta arrivi su un sistema protetto accessibile solo all’assistito. Altrimenti, potrebbe essere messa a serio rischio la privacy di dati sensibili. Ricordiamoci che, perfino quando un paziente chiede al suo medico di consegnare una ricetta a un familiare, la prescrizione andrebbe messa in busta chiusa, per riservatezza ».

 

* Le visite a casa - Regole

Quando posso chiedere al mio medico di famiglia una visita a domicilio? E lui può rifiutarsi di venire? 

«Mentre nella normativa per la pediatria di base si dice chiaramente che è il medico a decidere se una visita a domicilio è realmente necessaria, per i medici di famiglia la questione non è altrettanto ben definita — osserva Silvestro Scotti, vicesegretario nazionale Fimmg —. In linea teorica, come già detto, la visita richiesta tra le 8 e le 10 va effettuata entro le 14. «Il paziente può richiedere una visita a casa anche più tardi, sulla base della reperibilità del medico, ma la valutazione sui tempi di risposta è lasciata al dottore, che – come è stabilito nell’Accordo nazionale – dovrà farla “prima possibile”».()

«Ciò significa che il comportamento del medico può dipendere, oltre che dalle caratteristiche della specifica richiesta, anche da questioni organizzative. Ma facciamo, anche qui, un esempio: poniamo che un paziente chieda la visita domiciliare all’inizio dell’orario di ambulatorio, il cui impegno però si protragga fino all’ora in cui entra in attività la guardia medica; il dottore, in questo caso, potrebbe decidere di rinviare la visita domiciliare al giorno successivo. È evidente, allora, che sulla discussa questione delle visite domiciliari si confrontano da un lato la competenza del medico in merito alla patologia e a ciò che ritiene utile rispetto alla condizione di quel paziente, dall’altro la possibilità dell’assistito insoddisfatto di cambiare dottore. È l’equilibrio tra queste due realtà è quello che a “regolare” di fatto il rapporto».

 

* Assenze - A chi rivolgersi in alternativa

Dove andiamo se lo studio è chiuso per ferie? 

«Il medico di famiglia può assentarsi dal lavoro — spiega Silvestro Scotti — per le motivazioni previste dall’Accordo nazionale: malattia, assistenza a familiari con handicap, attività di volontariato o di emergenza. Deve sempre darne comunicazione alla Asl e a volte essere autorizzato. Può chiedere alla Asl, con 15 giorni di anticipo, fino a 30 giorni di “ristoro psicofisico”. In teoria, dovrebbe essere la Asl ad avvisare gli assistiti. Il medico comunque ha l’obbligo, e la convenienza, di informare i pazienti. Se l’assenza non supera i 30 giorni il dottore deve scegliere un sostituto, pagandolo (dal 31esimo giorno, il medico perde parte della retribuzione e il sostituto è pagato dalla Asl)».

 

* Quanti pazienti può avere un medico di famiglia?

«Mille assistiti per ciascun medico di medicina generale è il rapporto considerato “ottimale” (in base ad accordi regionali, tale rapporto può variare, fino a raggiungere i 1300 assistiti) — spiega Silvestro Scotti —. Il numero massimo («massimale») di pazienti è di fatto 1500, anche se, in virtù di un diritto acquisito per vecchi accordi nazionali, alcuni medici hanno in carico anche 1800 pazienti. La media nazionale è comunque di un medico ogni 1150 assistiti (in Lombardia la media è di 1 ogni 1300 pazienti, nel Lazio di 1 ogni 1000».

 

* La scelta: come capire chi fa per noi

Sulla base di quali informazioni scegliamo il medico di famiglia? Possiamo conoscere il suo curriculum? Sapere quanti pazienti segue? Quali sono i suoi orari di attività?

«Informare l’assistito che deve scegliere il medico di medicina generale è compito dell’Azienda sanitaria —, spiega Silvestro Scotti —. Il cittadino ha diritto di consultare l’elenco dei medici e di conoscere di ciascun dottore il curriculum con eventuali specializzazioni, il numero di pazienti che deve seguire (il cosiddetto “massimale”), gli orari di apertura del suo ambulatorio, nonché le caratteristiche di organizzazione della sua attività (se ha l’assistente di studio, l’infermiere, se è in rete, se opera in associazione con altri colleghi). Purtroppo non tutte le Asl forniscono le informazioni previste».

 

* Il medico ci può rifiutare come pazienti?

Ma il medico di famiglia può rifiutarsi di prendere in carico un paziente? Oppure, gli è permesso, una volta instaurato il rapporto, di ricusarlo?

«Nessun paziente può essere rifiutato, —dice Scotti — ma il medico può ricusare un assistito nel momento in cui sorgano problemi che mettono in discussione il rapporto fiduciario. In questo caso il medico presenta una richiesta alla Asl e il paziente viene avvisato. Durante il mese successivo il dottore resta comunque responsabile dell’assistenza, in modo che l’assistito ricusato abbia il tempo per scegliere un altro medico».

 

* Il medico e i suoi pazienti in ospedale

Il medico di famiglia deve seguire i suoi pazienti ricoverati? 

«Non è tenuto, ma su richiesta del malato potrebbe assumersi questo impegno; tuttavia i colleghi ospedalieri non hanno obbligo di confrontarsi con lui. Quindi, al massimo, può predisporre una sintesi delle condizioni del paziente, da consegnare al momento del ricovero».

 

* Le prescrizioni - Limiti del medico

Ci sono farmaci o esami che il medico di medicina generale non può prescrivere? 

«Sì, ci sono — risponde Silvestro Scotti, vicesegretario nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale —. Alcune Regioni, per esempio, consentono la prescrizione di determinate tipologie di farmaci e prestazioni diagnostiche solo in presenza di specifiche condizioni patologiche, prevedendo a volte sanzioni per il medico che non rispetti le limitazioni. Altri medicinali possono essere prescritti solo in casi prestabiliti (nelle “note” al prontuario) o in base a piani terapeutici specialistici (è il caso, per esempio, dei farmaci “innovativi”) per decisione dell’Agenzia italiana del farmaco».

 

* Le prescrizioni - Ricette richieste da altri dottori

Può il mio medico rifiutarsi di prescrivere ciò che è stato indicato da uno specialista o dall’ospedale? 

«Nessun medico è tenuto a prescrivere quello che ha indicato un altro professionista, perché di ogni prescrizione si assume pienamente la responsabilità. Di fatto, però, si creano spesso situazioni fraintese dal paziente. Ad esempio, un ospedaliero che prescrive un farmaco attraverso un piano terapeutico condiziona fortemente la decisione del medico di famiglia. Questi potrebbe con pieno diritto ritenere adatto un altro medicinale, anche in base alla conoscenza più approfondita del suo paziente. Ma un rifiuto rischia di mettere in discussione il rapporto fiduciario con l’assistito, che spesso ragiona come se esistesse una sorta di “gerarchia delle fonti”: in alto sta lo specialista, in posizione subordinata il medico di famiglia. Così, circa il 50 per cento della spesa prodotta dai medici di medicina generale può risultare indotta da specialisti».

 

* Le prescrizioni - Generici o no

Il medico di famiglia deve preferire i farmaci che costano meno, per esempio i cosiddetti “equivalenti” o, se vuole, può imporre un medicinale “di marca” più caro? 

«Le regole in proposito sono variamente interpretabili. In generale, il medico deve prescrivere la molecola efficace disponibile al costo minore, a meno che non ci siano specifiche ragioni (ad esempio, intolleranza del paziente agli eccipienti). Se vuole, aggiunge il nome commerciale del farmaco: in questo caso il paziente, in base all’informazione del farmacista, può sostituirlo con un medicinale equivalente».)

«Al medico, però, è consentito scrivere sulla ricetta solo il nome commerciale di un farmaco nel caso di continuità della terapia per un paziente e quando ritenga non applicabile la regola della sostituibilità. In pratica, a una persona che presenti per la prima volta una certa patologia (per cui il medico non ha dati per verificare una differenza di risposta tra un farmaco e un altro) si dovrebbe prescrivere un generico oppure un farmaco “di marca” di pari prezzo. Quando, invece, il paziente sta già usando un determinato medicinale, il dottore dovrebbe, a mio parere, informarlo di eventuale differenza di costo a suo carico rispetto ad altri prodotti, ma consigliargli di optare per la continuità della terapia».

 

* Il medico fuori orario: un libero professionista

Posso chiedere al mio medico (al di fuori dei suoi compiti nel Servizio sanitario) una visita a pagamento? 

«Il medico di famiglia, al di fuori dei suoi obblighi orari, diventa un libero professionista: se un assistito chiede una visita privata, può farla — dice Scotti —. Sarebbe opportuno (ma non è stabilito) adottare le tariffe delle “visite occasionali” (a pazienti non suoi): 30 euro in ambulatorio, 50 euro per la domiciliare».

 

E un elettrocardiogramma o un’ecografia? 

«Distinguerei tre casi. Il medico di famiglia che ha una specializzazione può fare attività libero professionale (anche verso i suoi assistiti) nel limite di 5 ore settimanali. Se vuole farlo per più tempo, deve comunicarlo alla Asl e ridurre il massimale di 48 assistiti per ogni ora in più settimanale. Diverso il caso del medico dotato di un apparecchio diagnostico, da usare gratuitamente in ambulatorio solo per una prima valutazione. Da escludere, infine, prestazioni private durante l’attività convenzionale (salvo, forse, l’elettrocardiogramma per il certificato sportivo)».

 

* Il medico e le vaccinazioni

Il medico di famiglia è tenuto ad aderire alle campagne vaccinali regionali e di Asl. A volte deve fornire l’elenco dei pazienti candidati, altre volte pratica le vaccinazioni ed è retribuito dalla Asl. L’antitetanica può essere chiesta dal paziente: il medico la esegue, la certifica ed è pagato dall’azienda sanitaria. Infine, può somministrare altre vaccinazioni a spese del paziente ma a costo calmierato. «A titolo gratuito, invece, — dice Scotti — rilascia i certificati di malattia, per attività sportiva scolastica, di rientro a scuola. Ogni altra richiesta di certificazione in linea di massima va soddisfatta, come attività libero professionale».

 

 

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Presto ricetta elettronica con validità in tutte le regioni

Presto ricetta elettronica con validità in tutte le regioni

Possibile ottenere farmaci anche fuori da regione di residenza

02 gennaio, 14:12

 

Via libera, con il nuovo anno, alla possibilità di ottenere farmaci prescritti con ricetta elettronica in tutte le farmacie italiane, anche in quelle al di fuori della propria regione di residenza. E' appena entrato in vigore il decreto che regolamenta il passaggio dalle prescrizioni cartacee a quelle dematerializzate. 

La novità per il cittadino è che potrà, quando il sistema andrà a regime ovvero quando sarà pronto un software per il calcolo dei diversi ticket regionali, ottenere il farmaco prescritto dal medico anche qualora si trovasse, in villeggiatura o per lavoro, al di fuori dei propri confini regionali. 

Il Dpcm del 14 novembre 2015, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 dicembre, prevede che il prelievo dei medicinali, inclusi nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) prescritti su ricetta farmaceutica dematerializzata a carico del Servizio sanitario nazionale, possa essere effettuato in qualsiasi farmacia pubblica e privata convenzionata del territorio italiano. 

La sincronizzazione della prescrizione del medico da un lato e di erogazione da parte del farmacista dall'altro, consentono di controllare l'appropriatezza e di ridurre eventuali falsificazioni. 

Ma per il cittadino sarà una "una grande novità anche dal punto di vista pratico, perché l'attuale normativa prevede la spendibilità della ricetta solo all'interno della propria regione", spiega Daniele D'Angelo, direttore generale di Promofarma, società di Federfarma dedicata a seguire il percorso di digitalizzazione. "Ci vogliono però - conclude - dei tempi tecnici, presumibilmente qualche mese, affinché diventi realtà".

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Ricetta elettronica “nazionale”: cosa cambia nel 2016

Ricetta elettronica “nazionale”: cosa cambia nel 2016

 

Entra in vigore il dpcm del 14 novembre 2015 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre scorso. Ecco il percorso che renderà utilizzabile in tutta Italia la ricetta dematerializzata e gli ostacoli che devono essere superati

di Redazione Aboutpharma Online 7 gennaio 2016 

 

Anno nuovo, regole nuove per la ricetta elettronica che – grazie al decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri del 14 novembre 2015 pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 dicembre scorso – sarà valida in tutte le farmacie italiane.  Il dpcm – spiega RifDay, il mattinale d’informazione curato dall’Ordine dei farmacisti di Roma – prevede che il prelievo dei medicinali, inclusi nei Livelli essenziali di assistenza, prescritti su ricetta dematerializzata a carico del Ssn, possa essere effettuato in qualsiasi farmacia pubblica e privata convenzionata del territorio italiano.

Le nuove regole entrano in vigore con l’inizio dell’anno, ma restano ancora alcuni ostacoli da superare per una piena applicazione. Secondo stime recenti di Promofarma – braccio operativo di Federfarma sul terreno dei servizi – entro il primo semestre dell’anno la ricetta elettronica, al momento utilizzata in modo ancora disomogeneo nelle varie Regioni, dovrebbe raggiungere il 70-80% circa di utilizzo su base nazionale. Si renderanno però necessari – spiega in una nota riportata da RifDay il direttore generale di Promofarma, Daniele D’Angelo – “tempi tecnici, presumibilmente qualche mese” affinché tutto vada a regime e i cittadini possano utilizzare senza problemi la prescrizione farmaceutica ottenuta dal loro medico in i farmacia del Paese. In particolare, sarà necessaria la definitiva messa a punto in sede tecnica del software per il calcolo dei diversi ticket regionali, per far sì che la compensazione tra la Regione che ha erogato il farmaco e la Regione di residenza dell’assistito avvenga “secondo i criteri e le modalità specificamente previsti da un apposito Accordo interregionale per la compensazione per la compensazione della mobilità sanitaria”.

La farmacia – prosegue RifDay -che eroga i medicinali prescritti su ricetta elettronica a un cittadino residente fuori Regione (riscuotendo il ticket, se dovuto, applicato nella Regione di appartenenza, che potrà conoscere collegandosi al sistema tessera sanitaria) chiede quindi il rimborso alla Asl territorialmente competente. La compensazione tra la Regione che ha erogato il farmaco e la Regione di residenza dell’assistito avviene “secondo i criteri e le modalità specificamente previsti da un apposito Accordo interregionale per la compensazione per la compensazione della mobilità sanitaria”.
Per una fase transitoria, che non potrà andare oltre il 31 dicembre 2017, le modalità previste dal dpcm non si applicano a tutti i farmaci con piano terapeutico Aifa e ai farmaci distribuiti attraverso modalità diverse dal regime convenzionale.

Sempre Promofarma, in una scheda, ha riassunto il percorso della ricetta farmaceutica elettronica nazionale, ricordando in primo luogo gli obiettivi del progetto: realizzazione di misure di appropriatezza delle prescrizioni, attribuzione e verifica del budget di distretto, farmacovigilanza e sorveglianza epidemiologica. Tutte le farmacie e tutti i medici sono già tecnologicamente in grado di trasmettere al ministero, con modalità asincrona, i dati dei circa 600 milioni di ricette erogate ogni anno, ma – spiega la società di Federfarma – ora “il nuovo ambizioso obiettivo della ricetta dematerializzata è quello di rendere sincrone tutte le attività di prescrizione da parte del medico e di  erogazione da parte della farmacia e, progressivamente, di eliminare i supporti cartacei.”

I medici – precisa il mattinale dei farmacisti romani – non riceveranno più blocchi di ricette cartacee, bensì solo una serie di numeri. Sono i numeri delle ricette elettroniche (Nre), prodotti dal sistema centrale gestito da Sogei, che verranno assegnati alle Aziende sanitarie locali. Le Asl li forniranno ai medici sulla base degli attuali parametri e criteri utilizzati per la distribuzione dei ricettari cartacei. Il medico, per prescrivere un farmaco o una visita specialistica, si connetterà tramite il proprio Pc (ma in un futuro presumibilmente molto prossimo potrà essere un tablet o uno smartphone) al sistema di riferimento e, dopo essersi identificato, effettuerà la prescrizione on line utilizzando uno degli Nre a lui assegnati. Al Nre che decide di utilizzare, il medico assocerà il codice fiscale dell’assistito. Il sistema validerà il codice fiscale e tutte le informazioni di esenzione (per reddito e/o per patologia).a questo punto, il medico completerà la ricetta con la prescrizione del farmaco e, con un semplice clic, confermerà la generazione della ricetta elettronica sul server di Sogei. Quindi, il medico stampa e consegna all’assistito un “promemoria” che riporta Nre, codice fiscale, eventuali esenzioni e prescrizione. Il promemoria garantisce all’assistito la possibilità di ottenere il farmaco anche in caso di assenza di linea o in presenza di qualsiasi altro inconveniente legato all’accesso al server.

Con il promemoria – conclude RifDay – l’assistito si reca in farmacia. La farmacia si collega al sistema mediante le chiavi di accesso rappresentate dal Nre e dal codice fiscale, accede alla ricetta elettronica ed eroga il farmaco. La farmacia completa l’operazione inviando al server di Sogei i dati relativi all’erogazione (prezzo del farmaco, ticket, sconti in favore del SSN, etc.) e i codici che individuano la singola confezione: codice Aic e codice “targatura”, cioè il codice seriale identificativo della singola scatola

 

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Da ulcera a colesterolo,1 scatola e mezza a testa al mese

Da ulcera a colesterolo,1 scatola e mezza a testa al mese

Italiani 'indisciplinati' rispetto alle prescrizioni del medico

28 gennaio, 09:22

 

 (di Livia Parisi) 

Dai farmaci contro il mal di stomaco a quelli contro l'asma o il colesterolo, nei primi nove mesi del 2015 ogni italiano ne ha assunti oltre una dose al giorno, consumandone in media 14 confezioni a testa, ovvero una e mezzo al mese, in lieve crescita rispetto allo stesso periodo del 2014. E' quanto mostrano i dati sui farmaci acquistati in farmacia e rimborsati dal Servizio sanitario Nazionale, riportati dal Rapporto OsMed relativo al periodo gennaio-settembre 2015. 

Secondo il rapporto 'L'uso dei farmaci in Italia', pubblicato dall'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), aumenta la spesa farmaceutica pubblica trainata dai farmaci innovativi, ma cresce del 2,3% anche quella privata, pagata dai cittadini di tasca propria. Gli italiani si confermano però 'indisciplinati' rispetto alle prescrizioni del medico: 6 su 10 (58,9%) tra coloro che assumono farmaci contro la pressione alta saltano dosi, sbagliano orario o interrompono il ciclo. Mentre meno della metà dei pazienti con colesterolo alto (47,4%) assume regolarmente la terapia prescritta. Complessivamente, tra spesa pubblica e privata, nei primi tre trimestri dell'anno passato sono stati spesi 21,3 miliardi di euro in farmaci, ovvero circa 350 euro per ogni italiano. 

A crescere è soprattutto la farmaceutica territoriale, che si attesta a 9.727 milioni, +9,6% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, trainata dal boom del 37,4% della spesa per i medicinali di classe A, cioè quelli erogati in distribuzione diretta e per conto. I farmaci oncologici e immunomodulatori restano la voce maggiore di spesa pubblica, mentre quelli per il cuore vengono superati dalla categoria degli antimicrobici, ovvero antivirali, antibiotici, vaccini. Dati, commenta il direttore generale Aifa, Luca Pani, che "riflettono chiaramente l'impatto che i medicinali innovativi ad alto costo immessi sul mercato lo scorso anno, tra tutti gli antivirali e gli antitumorali, sta avendo sulla spesa farmaceutica, in particolare ospedaliera".

Per quanto riguarda la farmaceutica convenzionata, in media ogni giorno sono state consumate 1.041 dosi ogni mille abitanti, cioè una al dì per ciascun italiano, +0,5% rispetto ai primi nove mesi del 2014, e sono state dispensate 851 milioni di confezioni, circa 14 per abitante nei 9 mesi, ovvero una e mezzo al mese. La spesa è maggiore nelle regioni del Sud Italia, in particolare Lazio, Calabria e Puglia e i farmaci più utilizzati si concentrano su un numero limitato di principi attivi. A guidare la 'classifica' il pantoprazolo, protettore gastrico, quindi la rosuvastatina, statina utilizzata per il trattamento della ipercolesterolemia, e il salmeterolo, un antiasmatico.

L'aumento della spesa privata del 2,3% segnalata dal Rapporto comprende tutte le voci di spesa sostenute dal cittadino, ma a pesare è soprattutto quella per i farmaci da banco(+4,2%), cioè non soggetti a prescrizione, seguita dell'acquisto privato dei farmaci di classe A (+3,3%). Segna anche un aumento dell'1,4% la spesa per compartecipazioni a carico del cittadino nell'acquisto di medicinali di fascia A e un incremento dello 0,8% la spesa dei farmaci di classe C con ricetta.

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Zika, in Italia attenzione alla stagione di attività biologica delle zanzare

Medicina scienza e ricerca

Zika, in Italia attenzione alla stagione di attività biologica delle zanzare

I microbiologi clinici italiani richiamano l’attenzione sul possibile incremento di casi legato all’attività di sviluppo delle zanzare in Italia. Oggi sono 25 sono i Paesi in cui Zika è presente ma il numero è destinato ad aumentare

di Redazione Aboutpharma Online 27 gennaio 2016 

 

Nell’ultimo mese ha fatto molto parlare di sé. Zika, questo è i suo nome, è un Flavivirus, simile per intenderci a quello della febbre gialla o della Dengue, trasmesso dalle zanzare del genere Aedes, tra cui la Aedes aegypti,  suo vettore originario e all’ Aedes albopictus  (zanzara tigre) al quale, secondo le prime evidenze,  si deve l’ enorme e recente diffusione. Apparentemente innocuo o fonte di infezioni non eccessivamente pericoloso per l’uomo, Zika si è invece rivelato la causa di microcefalie nei bambini nati da donne punte in gravidanza da zanzare portatrici. Secondo dati recenti in Brasile, dove è in corso l’epidemia di infezione più vasta mai registrata, c’è stato un aumento dei casi di malformazioni congenite alla testa , toccando i 3.893 casi dall’ottobre 2015, quando le autorità sanitarie del Paese sudamericano hanno notato un incremento del difetto, contro i 3.500 dell’ultimo report diffuso la scorsa settimana, secondo quanto riporta la Bbc.

Il virus è stato isolato per la prima volta in Uganda nel 1947 da scimmie della foresta Zika, vicino al lago Victoria, da cui prese il nome, e sugli esseri umani nel 1968, su un uomo malato in Nigeria. Dal 1968 al 2012 si sono registrati casi di infezioni umane solamente in centro Africa e nel sud est asiatico.  Dal 2012, invece, si è assistito ad una diffusione straordinaria nelle  isole del pacifico. In queste isole e soprattutto nella Polinesia francese, si sono avuti casi di complicazioni  neurologiche  di  cui alcune decine di casi  Guillain-Barré. Nel 2014 ha avuto inizio la diffusione nei Paesi dell’ America latina come il Cile, il Venezuela, e il Brasile dove si sta manifestando la correlazione tra l’ infezione nelle donne in gravidanza e la nascita di neonati microcefalici. Infine, nel 2015, si sono registrati i primi casi in Porto Rico e in Florida da cui ha preso piede l’allarme negli USA. Pochi i casi in Europa e tutti da importazione

In Brasile in particolare il virus Zika ha già ucciso 5 bambini, come ha spiegato il ministero della Sanità, e sono in corso approfondimento su altre 44 morti che potrebbero essere associate alla malattia. La scorsa settimana, il ministro della Sanità Marcelo Castro ha annunciato lo sviluppo di un nuovo kit diagnostico per identificare rapidamente la presenza del virus, e investimenti straordinari per arrivare il più in fretta possibile alla messa a punto di un vaccino. Al momento l’unica via per combattere l’infezione è infatti eliminare i depositi d’acqua stagnanti in cui proliferano le zanzare Aedes aegypti.

Un forte aumento delle diagnosi di Zika si è osservato in varie altre nazioni dell’America Latina. In Colombia, per esempio, sono stati riportati oltre 13.500 casi. “Siamo il secondo Paese più colpito dopo il Brasile”, ha ammesso il ministro della Sanità Alejandro Gaviria, arrivando a consigliare alle donne di evitare una gravidanza fino al termine del focolaio che potrebbe durare sino a luglio. In Bolivia le autorità sanitarie hanno rilevato il primo caso di Zika in una donna incinta. “Non aveva viaggiato fuori dal Paese, quindi non si tratta di un caso importato”, ha precisato Joaquin Monasterio, direttore dei Servizi sanitari del Dipartimento orientale di Santa Cruz. Alla fine della scorsa settimana, i Cdc amercani hanno lanciato un alert invitando le donne in attesa di un figlio a rimandare i viaggi in Brasile, Colombia, El Salvador, Guiana francese, Guatemala, Haiti, Honduras, Martinica, Messico, Panama, Paraguay, Suriname, Venezuela e Portorico.

Per quanto riguarda l’Italia, “il problema  più serio si porrà con l’inizio della stagione di attività biologica delle zanzare, perché se una persona torna con il virus Zika nel sangue e viene punto da una zanzara, questa diventa portatrice ed in grado di infettare la persona che punge dopo e via di seguito” spiega Maria Paola Landini, Professore di Microbiologia Bologna, Responsabile del Centro Regionale per le emergenze microbiologiche della regione Emilia Romagna e Membro del Consiglio Direttivo AMCLI alla luce delle notizie che hanno iniziato a diffondersi presso l’opinione pubblica italiana.  “Se questa catena non si ferma subito si può innescare  un focolaio autoctono che può assumere anche dimensioni rilevanti o portare il Paese a diventare endemico. Ciò che noi microbiologi siamo tenuti a fare è la diagnosi rapida di infezione in fase viremica ( virus nel sangue)   e molte Regioni si sono attrezzate con un centro regionale di riferimento che conduce la diagnosi di infezione da Zika, ma anche di Dengue, e di Chikungunya, virus trasmessi dalle stesse zanzare che possono dare origine a catene di trasmissione esattamente come Zika e che causano sintomatologia spesso sovrapponibile. Ce l abbiamo fatta a tenere sotto controllo la diffusione del virus Dengue, molto più diffuso di Zika, ce la faremo a tenere lontano anche Zika!”.

“In effetti ciò che stiamo osservando è che le infezioni trasmesse da  artropodi ematofagi stanno aumentando e bisogna ricordare che non sono solo trasmessi dei virus,  ma anche  dei parassiti come i plasmodi della malaria o le leishmanie, batteri  come Tripanosoma, Rikettsie, Babesie” ha aggiunto Pierangelo Clerici, Presidente Amcli e Direttore dell’Unità Operativa di Microbiologia dell’Azienda Ospedaliera di Legnano. “Oggi  questi piccoli insetti sono da considerare gli animali più pericolosi al mondo per la salute dell’ uomo e noi microbiologi ci troviamo ancora una volta in prima linea”.

Tra i sintomi più comuni si segnalano episodi di mal di testa, rash maculopapulare    (3-4 gg), episodi febbrili   (2-3 gg), malessere, congiuntivite, artralgie. Come per altre infezioni da arbovirus, solo in un caso su 4 si manifesta la sintomatologia. Negli altri tre l’infezione decorre in modo asintomatico.

“Come per altri virus che si sono progressivamente manifestati in diversi continenti, occorre adottare semplici accorgimenti per le persone che si recano nelle zone ritenute a maggior rischio sia per motivi di lavori sia di piacere. Questo avvertimento in ragione anche del probabile flusso di persone che si recheranno in Brasile in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e che trascorrono periodi estivi negli Stati Uniti” ha concluso Clerici.

 

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Virus Zika: dal ministero della Salute una “guida” alle misure di prevenzione e controllo

EMA-ROMA attira l'ettenzione dei donatori di Sangue verso questo articolo esaustivo emesso dal Ministero della Salute a proposito del Virus Zika, ricordando che terminati i 28 giorni dall'ultimo giorno di pernottamento nelle zone indicate, ogni donatore può tranquillamente riprendere a donare il proprio sangue, continuando, così, a compiere uno splendido gesto di Solidarietà verso coloro che necessitano di trasfusioni di sangue

La Redazione del Sito

 

Sanità e Politica

Virus Zika: dal ministero della Salute una “guida” alle misure di prevenzione e controllo

Le indicazioni in una circolare inviata agli assessori alla sanità, ai ministeri e agli enti coinvolti. No ai viaggi nelle “zone a rischio” per le donne in gravidanza e stop alle donazioni di sangue (per 28 giorni) per chi rientra.

di Redazione Aboutpharma Online 29 gennaio 2016

 

Quali misure mettere in atto per la prevenzione e il controllo delle infezioni da virus Zika? Lo spiega il ministero della Salute in una circolare inviata agli assessorati regionali alla Sanità, ai ministeri e a tutti gli enti coinvolti. La nota fornisce una serie di raccomandazioni per chi si reca o proviene dai Paesi affetti. Il ministero ha predisposto anche una scheda informativa, sulla base dell’avviso del Centro europeo controllo malattie infettive, e un poster da esporre in corrispondenza dei punti di ingresso di porti ed aeroporti aperti al traffico internazionale.

Il ministero elenca i Paesi in cui al momento sono in corso epidemie di virus Zika a rapida evoluzione, con trasmissione in aumento o diffusa: Colombia, Brasile, Suriname, El Salvador, Guiana Francese, Honduras, Martinica (Dipartimento francese d’oltremare), Messico, Panama, Venezuela. Paesi in cui al momento vengono segnalati casi e trasmissione sporadica a seguito di introduzione recente del virus Zika: Barbados, Bolivia, Ecuador, Guadalupe, Guatemala, Guyana, Haiti, Porto Rico, Paraguay, Saint Martin.

Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), al momento, non raccomandi l’applicazione di restrizioni di viaggi e movimenti internazionali verso le aree interessate da trasmissione di virus Zika, nella nota si ritiene opportuno, sulla base di un principio di estrema precauzione:
1) Informare tutti i viaggiatori verso le aree interessate da trasmissione diffusa di virus Zika o in cui sono segnalati casi di infezione da tale virus, di adottare le misure di protezione individuale per prevenire le punture di zanzara;
2) Consigliare alle donne in gravidanza, e a quelle che stanno cercando una gravidanza, il differimento di viaggi non essenziali verso tali aree.
3) Consigliare ai soggetti affetti da malattie del sistema immunitario o con gravi patologie croniche, il differimento dei viaggio, quantomeno, una attenta valutazione con il proprio medico curante prima di intraprendere il viaggio verso tali aree;
4) Raccomandare ai donatori di sangue, che abbiano soggiornato nelle aree dove si sono registrati casi autoctoni d’infezione di virus Zika, di attenersi al criterio di sospensione temporanea dalla donazione per 28 giorni dal ritorno da tali aree, nell’ambito delle misure di prevenzione della trasmissione trasfusionale.

DOMANDE E RISPOSTE SUL VIRUS ZIKA

 

FAQ - Febbre da virus Zika

Ultimo aggiornamento:  29 gennaio 2016

 

1. Dove è presente in virus Zika?


Il virus Zika è presente nelle regioni tropicali, in grandi popolazioni di zanzare, circola in Africa, nelle Americhe, in Asia meridionale e nel Pacifico occidentale.

Il virus Zika è stato scoperto nel 1947, ma per molti anni sono stati rilevati solo casi sporadici nell’uomo, in Africa e in Asia meridionale. Nel 2007, il primo focolaio documentato di malattia da virus Zika è occorso nel Pacifico. Dal 2013, casi e focolai di malattia sono stati segnalati dal Pacifico occidentale, dalle Americhe e dall'Africa.

Data la diffusione ambientale delle zanzare, facilitata da urbanizzazione e globalizzazione, esiste la possibilità che si verifichino, a livello globale, grandi epidemie urbane di malattia da virus Zika.



2. Come si trasmette il virus Zika?

Il virus si trasmette con la puntura di zanzare del genere Aedes, le stesse che trasmettono la dengue, la chikungunya e la febbre gialla

3. Come si riproducono le zanzare Aedes?

Pungono solo le femmine; si alimentano a intermittenza e preferiscono pungere più di una persona. Una volta che la zanzara femmina si è completamente alimentata, necessita di riposare 3 giorni prima di deporre le uova. Le uova possono sopravvivere fino a 1 anno senza acqua. Una volta che l'acqua è disponibile e, sono sufficienti piccole quantità di acqua stagnante, le uova diventano larve e poi zanzare adulte. Le zanzare si infettano da persone portatrici del virus

4. Dove può sopravvivere la zanzara Aedes?

Ci sono 2 tipi di zanzara Aedes in grado di trasmettere il virus Zika. Nella maggior parte dei casi, Zika si diffonde attraverso la zanzara Aedes aegypti nelle regioni tropicali e subtropicali. La zanzara Aedes aegypti non sopravvive a temperature climatiche più fredde. Anche la zanzara Aedes albopictus può trasmettere il virus. Questa zanzara può ibernare e sopravvivere in aree più fredde

5. Può la zanzara Aedes viaggiare da paese a paese e da regione a regione?

La zanzara Aedes non può volare a più di 400 metri. Ma può inavvertitamente essere trasportata dall’uomo da un luogo ad un altro (ad esempio nei bagagliai delle macchine, con le piante). Se sopravvive al clima della destinazione, potrebbe in teoria essere in grado di riprodursi lì e di introdurre il virus Zika in nuove aree

6. Quali sono i sintomi di infezione da virus Zika?

Il virus Zika di solito provoca una forma lieve di malattia; i sintomi compaiono un paio di giorni dopo che la puntura di una zanzara infetta. La maggior parte delle persone con malattia da virus Zika presenta febbricola e rash cutaneo, si possono presentare anche congiuntiviti, dolori muscolari e articolari, e astenia. I sintomi di solito scompaiono in 2-7 giorni

6. Quali potrebbero essere le possibili complicanze del virus Zika?

Poiché non si sono registrate grandi epidemie di virus Zika prima del 2007, si conosce poco attualmente sulle complicazioni della malattia.

Durante il primo focolaio di Zika nel 2013 - 2014 nella Polinesia francese, che ha coinciso anche con un focolaio di dengue, le autorità sanitarie nazionali hanno riportato un insolito aumento della sindrome di Guillain-Barré. Sono in corso le indagini retrospettive in questo senso, compreso il ruolo potenziale del virus Zika e di altri possibili fattori. Un simile incremento di sindrome di Guillain-Barré si è verificato anche nel 2015, nel contesto del primo focolaio di virus Zika in Brasile.

Nel 2015, le autorità sanitarie locali in Brasile hanno anche osservato un aumento di bambini nati con microcefalia, contemporaneamente a un focolaio di virus Zika. Le autorità sanitarie e le agenzie stanno ora indagando sul potenziale collegamento tra microcefalia e virus Zika, oltre ad altre possibili cause. Tuttavia sono necessarie ulteriori indagini e ricerche prima di essere in grado di capire il possibile collegamento.

La Sindrome di Guillain-Barré è una condizione in cui il sistema immunitario attacca una parte del sistema nervoso. Essa può essere causata da un certo numero di virus e può colpire persone di qualsiasi età. Quello che innesca esattamente la sindrome non è noto. I sintomi principali sono debolezza muscolare e formicolio alle braccia e alle gambe. Gravi complicazioni possono verificarsi se sono colpiti i muscoli respiratori, che richiedono il ricovero in ospedale. La maggior parte delle persone affette da sindrome di Guillain-Barré guarisce, anche se alcuni possono continuare ad avvertire sintomi come la debolezza.



7. Le donne gravide devono preoccuparsi del virus Zika?

Le autorità sanitarie stanno attualmente indagando sul potenziale legame tra virus Zika nelle donne in gravidanza e microcefalia nei loro bambini. Fino a quando non si saprà di più, le donne in gravidanza o che stanno pianificando una gravidanza dovrebbero fare molta attenzione e proteggersi dalle punture di zanzara.

Le donne incinte che sospettano di avere la malattia da virus Zika, devono consultare il medico per un attento monitoraggio durante la gravidanza.



8. Che cosa è la microcefalia?

La microcefalia è una rara condizione in cui un bambino ha, anormalmente, una testa piccola, dovuta ad un anomalo sviluppo del cervello del bambino nel grembo materno o durante l'infanzia. Neonati e bambini con microcefalia hanno spesso problemi cerebrali durante la crescita.

La microcefalia può essere causata da una varietà di fattori ambientali e genetici come la sindrome di Down; esposizione a droghe, alcool o altre tossine nel grembo materno; e da infezione da rosolia in gravidanza.



9. Come si cura la malattia da virus Zika?

Il trattamento è sintomatico e consiste in farmaci per alleviare il dolore e la febbre, il riposo e bere tanta acqua. Se i sintomi peggiorano, consultare un medico. Non esiste un vaccino specifico contro il virus.

10. Come viene diagnosticata la malattia da virus Zika?

Per la maggior parte delle persone con diagnosi di malattia da virus Zika, la diagnosi si basa sui sintomi e sull’anamnesi recente (quali punture di zanzara o viaggi in una zona affetta). Un laboratorio può confermare la diagnosi con esami del sangue.

11. Che cosa posso fare per proteggermi?

La migliore protezione dal virus Zika è prevenire le punture di zanzara. Prevenire le punture di zanzara proteggerà le persone dal virus Zika, e da altre malattie che sono trasmesse dalle zanzare come la dengue, chikungunya e febbre gialla.

Questo può essere fatto utilizzando un repellente per insetti; indossando abiti (preferibilmente di colore chiaro), che coprano il corpo il più possibile; utilizzando schermi a porte e finestre e dormendo sotto zanzariere. E' anche importante mantenere vuoti e puliti, o coperti, contenitori che possono contenere anche piccole quantità di acqua come secchi, vasi da fiori o pneumatici, in modo che i luoghi in cui le zanzare si riproducono vengano rimossi.



12. E' sicuro viaggiare verso Paesi in cui il virus Zika è circolante?

I viaggiatori devono essere informati relativamente al virus Zika e alle altre malattie trasmesse da zanzare e consultare le autorità sanitarie.

Per proteggersi dal virus Zika e da altre malattie trasmesse dalle zanzare, si dovrebbe evitare di essere punti dalle zanzare, adottando le misure sopra descritte. Le donne che sono in gravidanza o che stanno pianificando una gravidanza dovrebbero seguire queste raccomandazioni e consultare anche le autorità sanitarie se si viaggia verso una zona con un'epidemia di virus Zika in corso.

Sulla base delle evidenze disponibili, l'OMS non raccomanda alcuna restrizione a viaggi o commerci internazionali a causa di epidemie da virus Zika.

Come misura precauzionale, alcuni governi, compresa l’ITALIA, hanno fornito misure di sanità pubblica e raccomandazioni ai viaggiatori, sulla base della valutazione dei fattori di rischio e delle evidenze disponibili.



13. El Niño può avere un effetto sul virus Zika?

Le zanzare Aedes aegypti proliferano in acqua stagnante. Grave siccità, inondazioni, forti piogge e aumenti di temperatura sono tutti effetti noti di El Niño - un riscaldamento dell'Oceano Pacifico centro-orientale tropicale. È atteso un aumento di zanzare a causa della favorevole estensione dei siti di riproduzione.

Possono essere adottate misure per prevenire e ridurre gli effetti sulla salute di El Niño, in particolare riducendo le popolazioni di zanzare che diffondono il virus Zika.

OMS e partner stanno collaborando per fornire sostegno ai ministeri della sanità per:

  • incrementare la preparazione e la risposta a El Niño
  • rafforzare qualsiasi azione che aiuti a controllare le popolazioni di zanzare come la riduzione alla sorgente, misure che riguardano i principali luoghi di riproduzione delle zanzare, distribuzione di larvicidi (insetticidi specificamente mirati contro la fase di vita larvale della zanzara Aedes) per il trattamento dei siti d'acqua che non possono essere trattati in altri modi (pulizia, svuotamento, copertura) ecc.
  • rafforzare la sorveglianza dei vettori (per esempio, il numero di siti di riproduzione in una zona, la percentuale di siti ridotti)
  • monitorare l'impatto delle azioni per controllare le popolazioni di zanzare.

Anche singole famiglie possono contribuire a ridurre le popolazioni di zanzare. I contenitori che possono contenere anche piccole quantità di acqua come secchi, vasi da fiori o pneumatici usati devono essere svuotati, puliti o coperti in modo che le zanzare non li possano utilizzare per riprodursi (anche durante una grave siccità).



14. Quali lacune si devono superare per conoscere il virus Zika?

I temi chiave da affrontare nella comprensione della malattia da virus Zika sono:

  • caratteristiche epidemiologiche del virus, ad esempio, il suo periodo di incubazione, il ruolo che giocano le zanzare nella trasmissione del virus e la sua diffusione geografica
  • contromisure sanitarie potenziali (compresi trattamenti e vaccini) che possono essere sviluppate
  • In che modo il virus Zika interagisce con altri arbovirus (virus che vengono trasmessi da zanzare, zecche e altri artropodi,, come la dengue
  • sviluppo di più specifici test diagnostici di laboratorio per virus Zika che possono ridurre le diagnosi errate che si verificano a causa della presenza di dengue o altri virus in un campione.



15. Che cosa sta facendo l’OMS?

L’OMS sta collaborando con i paesi per:

  • definire e dare priorità alla ricerca della malattia da virus Zika coinvolgendo esperti e partner
  • rafforzare la sorveglianza del virus Zika e possibili complicanze
  • rafforzare la capacità di comunicazione del rischio per aiutare i paesi a raggiungere gli impegni assunti nell'ambito del regolamento sanitario internazionale
  • fornire formazione sulla gestione clinica, la diagnosi e il controllo del vettore anche attraverso una serie di WHO Collaborating Centres
  • rafforzare la capacità dei laboratori per rilevare il virus
  • supportare le autorità sanitarie per implementare le strategie di controllo dei vettori volte a ridurre le popolazioni di zanzare Aedes come la fornitura di larvicidi per il trattamento di siti di acqua stagnante che non possono essere trattati in altro modo, come la pulizia, lo svuotamento, e le coperture
  • preparare raccomandazioni per la cura clinica e il follow-up di persone con il virus Zika, in collaborazione con esperti e altri enti sanitari.

 

 

Organizzazione Mondiale della sanità

Traduzione: Ministero della salute, D.G.Prevenzione sanitaria

 

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Zika, possibile trasmissione per via sessuale durante la fase sintomatica

Medicina scienza e ricerca

Zika, possibile trasmissione per via sessuale durante la fase sintomatica

Il virus può trovarsi anche nello sperma, per cui la trasmissione sessuale è rara ma non impossibile. La trasmissione dell’infezione avviene solo durante il periodo di viremia, quando la persona è sintomatica, per cui basta usare adeguate precauzioni nei giorni seguenti all’esposizione

di Redazione Aboutpharma Online 3 febbraio 2016 

 

È raro ma non impossibile. È di oggi la notizia che il virus Zika possa essere trasmesso non solo tramite la puntura di una zanzara ma anche sessualmente. A Dallas infatti il Centro per il controllo delle malattie (Cdc) alla Bbc, ha riferito del un contagio di una persona che non aveva effettuato viaggi nelle aree contagiate dal virus, ma il cui partner era appena ritornato dal Venezuela.

“Il virus Zika nella sua fase acuta è presente nel sangue e quindi è possibile che sia anche nello sperma” spiega all’Adnkronos Salute Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive parassitarie e immunomediate dell’Istituto superiore di sanità (Iss). “È raro ma potrebbero esserci altri casi come quello segnalato a Dallas dai Cdc americani, su cui però dovrebbero essere fatti approfondimenti. È possibile quindi che una persona che ha viaggiato nei Paesi colpiti da Zika possa al ritorno trasmettere, durante un rapporto sessuale, il virus al partner. La raccomandazione è di astenersi per alcuni giorni dall’attività sessuale”, dal momento che la viremia dura poco”.

“Per quanto riguarda lo sviluppo del vaccino invece – continua Rezza – non si produce in un giorno, ci sono ricercatori che ci stanno lavorando e qualcosa inizia a muoversi”.

“Il contagio del virus per via sessuale deve essere ulteriormente approfondito per comprendere le condizioni, quante volte o con che probabilità si possa verificare una trasmissione simile” spiega all’AdnKronos Salute da Ginevra il portavoce dell’Organizzazione mondiale della sanità, Gregory Hartl. “Siamo consapevoli che la notizia di un caso di trasmissione per via sessuale del virus desti preoccupazione”.

“Abbiamo anche bisogno di sapere se altre vie di trasmissione del virus sono possibili” prosegue Hartl. “Per il momento la zanzara è ancora il mezzo di trasmissione preponderante, ed è qui che dobbiamo concentrare i nostri sforzi. Le autorità sanitarie devono agire per eliminare le zanzare e i siti di riproduzione, mentre i singoli individui possono adottare interventi per proteggere se stessi, come repellenti, insetticidi, abiti lunghi e coprenti e cortine per i letti”.

La trasmissione del virus  Zika per via sessuale non è comunque una novità. “È  già stata dimostrata in almeno un caso prima del recente report nordamericano. Tanto che già le autorità sanitarie consigliano l’uso del profilattico al ritorno dai Paesi endemici per Zika, per almeno un mese”. Come spiega all’AdnKronos Salute Emanuele Nicastri, l’infettivologo dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. “Il virus è stato infatti nel sangue, nelle urine e anche nello sperma dei pazienti affetti da questa infezione. Per cui vi era già un sospetto, nel primo caso poi dimostrato, di trasmissione sessuale, proprio per l’evidenza del virus nel liquido spermatico”.

La  trasmissione dell’infezione comunque avviene solo durante il periodo di viremia, quando la persona è sintomatica. Zika infatti non dovrebbe essere come l’Hiv che rimane infettivo.

 

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Virus Zika, l’appello Onu ai paesi colpiti: cambiare le leggi che limitano aborto e contraccezione

Sanità e Politica

Virus Zika, l’appello Onu ai paesi colpiti: cambiare le leggi che limitano aborto e contraccezione

Secondo l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra'ad Al Hussein, le norme restrittive andrebbero modificate con urgenza

di Redazione Aboutpharma Online 5 febbraio 2016

 

Rimuovere le restrizioni che limitano l’aborto e la contraccezione nei paesi colpiti dal virus Zika. È l’appello dell’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein, che sta rimbalzando sui media internazionali.

“Le leggi e le politiche che limitano l’accesso a questi servizi dovrebbero essere urgentemente riesaminate in conformità con i diritti umani, al fine di garantire, in pratica, il diritto alla salute per tutti”, ha dichiarato il commissario. Il virus Zika, infatti, è sospettato di provocare microcefalia nei feti delle donne contagiante nel corso della gravidanza.

La richiesta ai Governi è di cambiare le leggi che limitano aborto e contraccezione, in considerazione dei rischi legati all’emergenza. “Come possono chiedere a queste donne di non rimanere incinte e non offrire anche la possibilità, se lo desiderano, di interrompere una gravidanza?”, ha detto il portavoce del Commissario delle nazioni Unite, Cecile Pouilly, riferendosi a Paesi come El Salvador che considerano reato l’aborto.

L’interruzione di gravidanza è consentita solo in casi limitati (rischio di morte per la madre e stupro) in Brasile, dove i casi di bambini nati con microcefalia sono aumentati in maniera esponenziale dopo l’epidemia di Zika, con 4 mila bambini nati con la grave malformazione negli ultimi 4 mesi.

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Zika, l’Ema istituisce una task force: supporto a chi fa ricerca contro il virus

Legal & Regulatory

 

Zika, l’Ema istituisce una task force: supporto a chi fa ricerca contro il virus

Il gruppo di lavoro sarà disponibile per fornire consulenza su ogni aspetto scientifico e regolatorio per la ricerca e lo sviluppo di farmaci o vaccini contro il virus

di Redazione Aboutpharma Online 8 febbraio 2016

 

Una task force di esperti con conoscenze specialistiche su vaccini, malattie infettive ed altre competenze rilevanti per contribuire alla risposta globale alla minaccia dell’infezione del virus Zika. È l’iniziativa annunciata oggi dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Il gruppo sarà disponibile per fornire supporto su ogni aspetto scientifico e regolatorio per la ricerca e lo sviluppo di farmaci o vaccini contro il virus.
“Non ci sono al momento vaccini o farmaci approvati o sottoposti a studi clinici, per proteggere o trattare l’infezione del virus Zika. L’Agenzia – si legge in un comunicato – sta incoraggiando chi sviluppa farmaci a contattare Ema se ha progetti promettenti in questa area. Ema si metterà inoltre in contatto in maniera proattiva con le aziende che stanno già pianificando di lavorare su vaccini sperimentali ed offrirà consulenza scientifica e normativa”.
Le aziende possono chiedere una consulenza scientifica (Scientific Advice) all’Ema sui test e sugli studi appropriati, richiesti nello sviluppo dei loro prodotti. “Un’interazione precoce e regolare con l’agenzia può accelerare in maniera significativa lo sviluppo di farmaci. Anche la Procedura Europea ai sensi dell’articolo 58 del Regolamento CE 726/2004 fornisce l’opportunità di dare un’opinione scientifica su trattamenti destinati principalmente all’ uso in paesi non europei, collaborando a stretto contatto con l’Organizzazione mondiale della sanità ed esperti di tali paesi”, conclude l’agenzia.

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Vaccini, fidarsi è meglio: i “falsi miti” mettono in pericolo la salute di tutti

Medicina scienza e ricerca

Vaccini, fidarsi è meglio: i “falsi miti” mettono in pericolo la salute di tutti

Il calo delle coperture vaccinali preoccupa gli esperti. Si rischia il “ritorno” di malattie infettive che grazie alla prevenzione possono essere eliminate. Pesa lo scetticismo sulle vaccinazioni, alimentato spesso da luoghi comuni e informazioni infondate

di Redazione Aboutpharma Online 8 febbraio 2016

 

Se la prevenzione arretra, le malattie infettive avanzano pericolosamente. Dalla meningite al morbillo, la vaccinazione è considerata l’unica arma efficace per tutelare la salute di tutti. Ma i luoghi comuni sulla presunta pericolosità o inutilità di vaccini alimentano scetticismo e diffidenza. E i tassi di copertura vaccinale in Italia continuano a scendere, ha ricordato di recente il ministero della Salute.

L’allarme meningite in Toscana
A riportare al centro dell’attenzione il tema dei vaccini sono (anche) le notizie preoccupanti che arrivano in questi giorni dalla Toscana: 10 casi di meningite dall’inizio dell’anno; 38 nel 2015, inclusi 9 decessi. Ne abbiamo parlato con Rino Rappuoli, uno dei massimi esperti di vaccini a livello internazionale nonché amministratore delegato di Gsk Vaccines: “Il meningococco C – spiega Rappuoli – arriva in una Regione, si diffonde fra la popolazione e provoca un alto numero di casi per 10-15 anni. È ciò che sta accadendo in Toscana, ma anche in Normandia, in Argentina o in Brasile. Oppure in Inghilterra, con il meningococco B, o in Cile e Colombia con il meningococco W. La mortalità è alta (dal 10 al 25%) perché la malattia si evolve troppo rapidamente e quando si arriva a riconoscerla gli antibiotici sono già inefficaci. L’unica cosa che si può fare è prevenirla e l’unica arma è il vaccino”.

Che il vaccino sia in grado di “eliminare il rischio” è stato “dimostrato in tutto il mondo”, sottolinea lo scienziato, rievocando l’esperienza dell’Inghilterra di alcuni anni fa: “Nel 2000 siamo stati chiamati a usare il nuovo vaccino anti-meningococco C in Inghilterra, dove il batterio stava dilagando. Si trattava di circa 1.500 casi all’anno. Abbiamo vaccinato tutta la popolazione dai due mesi ai 18 anni. I casi sono spariti quasi del tutto e vaccinando la popolazione più giovane abbiamo bloccato la diffusione del batterio verso le persone di età più adulta non vaccinate”. E se la Toscana non avesse avviato dieci anni fa la vaccinazione anti-meningococco C per tutti i nuovi nati, oggi i numeri sarebbero ancora più allarmanti. “Invece – sottolinea Rappuoli – i casi si collocano tutti oltre una certa fascia d’età”.

“Se smettiamo di vaccinare, le malattie ritornano”
“Non vaccinare è pericoloso”, dice Rappuoli, e non solo per la meningite. Il calo delle vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia (nessuna Regione italiana raggiunge la soglia “raccomandata” del 95%) è un “dato preoccupante”. Il rischio? Il ritorno di malattie che in realtà “spariscono” grazie ai vaccini. “Negli Stati Uniti – spiega l’esperto – non esistono più casi endogeni di morbillo, gli unici che si verificano vengono importati dall’estero e colpiscono dove c’è una popolazione non vaccinata, come in alcune comunità religiose che rifiutano i vaccini”.

Convinzioni e “falsi miti” sui vaccini sono stati elencati alcuni mesi fa dalla Società italiana di pediatria (Sip). Uno di questi, pronunciato da una ipotetica “mamma diffidente”, dice: “Perché dovrei vaccinare mio figlio per malattie scomparse o quasi?”. “È una domanda comprensibile – commenta Rappuoli – perché le mamme di oggi fortunatamente non hanno mai visto difterite, tetano, morbillo e così via. Ma se smettiamo di vaccinare, le malattie ritornano. L’unica che non può ritornare è il vaiolo, che è stata eradicata. Ai genitori bisognerebbe dire: se oggi viviamo in media 35-40 anni in più di quanto si viveva un secolo fa è perché grazie ai vaccini abbiamo eliminato le malattie infettive che ci uccidevano”.

Vaccini e autismo
Da smentire categoricamente, secondo l’esperto, è anche il più famoso dei falsi miti: la correlazione fra vaccini e autismo. “Studi scientifici serissimi – sottolinea lo scienziato – hanno provato e riprovato, decine di volte, che non c’è alcun legame. La cosa più abominevole è l’aver cavalcato questa teoria in modo assolutamente anti-etico o addirittura per speculare economicamente con cause legali e richieste di risarcimenti”. Con ricadute pericolose per la salute: “La famosa teoria di Wakefield determinò in Inghilterra un calo drastico delle vaccinazioni. Si ricominciò a morire di morbillo e fu necessaria una campagna vaccinale straordinaria in tutto il Paese. Davvero si deve arrivare a questo per comprendere l’importanza dei vaccini?”, chiede Rappuoli.

Gli “ingredienti pericolosi”
Alcuni falsi miti screditano i vaccini per “come sono fatti”. In cima alla lista dei falsi miti stilata della Sip, si legge: “I vaccini contengono ingredienti e additivi pericolosi”. Ne abbiamo parlato con Marco Ercolani, Medical & Scientific Director di Sanofi Pasteur MSD: “I vaccini sono prodotti biologici composti da più elementi. C’è innanzitutto l’antigene, la parte attiva che determina la risposta protettiva del nostro sistema immunitario. Insieme all’antigene, sono presenti un liquido di sospensione (spesso acqua distillata sterile o soluzione fisiologica sterile), conservanti come ad esempio minime quantità di antibiotici (ad esempio la neomicina) utilizzati per garantire la sterilità del prodotto e stabilizzanti, come l’albumina e la gelatina, che impediscono la degradazione del vaccino. Inoltre alcuni vaccini contengono  minime quantità di sostanze adiuvanti, che consentono di avere una idonea risposta immunitaria al tipo di antigene somministrato.: Il più comune è il sale di alluminio, che è  estremamente sicuro. L’uso di conservanti a base di mercurio fu abbandonato nel 2002. Ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che non esistono prove che la minima quantità di questi conservanti, utilizzata in passato in alcuni vaccini, comportasse rischi per la salute”.

Una filiera sicura
Ma come viene garantita la sicurezza dai vaccini sin dalle prime fasi del loro sviluppo? “I vaccini sono fra i medicinali più controllati in assoluto – spiega Ercolani – ed arrivano in commercio dopo un lungo periodo di sviluppo clinico, tra i 10 ed i 12 anni, in cui sicurezza e tollerabilità sono ampiamente verificate e dimostrate su migliaia di soggetti.  Tutte le aziende produttrici sono tenute a rispettare le Good Manifacture Practice (GMP), un insieme di norme definite dagli enti regolatori per garantire standard di qualità. E il rispetto di queste regole viene verificato con ispezioni periodiche dalle autorità competenti”. Un ciclo di produzione dei vaccini può durare fino a due anni e richiede controlli di qualità su ogni singolo lotto, effettuati sia dal produttore che da laboratori esterni (Official Medicines Control Laboratories) per l’Italia  l’Istituto Superiore di Sanità. “Si pensi – sottolinea Ercolani – che i controlli di qualità occupano il 70% del tempo totale di produzione”. E non solo: “Una volta arrivati in commercio, la sorveglianza post-marketing sui vaccini è più intensa rispetto ai farmaci. Nel caso dei vaccini si registrano anche gli eventi avversi non gravi ed attesi. Questo permette di monitorare sul campo, cioè su milioni di soggetti, la loro sicurezza”.

Effetti collaterali gravi?
Infine, tra i falsi miti, la paura di presunti effetti collaterali gravi. “La maggior parte degli eventi avversi da vaccini – spiega Ercolani – è di scarsa rilevanza, quelli gravi sono rarissimi. È molto più probabile essere affetti da una malattia prevenibile con il vaccino che avere una reazione grave da vaccino: ad esempio il morbillo può determinare un caso di encefalite ogni 1000 persone affette. Il rischio di encefalite post-vaccino? È stimato essere tra uno su un milione ed uno su due milioni e mezzo, frequenza peraltro non dissimile da quella che si rileva nella popolazione generale senza fattore di rischio. Oppure: il rischio di reazione allergica grave con il vaccino per morbillo-parotite-rosolia è di uno su un milione. Se vogliamo semplificare, il rischio di essere colpiti da un fulmine per strada durante un temporale sapete quant’è? Uno su diecimila, quindi cento volte più alto. Il problema semmai è la percezione del rischio: i vaccini sono generalmente somministrati a soggetti in buona salute, quindi per le persone l’accettabilità dell’evento avverso – a differenza dei farmaci che curano una malattia – è davvero bassissima”.

A rimarcare la sicurezza da vaccini è, infine, Rino Rappuoli: “La paura di effetti collaterali gravi è atavica. I primi vaccini, sviluppati un secolo fa, avevano effetti collaterali pesanti (ad esempio l’anti-polio orale). Ma oggi non si usano più. La cosa ‘peggiore’ che può verificarsi? Qualche linea di febbre, un po’ di dolore sul punto dell’iniezione o rarissime allergie come per tutti i farmaci”.

 

 

Nei Paesi in via di sviluppo un dollaro speso per i vaccini ne “rende” 44

E' la stima dei minori costi per il sistema salute e di Pil in più prodotto da persone che non si ammalano grazie alla profilassi

di Redazione Aboutpharma Online 8 febbraio 2016

 

Ogni dollaro speso per incrementare le vaccinazioni nei Paesi in via di sviluppo ne rende 44 in termini di minori costi e in Pil prodotto da persone che altrimenti non sarebbero in salute. Lo afferma uno studio della Bloomberg School of Public Health di Baltimora pubblicato dalla rivista Health Affairs.
I ricercatori hanno stimato i costi e i benefici dei programmi di vaccinazione per le dieci malattie più diffuse in 96 paesi a medio e basso reddito nel mondo tra il 2011 e il 2020 usando due approcci.
Nel primo si è tenuto conto solo dei costi di trattamento e trasporto dei malati di patologie prevenibili, oltre che della produttività persa da familiari e altre persone che assistono il malato. Il secondo invece ha stimato anche il valore di una persona che vive più a lungo e in salute grazie alla vaccinazione. Al costo del vaccino sono stati invece aggiunti quelli per il trasporto e la somministrazione. Tra il 2011 e il 2020 il costo totale dei programmi di immunizzazione nei 94 paesi studiati è stimato in 34 miliardi di dollari. Con il primo approccio si eviterebbero costi per 686 miliardi di dollari, mentre il beneficio correlato al secondo approccio è stimato in 1,5 miliardi di dollari.

 

 

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Un test per rilevare le ferite infette in tempo reale

Medicina scienza e ricerca

Un test per rilevare le ferite infette in tempo reale

Ricercatori della George Washington University scoprono un metodo a basso costo per rintracciare la presenza di alcuni batteri senza attendere l'esito della coltura. L'esame potrà permettere anche un uso più appropriato degli antibiotici, limitando la comparsa di resistenze

di Redazione Aboutpharma Online 8 febbraio 2016 

 

Nuovo test fai-da-te per scoprire in meno di un minuto se una ferita è infetta o meno. L’ha messo a punto un team di ricercatori della George Washington University che ha inventato il metodo per identificare le molecole prodotte da batteri (es. Pseudomonas) che solitamente infettano le ferite croniche. Gli esperti, coordinati da Victoria Shanmugam, hanno testato un sensore elettrochimico, economico e monouso, che rivela immediatamente la presenza dei batteri localizzando la piocianina (un pigmento antiobitico prodotto dal batterio e che rende blu le ferite infettate). Tale test ha permesso di identificare correttamente la presenza del microrganismo nel 71% dei casi e la sua assenza il 57% delle volte. La scoperta, nella sua semplicità, spalanca le porte a notevoli vantaggi terapeutici. “Poter rilevare lo Pseudomonas e altri organismi infettivi al momento della visita clinica – dice Victoria Shanmugam – migliorerà di molto la nostra capacità di prenderci cura dei pazienti. Non dovremo aspettare i risultati della coltura (almeno 24 ore) prima di decidere se e quale antibiotico usare”. Il metodo potrebbe offrire un nuovo strumento ai medici per rilevare infezioni alle ferite già al letto del paziente scegliendo, invece di antibiotici a largo spettro, dei farmaci più specifici e in tempi più rapidi, con costi minori e riducendo la possibile resistenza agli antibiotici.

 

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Trapianti, nel 2015 in aumento donazioni e interventi

Sanità e Politica

 

Trapianti, nel 2015 in aumento donazioni e interventi

Presentati oggi i dati del Sistema informativo trapianti. A crescere è anche la sensibilità degli italiani: quasi mille cittadini al giorno hanno detto "sì" alla donazione registrando la dichiarazione di volontà all'anagrafe del comune di residenza

di Redazione Aboutpharma Online 17 febbraio 2016

 

Aumentano in Italia i donatori di organi, i trapianti eseguiti e – con un enorme balzo in avanti – il numero di italiani che si esprime a favore della donazione. A dirlo, a proposito del 2015, sono i dati del Sistema informativo trapianti presentati oggi al ministero della Salute. L’anno scorso, infatti, il totale di pazienti trapiantati ha raggiunto quota 3.317: il 2% in più rispetto al 2014 e un +7% rispetto al 2013. Le donazioni, sia da cadavere che da vivente, sono passate dalle 1443 del 2014 a 1494 (51 in più). Il 2015 è anche l’anno in cui sono stati raccolti i frutti della campagna “Una scelta in Comune”, l’iniziativa promossa dal ministero della Salute con Federsanità Anci per la registrazione della dichiarazione di volontà sulla donazione degli organi al momento del rilascio (o rinnovo) della carta d’identità. Sono stati 104.571 gli italiani che, all’ufficio anagrafe del comune di residenza, hanno espresso la loro volontà (positiva nel 92% dei casi). Nel 2014 erano appena 15.137, mentre i comuni che hanno attivato la procedura sono passati da 23 a 454. In media, sono state raccolte nel 2015 mille dichiarazioni al giorno. Secondo il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, “bisogna rafforzare la collaborazione con le amministrazioni comunali perché queste possono aiutarci a veicolare i progetti di buona sanità” e, più in generale, “lavorare per ottimizzare e migliorare sempre di più il sistema dei trapianti in Italia che è un eccellenza riconosciuta in tutto il mondo”.

“È stato un anno positivo – commenta Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti – perché c’è un aumento del numero delle donazioni e dei trapianti, è cominciata l’attività di donazione a cuore fermo, le liste di attesa sono stabili il che è un segno fortemente positivo e anche la sopravvivenza dei pazienti dopo l’intervento è positiva. Il sistema conferma la sua eccellenza. Ci sono ancora molte differenze sulle donazioni fra Nord e Sud, ma molte Regioni del Sud stanno crescendo”.

 

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I dati nel dettaglio

L’intera attività trapiantologica cresce complessivamente, ma con alcune peculiarità: cuore e fegato hanno registrato un buon incremento, arrivando rispettivamente a 246 (19 in più rispetto al 2014) e 1067 interventi (10 in più rispetto al 2014). I trapianti di rene sono stati 1.877, in aumento grazie agli interventi eseguiti da donatori viventi. Il polmone ha subìto una leggera inflessione (112 nel 2015; 126 nel 2014) mentre il pancreas risulta in crescita (50 nel 2015; 43 nel 2014). Altrettanto positiva l’attività trapiantologica per i tessuti e le cellule staminali emopoietiche; per quest’ultime, sono stati 704 i trapianti da donatore non familiare adulto (+11 rispetto al 2014) e in aumento quelli da donatore familiare semi-compatibile (“aploidentico”).

Sono stati 2.332 gli accertamenti di morte con criteri neurologici (nel 2014 erano stati 2.349); il numero dei donatori offerti alla rete trapiantologica è pari a 1.388 (+ 5 rispetto all’anno precedente). Il totale dei donatori utilizzati a scopo di trapianto è stato 1.170 (contro i 1174 del 2014); questa lieve oscillazione è imputabile agli elevati standard di sicurezza che caratterizza il nostro sistema.

Scende la percentuale delle opposizioni alla donazione nel 2015, pari al 30.6% rispetto al 31% dell’anno precedente. Crescono i donatori di tessuti, con particolare riferimento alla cornea (7553 nel 2015 contro i 7449 nel 2014), di cui il nostro Paese è primo in Europa. In aumento anche i donatori volontari iscritti al Registro IBMDR (469.000 nel 2015).

La “donazione da vivente” ha registrato un notevole incremento: 301 sono state quelle di rene e 23 sono state quelle di fegato (contro le 18 del 2014). Per le donazioni di rene da vivente, il 2015 ha consentito di raggiungere un vero e proprio record, sfondando per la prima volta la soglia dei 300 prelievi (+50 rispetto al 2014, +74 rispetto al 2013 e +109 rispetto al 2012).

L’altra innovazione del 2015 ha riguardato la donazione a cuore fermo; nell’anno appena concluso sono state 6 le donazioni eseguite “a cuore fermo”, modalità che richiede il pieno rispetto dei 15 minuti di “no touch period” prima di procedere al prelievo. Grazie alle sei donazioni a cuore fermo sono stati eseguiti 12 trapianti.

A fine dicembre 2015 i pazienti in lista di attesa erano 9.070; la maggior parte di questi in lista di attesa per ricevere un trapianto di rene (6.765); rispetto agli altri organi, al paziente è offerta la possibilità di iscriversi in più liste d’attesa per il rene. Sono 1.072 i pazienti iscritti in lista per il fegato, 731 per il cuore e 383 per il polmone. Vi è una sostanziale stabilità dei dati di lista, dovuti ad un maggiore equilibrio, rispetto al passato, tra i flussi di entrata e di uscita. Nell’anno 2015, con variazioni per singolo organo, sono stati tra il 70% e l’80% i pazienti usciti dalle liste di attesa con un trapianto.

 

 

 

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I camici bianchi confermano lo sciopero: segnali di apertura dal ministro, ma servono atti concreti

Sanità e Politica

I camici bianchi confermano lo sciopero: segnali di apertura dal ministro, ma servono atti concreti

Lo comunica l'intersindacale a seguito del confronto di oggi con il ministro Lorenzin.

di Redazione Aboutpharma Online 18 febbraio 2016

 

“Nell’attesa di atti e segnali concreti”, lo sciopero generale dei camici bianchi del 17 e 18 marzo rimane confermato. A comunicarlo è l’intersindacale dei medici di medicina generale a seguito del confronto odierno con il ministro Lorenzin. “Contratto e convenzioni, sono da attivare subito – spiega la nota rilasciata dell’intersindacale – costituendo irrinunciabili strumenti di governo, anche della spesa, e di innovazione organizzativa”. Non sono mancati però segnali di apertura. “Il ministro ha dato la propria disponibilità all’attivazione di tavoli tecnici, anche interministeriali, che affrontino le ragioni che oggi rendono insostenibile la situazione dei medici, e dei dirigenti sanitari”. Molti i temi caldi rimarcati al ministro dalle organizzazioni: dalla sospensione degli effetti o ritiro del decreto “appropriatezza”,  all’applicazione della Legge sull’orario di lavoro e al superamento del precariato,  dalla riforma del sistema di formazione medica, alla definizione di requisiti di accreditamento omogenei per il settore pubblico e quello privato. “Le organizzazioni Sindacali e il Ministro hanno concordato sulla necessità di aprire un processo che porti al riconoscimento da parte del Governo del ruolo e del valore del lavoro dei medici, e degli altri professionisti del Ssn, insieme con quello della sanità pubblica”.

 

 SCIOPERO GENERALE 17 E 18 MARZO 2016 MANIFESTO PER #LABUONASANITA’       

PREMESSA Dopo lo sciopero unitario del 16 dicembre 2015, il Governo non ha ancora ritenuto di avviare un confronto con i professionisti per il rilancio della sanità pubblica e la valorizzazione del lavoro di chi quotidianamente garantisce la tutela della salute a milioni di cittadini. Latitano convenzioni e contratti di lavoro, bloccati da oltre sei anni, irrinunciabili strumenti di governo, anche della spesa, e di innovazione dei modelli organizzativi, delle forme retributive, dei contenuti e delle tipologie di lavoro.  Le Organizzazioni sindacali, che non intendono essere spettatrici passive del declino inesorabile della sanità pubblica, sottoposta a continui e pesanti tagli che già peggiorano i dati di salute, tornano a chiedere al Governo di investire sul sistema sanitario pubblico, volano di una filiera produttiva che oggi vale 11 punti di PIL, a partire dalla valorizzazione del suo capitale umano. E di riportare le questioni della sua sostenibilità, della distribuzione non omogenea dei LEA, della specificità di ruolo, status, identità, dei Medici e dei dirigenti sanitari, del futuro dei giovani, della organizzazione del lavoro nell’agenda della politica italiana, dentro una idea ed una azione progettuale. E’ tempo che la politica decida se è ancora un diritto costituzionale la tutela della salute dei cittadini. Ai quali, destinatari del nostro lavoro quotidiano, denunciamo il pericolo che sia vanificato il dettato costituzionale, lasciando le persone più fragili e indifese a subire le malattie come eventi catastrofici. Essere curati secondo i bisogni costituisce un limite etico, civile e sociale oggi fortemente minacciato e, da qualche parte del nostro Paese, già pericolosamente travalicato. I tagli ai servizi che limitano l’accesso alle cure per fasce crescenti di cittadini, salvo pagarli a caro prezzo, lasciano soli coloro che, tutti i giorni e tutte le notti, garantiscono la esigibilità di un diritto costituzionalmente tutelato, a reggere il fronte di una domanda crescente e complessa con risorse decrescenti, esposti alla delegittimazione sociale ed a rischi sempre meno sostenibili a fronte di retribuzioni bloccate da 6 anni.  Il futuro del SSN, che perde pezzi di equità ed universalismo, non dipende solo dal finanziamento, che vede crescere il gap con gli altri paesi europei, ma anche dalla capacità di superare un modello di sanità a pezzi per garantire una omogenea esigibilità del diritto alla salute in tutto il Paese. E dalla inversione della scala delle priorità, che oggi pone la salute agli ultimi posti nelle strategie politiche, dal valore che si attribuisce al lavoro dei professionisti, dal ruolo e dalle responsabilità da assegnare ai Medici, la cui crisi di identità professionale rischia di portarli lontano da ciò che interessa la società e da ciò di cui hanno bisogno i cittadini mettendo a rischio quel valore sociale che è nell’esercizio quotidiano di prossimità alle persone, negli ospedali, negli ambulatori, negli studi, nelle case dove vivono, nei luoghi dove lavorano.   UNA NUOVA GOVERNANCE  DELLE ATTIVITA SANITARIE  Il disagio professionale è figlio di un processo che vede i medici, e le professioni, marginalizzati e costretti in matrici organizzative che, il più delle volte, trascurano le competenze e mortificano il merito. L’idea del governo clinico e di un management diffuso mantiene, perciò, le sue buone ragioni, nel prospettare un nuovo modello di organizzazione e gestione delle attività di tutela della salute. Riconoscendo più spazio e più peso alle associazioni di tutela dei cittadini, ai governi dei territori (municipalità, comuni, consorzi di comuni),ai Medici ed alle professioni nell’orientare e supportare le scelte tecniche nella programmazione e valutazione degli obiettivi e dei risultati di salute, partendo dal riconoscimento di una sfera decisionale fondata sulla autonomia e responsabilità professionale. La natura monocratica del management aziendale, la subalternità dell’autonomia tecnico-professionale alle ragioni della gestione economicistica, la discrezionalità connessa al rapporto fiduciario, le procedure di selezione, progressione e verifica delle carriere discrezionali ed autoritarie, non possono più essere il paradigma unico e immutabile. I bisogni dei malati ed i valori professionali, e non la struttura finanziaria, devono essere i motori delle scelte strategiche. La appropriatezza clinica è un valore intrinseco alla professione al quale non intendiamo rinunciare, ma nemmeno subire attraverso atti calati dall’alto. Oggi, Regioni ed Aziende invadono la autonomia e la responsabilità professionale dei medici, per amministrare i loro atti clinici ed imporre ai cittadini prestazioni standardizzate con un generalizzato aumento del ticket. Obbligandoli anche ad usare presidi sanitari decisi da altri, magari al costo più basso a scapito della qualità. Questo comporterà un danno al malato, curato con mezzi inadeguati, e toglierà al medico il controllo sui mezzi che impiega, facendo  ricadere su di lui ogni scadimento dell’assistenza. Solo    se le competenze dei Medici definiscono il giusto equilibrio nel binomio qualità/prezzo, si eviteranno bisturi  che non tagliano, guanti che non proteggono e siringhe che si bloccano. Una politica di efficienza ed ottimizzazione dei costi, per non ridurre la qualità, richiede la applicazione di conoscenze e valori professionali di derivazione clinica. Il blocco del turnover produce ritmi e turni di lavoro spesso insostenibili, mancato rispetto delle pause e dei riposi, a danno di qualità e sicurezza delle cure, milioni di ore lavorative non retribuite e non recuperabili, ferie non godute, impossibilità per i medici più esperti di trasmettere le loro competenze a quelli più giovani, ed una generalizzata riduzione dei servizi. E crescita del numero di medici e dirigenti sanitari disoccupati e precari, una intera generazione di giovani relegata dopo 11-12 anni di formazione in contratti di lavoro atipici che negano i diritti fondamentali del lavoro. Le assunzioni promesse non saranno sufficienti a riportare a regime il sistema, specie se allocate in maniera non rispettosa dei bisogni organizzativi o, peggio ancora, se avvenissero con un aumento dei contratti atipici. E’ ora di aumentare l’occupazione dei giovani e di mettere fine ad un precariato che li priva di futuro e li condanna allo sfruttamento.  

COINVOLGERE IL SSN NELLA FORMAZIONE La crisi del sistema della formazione è finita in un imbuto che produce disoccupazione, lasciando troppi giovani in una sorta di riserva indiana a bassa qualificazione professionale, nella quale pescano soggetti interessati a sviluppare attività sanitarie concorrenziali con il pubblico a costi più bassi, fino a moderne forme di caporalato. O spingendoli a cambiare Paese. Occorre garantire coerenza tra la programmazione della formazione pre e post laurea e le esigenze del sistema sanitario nazionale. E anticipare al periodo formativo l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, anche per assicurare loro un futuro previdenziale. Il regime monopolistico della formazione è il chiavistello con il quale l’Università sta occupando la direzione delle UUOO del SSN, in aziende integrate dilatate da improvvidi provvedimenti legislativi, pur dedicando solo il 30% del tempo di lavoro all’attività clinica. La direzione di tutte le Unità Operative deve essere affidata per pubblico concorso e la attività formativa deve vedere un ruolo attivo dei professionisti operanti nel e per il SSN.         

OSPEDALE E TERRITORIO La riduzione dei posti letto, oggi al di sotto della media europea, avvenuta nel vuoto di politiche attive per le cure primarie, provoca aumento delle liste di attesa e sovraffollamento dei Pronto Soccorso, luoghi simbolo della negazione di diritti costituzionali, che famiglie e medici vivono costretti su fronti opposti. Occorre delineare chiaramente il percorso politico, organizzativo e culturale capace di realizzare il necessario equilibrio ospedale-territorio, non più universi paralleli e separati, attraverso una efficace messa a sistema di diverse modalità assistenziali. Ripensando il ruolo, il modello e la organizzazione del lavoro delle strutture per acuti, in una ottica di sistema, insieme, non prima né dopo, con lo sviluppo di modelli consolidati di cure primarie, in una logica di rete aperta a processi di misurazione e valutazione delle attività e dei loro risultati, in una nuova forma di unità professionale. I nuovi modelli organizzativi ospedalieri derivati dalla industria automobilistica, legittimano, invece, un uso opportunistico delle competenze, in una prospettiva di sanità low cost, una illusione elevata a paradigma di governo.  

Le Organizzazioni sindacali mettono al centro delle loro proposte il diritto alla salute dei cittadini ed il lavoro, che del SSN è un valore fondante. Il lavoro arricchito dall’autonomia e dalla responsabilità derivanti da un percorso formativo di lunghezza e complessità senza pari, e dal valore intrinseco del sapere e del saper fare, potente leva di cambiamento e strumento di governo della sanità. Un pensiero riformatore del sistema sanitario deve essere capace di coniugare soluzioni innovative per il rilancio della sanità pubblica con la declaratoria dei nostri ruoli e delle nostre funzioni, per contare nei processi decisionali ed essere rispettati nelle nostre competenze. La ricerca di compatibilità tra scienza, politica ed economia deve ricontestualizzare la professione, anche ridiscutendone essere e modo di essere, per favorire un sostanziale cambio di paradigma culturale, politico e organizzativo al quale possiamo assicurare, in una logica di cambiamenti reciproci, appropriatezza clinica e qualità professionale.  Un Paese che cambia ha bisogno di un Ssn nuovo, centrato sul suo capitale umano, e di nuovi modelli di sviluppo sanitario e sociale.Non intendiamo lasciare il progetto del futuro della nostra salute a interessati liquidatori fallimentari, ma riconquistare uno spazio politico come interlocutori e come soggetto negoziale, parte della soluzione per garantire una assistenza efficace ad un costo minore, e non del problema, rifiutando il ruolo di controparte del cambiamento.         

 

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Negli Usa il vaccino anti-Hpv ha ridotto di due terzi la presenza del virus

Medicina scienza e ricerca

 

Negli Usa il vaccino anti-Hpv ha ridotto di due terzi la presenza del virus

Il bilancio di dieci anni di immunizzazione in uno studio del Centers for disease control and prevention (Cdc) degli Stati Uniti e pubblicato sulla rivista Pediatrics

di Redazione Aboutpharma Online 22 febbraio 2016

 

Raccomandare il vaccino contro il papillomavirus umano (Hpv), tra i principali responsabili dei tumori della cervice uterina, ha fatto crollare la presenza del virus nella popolazione americana di due terzi in dieci anni. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Pediatrics e realizzato dal Centers for disease control and prevention (Cdc) degli Stati Uniti.

L’analisi ha esaminato i dati sulla prevalenza del virus nelle ragazze e nelle giovani donne tra il 2003 e il 2006, anno di introduzione della raccomandazione, e tra il 2009 e il 2012. Nella fascia tra 14 e 19 anni la presenza del virus è diminuita del 64%, mentre in quella sopra i 20, in cui il tasso di vaccinazione è molto più basso, c’è stata comunque una riduzione del 34%. I numeri, affermano gli autori, sono addirittura migliori di quelli attesi. “Il fatto che vediamo una diminuzione maggiore di quella che aspettavamo coi tassi di vaccinazione che avevamo – scrivono – suggerisce che ci potrebbe essere qualche effetto di ‘immunità di gregge’, e che il vaccino inizia ad essere efficace anche prima di terminare la serie di iniezioni”. Il vaccino per l’Hpv è uno dei più controversi negli Usa, perchè i medici sono riluttanti a consigliarlo per non dover affrontare il tema spinoso della sessualità delle adolescenti,dato che il virus si trasmette per via sessuale.

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In pensione la vecchia ricetta, da 1 marzo sarà elettronica

In pensione la vecchia ricetta, da 1 marzo sarà elettronica

Medici famiglia, vantaggi ma anche aggravio lavoro

27 febbraio, 13:18
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Va in pensione la vecchia ricetta rossa del medico di famiglia: dal primo marzo, infatti, sarà sostituita dalla ricetta elettronica, o 'dematerializzata'. La legge che manda in soffitta i blocchetti rossi del medico, ricorda la Federazione nazionale dei medici di famiglia Fimmg, è in realtà del dicembre 2015 e recepisce un decreto di più di tre anni fa. Dopo alcuni blocchi informatici, il sistema è dunque ora ai nastri di partenza: per prescrivere un farmaco, un accertamento o una visita, il medico si collegherà da ora in poi a un sistema informatico, lo stesso visibile al farmacista che ci consegnerà pillole o sciroppi.


Ma ricetta elettronica non è ancora sinonimo di abolizione della carta. Per ora, infatti, riceveremo dal dottore un piccolo promemoria da consegnare al bancone della farmacia, che permetterà di recuperare la prescrizione anche in caso di malfunzionamenti del sistema o assenza di linea Internet.

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Epatite C, allerta Oms su medicinali contraffatti in circolazione nel Sud Est Asiatico

Legal & Regulatory

 

Epatite C, allerta Oms su medicinali contraffatti in circolazione nel Sud Est Asiatico

L'Organizzazione mondiale della sanità richiama tutti gli Stati e le autorità sanitarie a una maggiore vigilanza sulle catene di approvvigionamento

di Redazione Aboutpharma Online 1 marzo 2016

 

Anche i farmaci innovativi ad alto costo diventano un bersaglio del mercato della contraffazione. Se fino a qualche tempo fa la falsificazione dei farmaci riguardava essenzialmente prodotti come quelli contro le disfunzioni erettili o gli steroidi anabolizzanti, oggi il fenomeno fa registrare un pericoloso salto di qualità. Prodotti contraffatti simili ai farmaci salvavita maggiormente richiesti, come antitumorali o farmaci per la cura dell’epatite C, vengono immessi sul mercato attraverso canali non controllati. A lanciare l’allarme è una nota dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che riporta un comunicato di allerta diramato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) relativo proprio alla circolazione, nel Sud Est Asiatico, di farmaci contro l’epatite C contraffatti.

Il fenomeno è particolarmente significativo soprattutto nei Paesi in via di sviluppo; si tratta spesso di medicinali che non contengono ingredienti attivi, con ingredienti attivi differenti o presenti in qualità o quantità diverse da quelle indicate, a volte del tutto inefficaci o ancor più pericolosi, perché contaminati con sostanze tossiche. Di questi prodotti non è in alcun modo possibile garantire la qualità, la sicurezza e l’efficacia poiché, nella gran parte dei casi, è impossibile identificare da dove provengano, chi li produca, in che modo e con quali ingredienti.

In seguito a questa allerta l’Oms chiede a tutte le autorità regolatorie nazionali la massima attenzione e sorveglianza su questi prodotti specifici. I prodotti identificati come contraffatti sono due “medicinali” utilizzati per il trattamento dell’Epatite C che fanno anche parte della lista Oms dei farmaci essenziali: Sofosbuvir 400mg + Ledipasvir 90mg e Daclatasvir 60mg, messi in vendita con diversi nomi commerciali.

Il comunicato riporta che, nel febbraio 2016, l’Oms è stata allertata da una Ong locale operante in Myanmar che aveva identificato la versione contraffatta dei “medicinali” Ledso e Dakavir, due prodotti che riportavano quale produttore la Pharco Corporation, con sede ad Alessandria d’Egitto. Nel Drug Alert dell’Oms sono riportate anche le foto delle confezioni dei due “falsi”. La Pharco Corporation ha dichiarato di non produrre medicinali contenenti la combinazione Sofosbuvir 400mg + Ledipasvir 90mg, di non produrre nessun prodotto con il nome Ledso o Dakavir e di non produrre attualmente Daclatasvir 60mg.

Non sono state segnalate in questa fase reazioni avverse gravi attribuibili ai prodotti identificati. Tuttavia, l’Oms raccomanda a tutti coloro che dovessero aver assunto uno di questi “medicinali” o che dovessero manifestare una qualsiasi reazione avversa in seguito alla loro assunzione di rivolgersi immediatamente a un operatore sanitario qualificato e di riferire l’episodio alle autorità sanitarie e regolatorie del proprio Paese e al locale centro di Farmacovigilanza.

L’Oms richiama, infine, tutti gli Stati e tutte le autorità sanitarie a una maggiore vigilanza sulle catene di approvvigionamento dei Paesi che possono essere interessati dal traffico di prodotti contraffatti. L’attività di vigilanza dovrebbe includere ospedali, cliniche, farmacie e ogni altro fornitore di medicinali.

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Infiltrazioni mafiose in farmacie, Fofi chiede controlli rigorosi sulle proprietà

Sanità e Politica

Infiltrazioni mafiose in farmacie, Fofi chiede controlli rigorosi sulle proprietà

Il presidente Andrea Mandelli sottolinea come questo aspetto sia sempre stato portato dalla Federazione all'attenzione delle autorità competenti

di Redazione Aboutpharma Online 2 marzo 2016

 

“Dopo le notizie su infiltrazioni mafiose nella proprietà di alcune farmacie scoperte dalla Magistratura, la Federazione degli ordini dei farmacisti (Fofi) evidenzia come il tema della proprietà delle farmacie sia una questione molto delicata”. Ad affermarlo è Andrea Mandelli, presidente della Fofi, che sottolinea come questo aspetto sia sempre stato portato dalla Federazione all’attenzione delle autorità competenti.

“La normativa attuale prevede per l’iscrizione all’Ordine del professionista l’autocertificazione di tutti i requisiti richiesti e l’Ordine provvede al successivo controllo di quanto dichiarato; per l’acquisto delle sedi farmaceutiche si prevede invece il passaggio dal notaio, con gli adempimenti del caso, e la successiva delibera autorizzativa dell’autorità sanitaria locale, che effettua ulteriori controlli – continua – Come i fatti dimostrano, sono comunque possibili episodi di questa natura, e quindi nell’allargare la titolarità delle farmacie a società di capitali come previsto dal Ddl Concorrenza in discussione attualmente al Senato, è necessario porre la massima attenzione e prevedere controlli ancora più rigorosi. Queste criticità sono state autorevolmente confermate dal Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, proprio in occasione della sua audizione in 10a Commissione al Senato sul Ddl Concorrenza”.

Di per sé la farmacia è un bersaglio sensibile: “il rapporto con la pubblica amministrazione e, come hanno detto gli stessi magistrati, la rispettabilità del ruolo, sono elementi che la rendono appetibile per chi ha interesse, per esempio, a riciclare denaro – prosegue Mandelli – Non c’è soltanto la questione del riciclo di proventi illeciti, ma anche il fenomeno sempre più grave della contraffazione farmaceutica da cui finora l’Italia, grazie alla complessiva sicurezza del sistema, è rimasta esente: bisogna che questo non cambi né oggi né mai, soprattutto per la tutela della salute del paziente”.

 

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In Toscana 12 casi di malattia invasiva da meningococco C nel 2016

Regioni

In Toscana 12 casi di malattia invasiva da meningococco C nel 2016

Non si arresta l'ondata di casi di meningiti e sepsi iniziato nel corso del 2015 in alcune aree della Regione. Le raccomandazioni e il punto del ministero della Salute

di Redazione Aboutpharma Online 3 marzo 2016

 

Nel 2016, in Toscana, sono stati registrati 12 casi di malattia invasiva da meningococco C, di cui 4 con esito fatale. Un aumento dei casi di malattia invasiva da meningococco C, meningiti e sepsi, iniziato nel corso del 2015, in alcune aree della Toscana, che si sta protraendo anche nell’anno in corso.

Nel 2015 sono stati segnalati al sistema di sorveglianza nazionale 31 casi, inclusi 6 decessi, contro i 2 del 2014 e i 3 del 2013. A fare il punto una nota del ministero della Salute, che ricorda le iniziative messe in campo dalla regione Toscana: misure di controllo immediate con chemioprofilassi dei casi e indagini epidemiologiche,e una campagna di vaccinazione che progressivamente ha esteso l’offerta vaccinale ad adolescenti, adulti e anziani, essendo stati registrati casi in tutte le fasce d’età.

Sebbene al momento non sia stato registrato un andamento epidemiologico simile anche in altre aree del Paese, il ministero della Salute ha emanato la Circolare n. 5783 del 1° marzo 2016 contenente indicazioni alle Regioni per il rafforzamento della sorveglianza, al fine di monitorare la situazione anche sul restante territorio nazionale e, se necessario, implementare nuove strategie di controllo.

Al momento non si è reputato necessario predisporre particolari raccomandazioni per le persone che si recano per viaggi occasionali nelle aree maggiormente interessate dall’aumento dei casi – si legge nella nota – pur ribadendo che la frequentazione di locali molto affollati, per alcune ore, l’uso di alcol e l’abitudine al fumo durante i periodi con un aumento dei casi di malattia invasiva da meningococco potrebbe aumentare il rischio di contagio attraverso il contatto ravvicinato con potenziali portatori.

Infine, si raccomanda alle Regioni di mettere a disposizione la vaccinazione, con le stesse modalità previste in Toscana, per quei soggetti che si rechino per lunghi e continuativi periodi in Toscana.

 

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L’ormone del parto, ossitocina, come nuovo analgesico contro il dolore

Medicina scienza e ricerca

 

L’ormone del parto, ossitocina, come nuovo analgesico contro il dolore

 

Uno studio ha identificato i 30 neuroni responsabili del rilascio dell'ormone che sarebbero coinvolti nella percezione del dolore, aprendo quindi le porte all’utilizzo dell’ormone come analgesico

di Redazione Aboutpharma Online 4 marzo 2016

 

L’ossitocina, o ormone del parto, potrebbe essere utilizzato in futuro come analgesico. A dimostralo è uno studio appena pubblicato su Neuron che ha portato all’identificazione dei 30 neuroni responsabili del rilascio dell’ormone – noto già per il ruolo che svolge durante il parto,  favorendo le contrazione dell’utero – e coinvolti nella percezione del dolore. I risultati insomma dimostrano che l’ossitocina è coinvolta anche nella percezione del dolore infiammatorio. La ricerca, frutto di un gruppo di lavoro internazionale al quale ha partecipato anche l’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano, apre quindi la strada all’utilizzo di tale ormone come analgesico.

“La ricerca ha permesso per la prima volta di identificare i neuroni responsabili del rilascio dell’ossitocina da cui dipende la regolazione della percezione del dolore a livello del midollo spinale” piega Bice Chini dell’In-Cnr e dell’Irccs Istituto clinico Humanitas. “In modelli sperimentali, si è visto che si tratta di circa 30 neuroni, situati in una regione del cervello, l’ipotalamo, dal quale inviano i loro prolungamenti fino alle sezioni più lontane del midollo spinale. Ed è qui che rilasciano questo ormone, che agisce regolando gli input dolorifici provenienti dalle aree periferiche del corpo”.

I neuroni ipotalamici identificati nello studio provocano il rilascio dell’ormone anche nel sangue, attraverso un circuito collaterale, e lo stesso studio ha evidenziato che anche a questo livello l’ossitocina contrasta il dolore.

Le tecniche usate per evidenziare l’effetto anti-dolorifico dell’ossitocina sono innovative e hanno previsto anche l’utilizzo di metodiche di optogenetica: “Mediante l’inserimento di sottilissime fibre ottiche è stato infatti possibile stimolare esclusivamente i 30 neuroni identificati e studiare così gli effetti analgesici legati al loro rilascio di ossitocina” continua Chini. “Va però precisato che l’azione rilevata non è ad ampio spettro: riguarda solo alcuni tipi di dolore, in particolare quello infiammatorio. È proprio nelle malattie infiammatorie, dunque, che si potrà utilizzare l’ossitocina come analgesico”.

 

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Nuovo farmaco antivirale efficace contro Zika

Medicina scienza e ricerca

 

Nuovo farmaco antivirale efficace contro Zika

La molecola, sviluppata dall'azienda americana BioCryst Pharmaceuticals, con il sostegno del governo, ha mostrato buoni risultati su uno studio condotto su topi

di Redazione Aboutpharma Online 8 marzo 2016

 

Per ora i risultati sono buoni ma solo in esperimenti condotti su topi. Parliamo di un nuovo farmaco antivirale ad ampio spettro d’azione sviluppato dall’azienda americana BioCryst Pharmaceuticals che si è dimostrato efficace contro il virus Zika. I risultati dello studio preclinico, condotto alla Utah State University, sono stati presentati al meeting dell’Organizzazione mondiale della sanità in corso a Ginevra.

Il composto sperimentale è stato somministrato per via intramuscolare a roditori immunodepressi infettati da Zika, due volte al giorno, a iniziare da quattro ore prima dell’esposizione al virus e per gli otto giorni successivi. Sono state testate due dosi della molecola (dosaggio standard e basso dosaggio), confrontate con placebo o ribavirina con l’obiettivo di valutare la sopravvivenza degli animali a 28 giorni. Degli otto topi trattati con la dose standard, sette sono sopravvissuti al 28esimo, mentre nessuno dei roditori del gruppo controllo e di quelli che avevano ricevuto la dose bassa di BCX4430 è arrivato vivo dopo lo stesso periodo di tempo.

“BCX4430 – spiega la BioCryst in una nota stampa – è un inibitore dell’enzima Rna polimerasi Rna-dipendente, proteina chiave nel processo di replicazione virale. Per altre indicazioni il composto è arrivato agli studi di fase clinica I, su volontari sani, dopo che nei test preclinici ha prodotto benefici in termini di sopravvivenza contro diversi agenti patogeni fra cui Ebola, virus Marburg e della febbre gialla”.

Dal settembre 2013 il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), parte degli Nih statunitensi, ha supportato lo sviluppo della molecola come candidato farmaco contro Ebola e Marburg. Nel marzo 2015 la Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda), interna allo Us Department of Health and Human Service’s Office dell’Assistant Secretary for Preparedness and Response (Aspr) ha concesso alla BioCryst un contratto che prevede ulteriori finanziamenti fino a 35 milioni di dollari per proseguire nello sviluppo di BCX4430 come possibile trattamento contro i filovirus.

 

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Sospeso lo sciopero dei medici del 17 e 18 marzo

Sanità e Politica

 

Sospeso lo sciopero dei medici del 17 e 18 marzo

 

Rinviato di 60 giorni. La decisione dopo l'incontro dei sindacati con i ministri Lorenzin e Madia. Al via tavoli di confronto su governance, formazione, valorizzazione dei professionisti e rinnovo dei contratti

di Redazione Aboutpharma Online 9 marzo 2016

medici

Sospeso lo sciopero generale di 48 ore indetto dai sindacati medici per il 17 e 18 marzo. Ad annunciarlo i sindacati al termine dell’incontro di oggi a Palazzo Chigi con i ministri della Salute, Beatrice Lorenzin, della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, e con il sottosegretario Claudio De Vincenti. Lo sciopero non è stato annullato, ma rinviato di 60 giorni. Potrebbe, dunque, essere nuovamente proclamato nel mese di maggio.

“Possiamo dire con soddisfazione che da oggi la sanità e la questione medica tornano nelle prime pagine dell’agenda di Governo”, afferma Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg, il sindacato dei medici di famiglia, commentando l’esito dell’incontro di oggi con l’Esecutivo. “Non stiamo battendo cassa per ottenere chissà quali aumenti, vogliamo soltanto far capire al Governo che tra tagli, demotivazione e marginalizzazione dei medici rischiamo di lasciare agli assistiti una sanità pubblica al tracollo. E credo di poter dire – prosegue Milillo – che le nostre preoccupazioni siano state questa volta condivise. Rispetto alle chiusure dei mesi scorsi – aggiunge – è un fatto positivo non essersi lasciati con una pacca sulle spalle, ma con l’impegno concreto ad aprire tavoli permanenti di confronto sulle questioni più spinose, coinvolgendo in futuro anche il Miur”.

Una presenza, questa, che per il Segretario nazionale della Fimmg “dovrà consentire di risolvere i problemi della formazione pre e post laurea, a cominciare da una seria programmazione degli accessi alle specializzazioni per evitare di creare in futuro nuovi disoccupati. Così come è necessario che la specializzazione in chirurgia poggi su una maggiore esperienza sul campo. La decisione di costituire i tavoli di confronto va nella direzione giusta, ma ora è essenziale che il Governo passi ai fatti, garantendo la sostenibilità economica del sistema sanitario pubblico, formalizzando nero su bianco la disponibilità di 4 miliardi di risorse aggiuntive annunciata per ora solo via etere dal ministro Lorenzin. Risorse che servirebbero innanzitutto ad eliminare la piaga del precariato medico, che di certo non favorisce la qualità delle cure. Così come il rinnovo della convenzione dei medici di famiglia, scaduta da oltre sei anni, può essere l’occasione buona per migliorare la presa in carico dei pazienti, garantendo soprattutto la continuità assistenziale ai malati cronici”.

Le associazioni sindacali incontreranno di nuovo il ministro della Salute lunedì 14 marzo per continuare il confronto sui temi che stanno a cuore ai medici. In particolare, “nel prossimo incontro si parlerà – ricorda Riccardo Cassi, presidente Cimo – di formazione e accesso dei professionisti al servizio sanitario nazionale”.

“La disponibilità del Governo apre un processo importante – aggiunge Costantino Troise, segretario nazionale Anaao Assomed, durante la conferenza stampa unitaria organizzata dai sindacati – a partire da tre punti principali. In primo luogo la difesa della sanità pubblica, e quindi del diritto alla salute dei cittadini. In secondo luogo c’è stato il riconoscimento del ruolo dei medici e del lavoro che svolgono all’interno del sistema sanitario nazionale. Infine, c’è l’impegno alla presa in carico della questione del precariato medico e della formazione post-laurea come questione che riguarda la tenuta stessa del Ssn”. Dal Governo oggi sono stati presi impegni importanti, ma da verificare: “Vedremo poi i conti, alla prova del Mef e delle Regioni, perché oggi di soldi non si è parlato”, commenta Massimo Cozza, segretario nazionale Fp Cgil medici .

Per Alessandro Vergallo, presidente nazionale del sindacato degli anestesisti e rianimatori  Aaroi-Emac, ora inizia “la parte più difficile del confronto”: “In caso di non mantenimento degli impegni governativi  – per quanto ci riguarda specificatamente in ordine ad un rinnovo contrattuale adeguato sia dal punto di vista normativo che economico, stabilizzazione dei precari e tutte le nuove assunzioni che servono, edizione di LEA che rispettino le reali potenzialità del personale in forza alle singole Unità Operative – trarremo le conclusioni necessariamente conseguenti e sapremo riprendere la nostra protesta in modo più incisivo”, si legge in una nota del sindacato.

I 6 tavoli sulla “vertenza salute”

A un comunicato congiunto diffuso nel pomeriggio, il compito di sintetizzare l’esito del confronto fra sindacati e governo: “Clima cordiale e costruttivo”, si legge nella nota in cui si spiega che le parti hanno condiviso “l’impegno a formulare una progettualità nazionale che, pur nel rispetto delle Regioni, metta la Sanità tra le priorità della propria agenda”.

Nel corso della discussione – prosegue la nota – il Governo ha ribadito “l’esigenza di mantenere, all’interno di un percorso di cambiamento e di efficienza, la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, nel rispetto dei principi di universalità, solidarietà ed equità, confermando i livelli di finanziamento già disposti e promuovendo, con la collaborazione dei medici, una maggiore appropriatezza sia organizzativa che clinica, al fine di garantire su tutto il territorio nazionale – in modo omogeneo – un’effettiva erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza, e una efficace ed efficiente allocazione delle risorse disponibili”.

La “vertenza salute” sarà esaminata in futuro nell’ambito di “tavoli” dedicati a questi sei temi:

1) Valorizzazione della professione medica, riconoscendole il ruolo centrale nella prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione dei pazienti, nonché nella governance delle strutture sanitarie, ospedaliere e di medicina territoriale, assicurando l’autonomia tecnico-professionale e la correlata responsabilità

2) Coinvolgimento delle Organizzazioni Sindacali – con le Regioni, i Ministeri della Salute, dell’Istruzione, università e ricerca e dell’economia e delle finanze – nella stesura, relativamente all’attuazione del Patto della salute 2014/16, dell’art. 22, per ciò che riguarda gli sviluppi professionali di carriera, la valorizzazione delle risorse umane, i rapporti con le altre professioni sanitarie

3) Definizione delle tipologie di contratti flessibili compatibili con l’attività sanitaria all’interno della P.A., in coerenza con la disciplina UE di riferimento; percorsi di stabilizzazione graduale del personale precario; regolamentazione dei fenomeni di esternalizzazione delle attività sanitarie da parte delle strutture ospedaliere; verifica del tetto di spesa per il personale

4) Riforma del sistema di formazione, pre e post laurea, dei medici e dei dirigenti sanitari, in sinergia con il MIUR e il Ministero della salute

5) Avvio con la vigilanza dei ministeri competenti, previa definizione delle aree contrattuali e dell’atto di indirizzo, delle trattative per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro e dell’accordo collettivo nazionale, quali strumenti di governo e innovazione del sistema sanitario

6) Verifica con le Regioni e col Mef in sede di Conferenza Unificata dell’ambito applicativo del comma 236 della legge di stabilità 2016.

 

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Vaccini 'salvavita' per anziani, evitano malattie croniche

Vaccini 'salvavita' per anziani, evitano malattie croniche

Ma ancora questo strumento non adeguatamente sfruttato in Europa

19 febbraio, 12:24
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ROMA - I vaccini sono 'salvavita' per gli anziani, eppure ancora troppe malattie prevenibili con le vaccinazioni affliggono gli over-65 europei, con complicanze spesso gravi. Basti pensare che, nonostante sia del 75% l'obiettivo ufficiale raccomandato da OMS e Consiglio dell'Unione Europea relativamente al vaccino antinfluenzale, solo 2 nazioni (Paesi Bassi e Regno Unito) sono riusciti a raggiungerlo.

E' quanto emerso nel corso del primo Congresso biennale dell'Associazione mondiale per le malattie infettive e disordini immunologici WAidid (World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders) che si chiude domani a Milano.

Nel corso del meeting sono state presentate due ricerche redatte da un gruppo di esperti europei e di Sanofi Pasteur MSD che hanno evidenziato come le malattie prevenibili con i vaccini pesino sulla salute degli anziani europei, soprattutto a causa del calo delle vaccinazioni.

Diversi vaccini sono raccomandati in tutta Europa per gli anziani, perlopiù nella popolazione dai 65 anni in su, per proteggerli contro malattie come influenza, pneumococco, pertosse, Herpes Zoster, noto anche come Fuoco di Sant'Antonio, tenuto conto della loro maggiore vulnerabilità legata al naturale indebolimento del sistema immunitario dovuto all'età (la cosiddetta "immunosenescenza"). "Negli anziani, alcune malattie infettive come l'influenza, le malattie da pneumococco o l'Herpes Zoster possono avere un esito peggiore rispetto alla popolazione più giovane, esito che conduce in alcuni casi a una cascata di eventi e a un declino dello stato funzionale", ha dichiarato Gaetan Gavazzi del Policlinico Universitario di Grenoble. "L'insorgenza di queste malattie negli anziani può segnare l'inizio di perdita di autonomia, ha aggiunto. Tutto questo potrebbe essere evitato grazie alle vaccinazioni".

"A fronte di malattie prevenibili con i vaccini ormai ben controllate nella popolazione pediatrica, un numero molto maggiore di casi di malattie analogamente prevenibili si verificano negli anziani", ha osservato la Prof.ssa Susanna Esposito, Presidente di WAidid. "E 'importante capire che i vaccini non sono solo per i bambini e che la vaccinazione dovrebbe essere considerata una componente chiave di prevenzione di routine per preservare la salute dei nostri anziani", ha concluso. 

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Arriva la mini-laparoscopia, i buchini diventano 'punti'

Arriva la mini-laparoscopia, i buchini diventano 'punti'

Arriva la mini-laparoscopia, i buchini diventano 'punti'

Per tumori rene interventi conservativi senza tagli nè cicatrici

11 marzo, 16:39
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I buchini della laparoscopia si riducono della metà e diventano 'punti' di 3 millimetri di diametro, almeno negli interventi di urologia eseguiti dai chirurghi con maggiore esperienza, con una tecnica che sarà al centro di numerose presentazioni al 31/o Congresso Europeo di Urologia, in programma a Monaco di Baviera da domani a martedì 15.

In Italia, a Peschiera del Garda (Verona) è stata appena operata con questa 'mini laparoscopia' Elena, una ragazza di 22 anni, di Catania, affetta da una fibrosi che bloccava l'uretere e le impediva di urinare. La sua vita sembrava segnata: per urinare avrebbe dovuto utilizzare a vita un tubo che le era stato inserito nell'addome. L'alternativa? Ricorrere a un' operazione che le avrebbe lasciato una cicatrice di oltre 20 centimetri. L'equipe di Gaetano Grosso, alla Clinica Pederzoli di Peschiera del Garda, attraverso alcuni micro buchini di 3 millimetri di diametro, in 2 ore e mezzo le ha ricostruito internamente l'uretere utilizzando 10 centimetri dell'appendice.

Dopo 7 giorni di degenza e 2 di convalescenza Elena sta bene.

"E' un approccio che dà importanti i vantaggi - spiega Grosso - e garantisce al paziente degenza e convalescenza ancora più brevi, minor trauma e dolore, infezioni e complicazioni sempre più rare. Molto importante, poi, l'aspetto estetico: l'assenza di una cicatrice di grandi dimensioni lasciata da un intervento di chirurgia tradizionale rappresenta un altro vantaggio".

Con la 'mini-laparoscopia' nel Centro di Peschiera è stato operato con successo anche un ragazzo di 17 anni affetto da sindrome dello schiaccianoci, malformazione che porta alla compressione della vena renale con sanguinamenti e dolori.

"Ma la mini laparoscopia - aggiunge l'urologo di Peschiera - viene utilizzata anche per il tumore del rene, organo che oggi viene conservato, e non asportato, nel 70% dei casi". In particolare, il tumore del rene è in forte aumento: i nuovi casi ogni anno in Italia sono circa 15.000, una cifra più che raddoppiata in 10 anni. 

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Scoperta nuova classe di antidepressivi ad azione rapida

Medicina scienza e ricerca

 

Scoperta nuova classe di antidepressivi ad azione rapida

 

Si tratta di molecole in grado di spegnere un enzima in alcune regioni del cervello, in modo da ridurre così i processi infiammatori a livello cerebrale e aumentare il benessere dei neuroni

di Redazione Aboutpharma Online 16 marzo 2016

Una nuova classe di farmaci contro la depressione è stata descritta per la prima volta sulla rivista Pnas. La novità più rilevante è la rapidità della loro azione, vantaggio significativo rispetto i farmaci attuali che impiegano anche diverse settimane prima di manifestare qualche effetto. Si tratta di molecole in grado di spegnere un enzima in alcune regioni del cervello, in modo da ridurre così i processi infiammatori a livello cerebrale e aumentare il benessere dei neuroni. “Lo studio – spiega Graziano Pinna, neuroscienziato esperto di depressione dell’Università dell’Illinois – è stato condotto da Bruce Hammock dell’università di Davis in California ed è potenzialmente importante, sia perché queste nuove molecole hanno azione antidepressiva rapida, poi perché gli scienziati californiani hanno dimostrato che somministrandole ad animali prima di un episodio depressivo, esse hanno addirittura azione preventiva”.
Non è la prima volta che si nota un legame tra processi infiammatori e depressione. Non a caso, spiega Pinna, in passato taluni studi avevano evidenziato l’azione antidepressiva di alcuni analgesici e, al contrario, l’azione antinfiammatoria/analgesica di alcuni antidepressivi. In questo studio gli esperti Usa hanno dimostrato su gruppi di topolini depressi l’azione di molecole che inibiscono l’enzima “epossido idrolasi in forma solubile”, in particolare l’efficacia dell’inibitore “TPPU”, che mostra un’azione antidepressiva nel giro di poche ore dalla somministrazione. Spegnendo l’enzima, TPPU protegge i grassi nel cervello coinvolti nella riduzione dei processi neuroinfiamatori e nel dolore neuropatico. “La scoperta –  aggiunge Pinna –  è importante anche perché l’enzima epossido idrolasi è coinvolto in diverse malattie infiammatorie e neuroinfiamatorie, pertanto molecole sviluppate contro questo target possono essere utilizzate al di là della depressione”.

 

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100 sprechi nella sanità, macchinari inutilizzati e reparti chiusi

100 sprechi nella sanità, macchinari inutilizzati e reparti chiusi

Cittadinanzattiva, la ricetta della Spending Review va cambiata

17 marzo, 10:55

 

Ben otto ecografi acquistati per un ospedale in cui i medici in grado di utilizzarli sono solo tre. Ambulanze dotate di innovativi dispositivi di telemedicina ma mal funzionanti. Reparti nuovi e mai aperti o sottoutilizzati per mancanza di personale. Dalla Sicilia alla Campania, ma senza escludere anche regioni del nord come il Piemonte, sono oltre 100 i casi eclatanti di sprechi in sanità rilevati dal Rapporto "I due volti della sanità. Tra sprechi e buone pratiche, la road map per la sostenibilità vista dai cittadini", presentato oggi da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.

Il Rapporto prende in esame 104 situazioni di spreco individuate da cittadini e operatori sanitari che a giugno 2015 risultavano irrisolte. Le cause sono dovute nel 46% dei casi al mancato o scarso utilizzo di dotazioni strumentali e strutture, per il 37% a inefficiente erogazione di servizi e prestazioni, per il 17% a cattiva gestione delle risorse umane. 

La conseguenza è che ad esser violati, secondo i cittadini, sono il diritto al rispetto degli standard di qualità(14,7%), il diritto al rispetto del tempo(14%) e alla sicurezza delle cure(11,6%). "I tagli al Servizio Sanitario Nazionale cumulati tra il 2011 e il 2015 secondo la Corte dei conti - ha commentato Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato - sono stati di 54 miliardi, praticamente mezzo fondo sanitario. Nessuno però ha spiegato se e quanti sono stati gli effettivi risparmi prodotti e come sarebbero stati reinvestiti. Se questi sono i risultati, la ricetta della Spending Review non funziona". La Raod map di Cittadinanazattiva parte "dall'aggredire in modo selettivo gli sprechi" e "rilanciare una vera programmazione sanitaria".

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Il vaccino della polio diventa bivalente

Medicina scienza e ricerca

Il vaccino della polio diventa bivalente

A partire dal 17 aprile, in sole due settimane, in 155 paesi contemporaneamente verrà eliminato il ceppo 2, scomparso in natura e per questo non più necessario. Il poliovirus 2 sarebbe inoltre responsabile dei focolai derivati dal vaccino stesso

di Redazione Aboutpharma Online 23 marzo 2016 

 

È uno dei progetti di sincronizzazione globale più ambiziosi nella storia dei vaccini. Lo scrive l’Aifa a proposito del passaggio del vaccino della polio da trivalente a bivalente. La scomparsa in natura del poliovirus selvaggio di tipo 2, quasi del tutto certa, rende infatti la presenza del ceppo 2 non più necessaria nel vaccino. A partire dal 17 aprile 2016, in sole due settimane, in 155 paesi contemporaneamente si passerà quindi dal vaccino trivalente a uno bivalente in cui resterebbero solo i ceppi 1 e 3. Operazione, quella del ritiro del vaccino Opv2, per cui, secondo lo Strategic Advisory Group of Experts on Immunization (Sage), i benefici supererebbero i rischi. “Il passaggio potrebbe sembrare semplice – si legge sul sito dell’Aifa – ma richiede un coordinamento globale su una scala senza precedenti. Per non provocare problemi è necessario che sia sincronizzato in tutto il mondo”.

Al momento il poliovirus di tipo 2 esiste solo nei laboratori e, in forma attenuata, nel vaccino trivalente antipolio orale (tOPV), che, in rare occasioni, è stato la causa di focolai dovuti a ceppi circolanti di poliovirus derivati dal vaccino stesso. “Per questo motivo – continua l’Agenzia – sarà fondamentale interrompere l’uso di Opv una volta certificata l’eradicazione della malattia. Questa componente non è più necessaria nel vaccino orale, soprattutto considerando che esso ha costituito la causa del 90% dei focolai di poliovirus vaccino-derivati (VDPV) circolanti negli ultimi anni”.

Due ricercatori, Manish Patel e Walter Orenstein, in un recente editoriale pubblicato sul New England Journal of Medicines hanno fatto il punto della situazione delineando i passi da compiere sia in preparazione del passaggio sia nei mesi successivi. “L’interruzione a livello globale dell’utilizzo del vaccino Opv2 presenta un rischio basso, ma reale di focolai di infezioni associate alla diminuzione dell’immunità al virus di tipo 2 – spiegano – per ridurre il quale è necessario massimizzare questa immunità prima e dopo il ritiro del vaccino e preparare una risposta adeguata a una possibile epidemia, con un approccio globale articolato su più fronti”.

 

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Con dieta vegan in tutto mondo 8,1 mln morti meno nel 2050

Con dieta vegan in tutto mondo 8,1 mln morti meno nel 2050

Benefici anche da sola riduzione carne a 300 grammi settimana

23 marzo, 16:38
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Se tutto il mondo adottasse una dieta strettamente vegana si risparmierebbero 8,1 milioni di morti premature da qui al 2050, ma anche un cambiamento minore che limiti il consumo di carni rosse a circa 300 grammi alla settimana ne eviterebbe più di 5 milioni. Lo afferma uno studio della Oxford university pubblicato dalla rivista Pnas, che ha calcolato anche i risparmi in termini economici che si otterrebbero.

I ricercatori hanno elaborato quattro diversi scenari, uno di 'business as usual' in cui si mantengono le attuali tendenze in termini di dieta, uno in cui si limita la carne a 300 grammi a settimana aumentando l'apporto di frutta e verdura, uno strettamente vegetariano e uno vegano. Il maggior guadagno in termini di vite salvate, soprattutto per le minori malattie cardiovascolari ma anche per tumori e patologie legate all'obesità, verrebbe appunto dalla dieta vegana, seguita dalla vegetariana (7,4 milioni di morti risparmiate). Queste due permetterebbero anche i maggiori vantaggi in termini di riduzione delle emissioni, del 63% per la dieta vegetariana e del 70% per la vegana, mentre quella 'moderatamente carnivora' le ridurrebbe del 30%. I benefici economici per i sistemi sanitari andrebbero dai 700 ai mille miliardi di dollari l'anno.

"Le diete sbilanciate, con un consumo eccessivo di carne, sono responsabili del maggior peso globale in termini di perdita di salute - affermano gli autori -. Allo stesso tempo il sistema alimentare è responsabile di più di un quarto delle emissioni, ed è una delle forze principali che spingono i cambiamenti climatici".

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Arriva in ospedale il disinfettante al grafene

Medicina scienza e ricerca

 

Arriva in ospedale il disinfettante al grafene

 

L'ossido di grafene è efficace nell’annientare batteri e funghi killer ospedalieri come lo Staphylococcus aureus e la Candida albicans. La sua efficacia anti-batterica, inoltre, potrebbe essere usata anche per rivestire gli strumenti medici e chirurgici

di Redazione Aboutpharma Online 29 marzo 2016

 

Il grafene, nanomateriale costituito di carbonio dai mille utilizzi, ora potrebbe essere utilizzato anche come disinfettate in ospedale. I ricercatori della Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica di Roma, in collaborazione con l’Istituto sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Isc-Cnr), hanno infatti scoperto che l’ossido di grafene è efficace nell’annientare batteri e funghi killer ospedalieri come lo Staphylococcus aureus e la Candida albicans. La sua efficacia anti-batterica, inoltre, potrebbe essere usata anche per rivestire gli strumenti medici e chirurgici.

Il disinfettante in una formulazione gel o liquida, è stato esaminato su tre batteri: Staphylococcus aureus e Enterococcus faecalis, causa di infezioni opportunistiche e nosocomiali, e E.coli, che può provocare anche gravi intossicazioni alimentari. I ricercatori hanno dimostrato che l’ossido di grafene, in fogli di circa 200 nanometri, in soluzione acquosa è in grado di eliminare circa il 90% di S. aureus e E. faecalis, e circa il 50% di E. coli in meno di due ore. Lo studio evidenzia inoltre che l’ossido di grafene è efficace contro i batteri anche a concentrazioni bassissime (inferiori a 10 µg/ml – microgrammi per millilitro).

“La dimostrazione è avvenuta per ora in laboratorio in esperimenti in provetta, ma si sta valutando la possibilità di eseguire sperimentazioni in ambito clinico” ha spiegato Massimiliano Papi, professore dell’Istituto sistemi complessi del Cnr. “Il grafene ha un meccanismo d’azione triplice: può tagliare come una lama le pareti dei batteri, uccidendoli; può intrappolare i batteri come un lenzuolo isolandoli dal mondo esterno e quindi in un certo senso soffocandoli; può alterarne il metabolismo impedendo che si moltiplichino. È proprio questa triplice azione che lo rende superiore agli altri agenti antibatterici oggi in uso, contro cui i microbi killer possono facilmente instaurare resistenze”.

Il team ha anche scoperto che l’ossido di grafene è efficace contro il fungo Candida albicans che causa infezioni pericolose in ospedale, con un’efficacia simile a quella trovata per E. coli.

“Si tratta di uno studio fortemente interdisciplinare, dove le competenze di base sulla fisica dei sistemi complessi sono indispensabili per un’applicazione concreta, molto prossima all’utilizzo pratico” ha osservato Claudio Conti, direttore Isc-Cnr.

Il grafene poi ha anche il vantaggio di essere una molecola rispettosa dell’ambiente e ha costi contenuti” conclude Papi. “Inoltre potrebbe essere usato per rivestire strumenti medici e chirurgici, contribuendo a ridurre le infezioni, soprattutto dopo un intervento, oltre a ridurre l’uso di antibiotici e la resistenza”.

 

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Fp Cgil Medici: “La priorità non è l’intramoenia ma l’abolizione di ticket e liste d’attesa”

Sanità e Politica

 

Fp Cgil Medici: “La priorità non è l’intramoenia ma l’abolizione di ticket e liste d’attesa”

Cozza risponde al presidente Rossi, invitandolo a un confronto e lancia l'allarme sul boom extramoenia: "Il 37% dei primari lavora anche nel privato"

di Redazione Aboutpharma Online 25 marzo 2016

 

Non si placa la polemica sollevata dal presidente della Toscana, Enrico Rossi, che con un post pubblicato su Facebook ha lanciato la proposta di abolire la libera professione nel Servizio sanitario nazionale (Ssn). A bocciarla è il segretario nazionale della Fp Cgil Medici, Massimo Cozza, secondo cui questa idea “rischia di sviare l’attenzione dall’obiettivo fondamentale per garantire la tutela della salute: il diritto all’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale. E le priorità sono un rinnovato governo nazionale della sanità per superare le diseguaglianze regionali, e in primo luogo l’abolizione delle liste di attesa e dei ticket”.

Per raggiungere questo risultato, osserva il dirigente sindacale, “c’è bisogno di mettere la parola fine alla stagione dei tagli e di portare avanti una politica di investimenti nel servizio pubblico, che riporti il nostro Paese al livello europeo dei finanziamenti rispetto al Pil. Se un cittadino deve aspettare sei mesi per una visita ortopedica, e il servizio pubblico ha solo quattro medici invece dei sette necessari, il primo passo dovrebbe essere l’assunzione dei tre ortopedici mancanti per garantire le prestazioni essenziali ai cittadini. Poi intervenire sull’appropriatezza dei percorsi di accesso e dell’organizzazione. Quindi eliminare il ticket, che oggi può arrivare a cifre tali da rendere più conveniente rivolgersi direttamente al privato. In questo quadro – precisa Cozza – andrebbe valorizzato chi lavora solo per il servizio pubblico, con una rivalutazione della esclusività, con contratti rinnovati e con la possibilità di premiare il merito”.

Secondo il segretario nazionale della Funzione Pubblica Cgil Medici “abolire invece la libera professione oggi, in una situazione di tagli e di carenza di personale (dal 2009 al 2014 sono 5 mila i medici in meno), di blocco del contratto da oltre 6 anni, di congelamento della indennità di esclusività da oltre 15 anni e perfino della retribuzione accessoria con la quale si dovrebbe premiare il merito, rischia di essere un boomerang per il servizio pubblico”. Ritornando ai quattro ortopedici, spiega ancora Cozza, “impedire a due di fare la libera professione intramoenia senza assumere i tre mancanti non cambierebbe la lista di attesa e il cittadino non avrebbe più la possibilità di avere prestazioni anche se a pagamento, ma con tariffe e modalità che dovrebbero essere regolamentate all’interno del servizio pubblico. Il beneficiario, nei fatti, sarebbe il pilastro del privato”.

La Fp Cgil Medici, con la Fp Cgil e la Cgil, aggiunge il dirigente sindacale, “è stata tra gli attori principali dell’accordo politico-contrattuale con il ministro della Salute Bindi, con il quale si è messa la parola fine al doppio canale tempo pieno e tempo definito, e che avrebbe dovuto riportare all’interno del solo servizio pubblico l’attività dei medici con l’istituzione della indennità di esclusività con fondi extracontrattuali, e con la possibilità della libera professione intramoenia regolamentata e trasparente”. Oggi il quadro vede invece, secondo una elaborazione della Fp Cgil Medici condotta sui dati del Conto annuale del Tesoro, “una crescita allarmante di medici pubblici in extramoenia, nel silenzio della politica, con una crescita dal 2009 al 2014 di 1.707 unità (da 5.392 a 7.099) e con il dato più preoccupante di ben 37% direttori di struttura complessa in più (da 246 a 390). In altre parole, chi dirige i reparti ospedalieri e li dovrebbe organizzare, lavora sempre di più anche nel privato, in modo non regolamentato e concorrenziale allo stesso pubblico”.

La normativa vigente, la legge 138 del 2004, successiva alla Legge Bindi (229/1999), consente “al medico pubblico di poter optare ogni anno tra esclusività di rapporto (con facoltà dell’intramoenia) e l’extramoenia. Inoltre la Legge 189 del 2012 ha, di fatto, istituzionalizzato la possibilità di svolgere l’attività intramoenia negli studi privati, seppure in rete con controlli telematici. Si tratta di cambiamenti, da noi con coerenza non condivisi, che, insieme con le politiche dei tagli e il congelamento della indennità di esclusività, stanno di fatto cambiando lo spirito originario con il quale avevamo condiviso con la ex ministra Bindi l’introduzione della libera professione intramoenia”.

“Il nostro sindacato in questi anni non si è limitato a lanciare l’allarme sul progressivo impoverimento del servizio pubblico ma ha formulato proposte e portato avanti iniziative, come la campagna ‘Salviamo la Salute’, che la Conferenza delle Regioni e i diversi Governi hanno volutamente ignorato. Per questo pensiamo che il presidente della Regione Toscana, anziché promuovere slogan con soluzioni semplicistiche, pericolose per lo stesso servizio pubblico senza centrare il problema, si dovrebbe impegnare con i cittadini perché in tutto il Paese sia garantito l’accesso alle prestazioni. Su questo punto lo invitiamo a un aperto e franco confronto, compresa la possibilità di abolire la stessa libera professione”, conclude Cozza.

 

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Allergie incubo per 30% italiani, sport 'antidoto' a sintomi

Allergie incubo per 30% italiani, sport 'antidoto' a sintomi

3 Aprile l'Allergy Day,medici e serie A in campo contro disturbo

01 aprile, 13:54

 

Le allergie rappresentano un 'incubo' per tre italiani su dieci, ma pochi si curano correttamente e sanno che un'attività fisica regolare e moderata, sotto il controllo dello specialista, può ridurre quasi completamente i sintomi allergici e migliorare la qualità della vita. Per accendere i riflettori sul problema, domenica 3 aprile si celebra la quinta edizione della Giornata Nazionale dedicata alla informazione e sensibilizzazione sulle malattie allergiche, L'Allergy Day 2016, promossa dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC) insieme alla Lega Calcio Serie A.

Specialisti e serie A scenderanno dunque in campo contro le allergie. Grande palcoscenico sarà ancora una volta il campionato di calcio di Serie A: in occasione della 12° giornata di ritorno di campionato che si giocherà da sabato 2 aprile a lunedì 4, in tutti gli stadi d'Italia prima del fischio d'inizio della partite sarà esposto uno striscione con lo slogan 'In campo per vincere l'allergia', mentre sui maxischermi sarà proiettato un video. Inoltre il messaggio verrà ripreso anche su cappellini che gli allenatori utilizzeranno.

''Questa giornata e' un'occasione importante per sottolineare che nello sport come nella vita si può essere campioni pur se soggetti allergici e che non occorre aver paura perché con le allergie si può convivere e avere una vita del tutto normale. Bisogna però essere ben informati e ben curati", commenta Giorgio Walter Canonica, presidente SIAAIC. Ogni anno cresce però il numero di pazienti allergici che in Europa sono 70 milioni, mentre nel nostro Paese un italiano su tre è affetto da patologie allergiche. Tra le malattie più diffuse, asma e rinite di cui soffrono 3 e 12 milioni di italiani provocate da pollini, acari o peli di animali. Altre patologie sono gli eczemi e orticaria che interessano circa l'1% della popolazione. Le allergie alimentari sono più comuni in età pediatrica e interessano oltre mezzo milione di under 18. Allergie meno note sono quelle a farmaci, prevalenti in età adulta, e le allergie al veleno di api e vespe. Si stima inoltre che circa il 30% degli atleti soffra di allergie: queste, conclude Gianenrico Senna, vicepresidente SIAAIC, ''non devono essere tuttavia considerate un ostacolo, come testimoniato da molti atleti asmatici vincitori di medaglie olimpiche".

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Diabetologi: “Bene mozione bipartisan Senato su diabete a scuola”

Sanità e Politica

 

Diabetologi: “Bene mozione bipartisan Senato su diabete a scuola”

 

Presidente Amd: “Il segnale ricevuto dal mondo politico ci fa ben sperare. Auspichiamo che le Istituzioni proseguano su questa strada"

di Redazione Aboutpharma Online 7 aprile 2016

 

L’Associazione medici diabetologi (Amd) accoglie con favore la mozione bipartisan firmata da 81 senatori, che impegna il Governo a valutare, promuovere e sostenere ogni iniziativa utile a un’appropriata gestione del diabete a scuola, a partire dall’assunzione dell’atto definitivo delle linee guida in materia. Il segnale positivo arriva proprio in occasione della Giornata mondiale della salute, dedicata quest’anno al diabete.

“In questa Giornata aver richiamato l’attenzione su una categoria di pazienti particolarmente fragili, come i bambini in età scolare, ci sembra un’azione di grande importanza – dichiara Nicoletta Musacchio, presidente Amd – In particolare, lavorare sulla formazione del personale scolastico affinché sia preparato ad accogliere e supportare il bambino diabetico è cruciale per due ragioni: innanzitutto questo consentirà al piccolo paziente di vivere più serenamente la propria quotidianità, senza risentire dello stigma sociale che, purtroppo, si accompagna spesso alla malattia sin dalla più tenera età. In più, un bambino che oggi non vive il diabete come un trauma, domani sarà un adulto in grado di autogestire al meglio la propria patologia. Per raggiungere risultati concreti, ad ogni modo, sarà imprescindibile coinvolgere attivamente bambini, famiglie e personale scolastico in appositi percorsi di formazione e approfondimento sul diabete e sulla sua gestione. A questo scopo, le Associazioni di pazienti diabetici avranno l’opportunità di giocare un ruolo insostituibile”.

L’ultima edizione del Diabetes Atlas, redatto dall’International Diabetes Federation (Idf), stima che in Italia 3,51 milioni di persone, pari al 7,85% della popolazione adulta, convivono con il diabete; i costi per il trattamento della patologia hanno raggiunto lo scorso anno i 9,11 miliardi di euro, ossia l’8% dell’intero budget sanitario nazionale. Anche a livello internazionale la patologia ha assunto ormai i contorni di una vera e propria emergenza sanitaria, con 60 milioni di malati in Europa e 350 milioni in tutto il mondo. Da qui la decisione dell’Oms di dedicare proprio al diabete l’edizione di quest’anno della Giornata mondiale della Salute.

“Il segnale ricevuto dal mondo politico ci fa ben sperare – conclude Musacchio – Auspichiamo che le Istituzioni proseguano su questa strada. L’obiettivo fondamentale è fornire a tutti i cittadini un’informazione più approfondita sul diabete, sulla sua gestione, sul suo trattamento e soprattutto sulle concrete possibilità di prevenirlo efficacemente”.

 

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Il 7 aprile si celebra la Giornata mondiale della salute. L’Oms dichiara “guerra” al diabete

Il 7 aprile si celebra la Giornata mondiale della salute. L’Oms dichiara “guerra” al diabete

Entro il 2030 sarà la settima principale causa di morte a livello globale. Serve uno sforzo in più su prevenzione, diagnosi precoce e gestione della patologia


Il diabete è un’epidemia globale, colpisce circa 350 milioni di persone nel mondo e saranno il doppio nei prossimi 20 anni. Occorre, allora, aumentare la prevenzione, rafforzare le cure e migliorare la sorveglianza. Muovendo da queste premesse l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha deciso di dedicare al diabete la Giornata mondiale del salute 2016 indetta per il 7 aprile, giorno in cui si celebra il “compleanno” dell’organizzazione.

A riassumere il senso della giornata è una nota pubblicata sul sito del ministero della Salute. “L’epidemia di diabete – scrive il ministero – è in rapida crescita in molti Paesi, soprattutto in quelli a basso e medio reddito: entro il 2030 il diabete sarà la settima principale causa di morte a livello globale. Una gran parte dei casi di diabete sono prevenibili: semplici interventi sugli stili di vita (dieta e attività fisica) hanno dimostrato di essere efficaci nel prevenire il diabete di tipo 2 o ritardarne l’insorgenza. Il diabete può essere controllato e gestito per prevenirne le complicanze: diagnosi precoce, educazione all’auto-gestione e trattamento a costi sostenibili sono componenti essenziali della strategia di risposta. Gli sforzi per prevenire e curare il diabete saranno importanti per raggiungere l’obiettivo del Sustainable Development Goal 3: Ensure healthy lives and promote well-being for all at all ages (ridurre la mortalità prematura da malattie croniche non trasmissibili di un terzo entro il 2030), per il quale molti settori della società, compresi i governi, i datori di lavoro, gli educatori, i produttori, la società civile, il settore privato, i media e gli individui stessi, dovranno impegnarsi”.

Tre sono gli obiettivi principali da perseguire secondo l’Oms: accrescere la consapevolezza della diffusione del diabete, del suo peso e delle sue conseguenze in particolare nei Paesi a basso e medio reddito; avviare una serie di azioni specifiche, efficaci e sostenibili per contrastare il diabete, in particolare per la prevenzione, la diagnosi precoce e la cura della patologia; lanciare il primo Global report sul diabete che descriverà il peso e le conseguenze della malattia e raccomanderà ai sistemi sanitari di migliorarne la sorveglianza, promuoverne la prevenzione e rafforzarne la gestione.

 

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Noduli alla tiroide: che cosa sono e come vanno affrontati

Dal "Corriere della Sera"

 

Noduli alla tiroide: che cosa sono
e come vanno affrontati

Il riscontro di un nodulo alla tiroide è molto frequente (30-40% della popolazione), soprattutto nel sesso femminile e con l’avanzare dell’età. La maggior parte di queste formazioni è benigna e in genere non determina alterazioni funzionali della tiroide.

di Antonella Sparvoli

  

Ormoni che regolano il metabolismo

La tiroide è una ghiandola endocrina posta nel collo che produce ormoni (triiodotironina e tiroxina), i quali entrano nel circolo sanguigno e sono coinvolti nella regolazione del metabolismo. I noduli che si possono formare nella tiroide sono nel 95% dei casi benigni e possono avere diverse cause:
1) il nodulo si forma a causa della crescita esuberante di una porzione della tiroide;
2) si può percepire come nodulo un’area di infiammazione locale;
3) il nodulo può essere di natura cistica, dovuto alla raccolta di un materiale fluido (colloide), prodotto normalmente dalla tiroide.

 

Se il nodulo è maligno

Nel 5% dei casi i noduli tiroidei sonocarcinomi di natura maligna. Nella maggior parte dei casi (circa 80%) si tratta di tumori papillari che hanno aggressività moderata e sono curabili in modo efficace. Esistono poi i carcinomi follicolare, midollare e, più di rado, anaplastico.

 

I segni a cui prestare attenzione

Se il nodulo è di grosse dimensioni si può notare una massa palpabile a livello della tiroide. Nella maggior parte dei casi però i noduli tiroidei non danno sintomi, ma in alcune circostanze possono dare disturbi conseguenti a fenomeni compressivi locali come sensazione di nodo in gola o leggero soffocamento, difficoltà di deglutizione, voce rauca.

 

Eccessiva secrezione ormonale

Nei rari casi di noduli iperfunzionanti si possono avere sintomi indicativi di un’eccessiva secrezione ormonale: tachicardia, nervosismo, dimagrimento. In queste circostanze l’esecuzione di una scintigrafia tiroidea permette di individuare l’area della tiroide eccessivamente attiva.

 

 

 

Come viene fatta la diagnosi

Il primo passo è la palpazione del nodulo (qualora sia di dimensioni tali da essere percepibile) che può fornire informazioni utili sulla sua natura. Isegni di benignità sono: consistenza morbida, contorno ben delineato, movimento con gli atti della deglutizione, assenza di linfonodi del collo ingrossati. I segni di malignitàsono: consistenza dura, accrescimento rapido e progressivo, fissità sui piani del collo, presenza di uno o più linfonodi ingrossati nel collo.
Il passo successivo è l’esecuzione di un’ecografia del collo. I noduli cistici a contenuto liquido sono quasi sempre benigni, così come i noduli che hanno le stesse caratteristiche del tessuto tiroideo. Segni ecografici di possibile malignità sono il riscontro di microcalcificazioni e la crescita irregolare, con bordi del nodulo frastagliati.
In presenza di noduli di dimensioni superiori a 1 centimetro e di dubbia natura si ricorre all’agoaspirato: si prelevano alcune cellule della tiroide con un ago sottile e si osservano al microscopio.

 

Quali sono le possibili cure

La terapia dei noduli tiroidei dipende dalla loro natura.
In caso di formazioni benigne è sufficiente un monitoraggio periodico (circa una volta l’anno) con l’ecografia. Se sussistono dubbi si preferisce ripetere periodicamente l’agoaspirato.
Se il nodulo benigno tende ad accrescersi e causa disturbi locali per le sue dimensioni si valuta l’opportunità di un trattamento chirurgico o con tecniche mininvasive (laser o radiofrequenza) che non comportano cicatrici cutanee.
Le cisti benigne, se sintomatiche, vanno svuotate con l’agoaspirato. In caso di recidiva si può effettuare una sclerosi percutanea, iniettando al loro interno alcol assoluto, inducendo così una marcata riduzione del loro volume senza ricorrere alla chirurgia.
I noduli maligni vanno asportati chirurgicamente. Nel caso di noduli sotto 1-2 cm, ben all’interno della tiroide, e senza interessamento dei linfonodi regionali, si può rimuovere anche solo la metà della tiroide che li contiene (emitiroidectomia).
Se il nodulo ha superato la capsula che delimita la tiroide e sono interessati anche i linfonodi del collo, si asporta tutta la tiroide (tiroidectomia) e i linfonodi interessati e poi, per eliminare eventuali residui di tessuto tiroideo, si ricorre a un trattamento con iodio radioattivo (terapia radiometabolica). Dopo l’intervento, il paziente viene sottoposto a terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina.
La chemioterapia e la radioterapia non sono indicate se non in rari casi di tumori altamente aggressivi o in presenza di metastasi a distanza.

 

 

 

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Tbc, un passo avanti verso un nuovo vaccino

Medicina scienza e ricerca

 

Tbc, un passo avanti verso un nuovo vaccino

 

Un team della Oxford University ha scoperto dei biomarker che potrebbero fornire indizi preziosi per valutare l'efficacia di eventuali nuovi prodotti.  Oggi l'unico vaccino disponibile funziona bene per prevenire la malattia nei bambini, ma è molto variabile nella protezione contro la malattia polmonare

di Redazione Aboutpharma Online 12 aprile 2016 http://www.aboutpharma.com/wp-content/themes/aboutpharma/img/print.png

 

Un vaccino ancora più efficace contro la tubercolosi. Potrebbe essere realtà grazie alla scoperta di un team della Oxford University che ha identificato nuovi biomarcatori per la Tbc, che hanno mostrato per la prima volta il motivo per cui l’immunità ottenuta dal vaccino con il Bacillo di Calmette-Guerin (BCG) è così variabile. Biomarcatori che da una parte potrebbero favorire lo sviluppo di un nuovo e più efficace vaccino e dall’altra fornire indizi preziosi per valutare l’efficacia di eventuali nuovi prodotti.

La ricerca –nata in collaborazione con i colleghi dell’università di Città del Capo, la London School of Hygiene and Tropical Medicine e la South African Tuberculosis Vaccine Initiative – è stata finanziata dal Wellcome Trust and Aeras e guidato da Helen McShane ed Helen Fletcher, e ha studiato la risposta immunitaria nei bambini in Sud Africa che stavano prendendo parte ad una sperimentazione sul vaccino contro la tubercolosi.

I ricercatori hanno effettuato i test per ventidue possibili fattori. Scoprendo, fra l’altro, che livelli più elevati di anticorpi Ag85A sono stati associati con un rischio più basso tubercolosi.

“La tubercolosi è ancora un pericoloso killer internazionale, e i tassi di malattia in Sud Africa sono fra i più alti del modo” ha commentato Tom Scriba della South African Tuberculosis Vaccine Initiative. “Queste scoperte forniscono dati importanti sul tipo di immunità che i vaccini anti-tubercolosi dovrebbero evocare, e ci portano un passo più vicini alla nostra visione: un mondo senza Tbc”.

La tubercolosi infatti rimane una delle principali malattie mortali del mondo, con 9,6 milioni di persone contagiate e 1,5 milioni di morti solo nel 2014. L’unico vaccino disponibile funziona bene (efficacia di circa il 50%) per prevenire la malattia nei bambini, ma è molto variabile (da 0% a 80%) nella protezione contro la malattia polmonare, in particolare nei Paesi in cui la tubercolosi è più diffusa.

 

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AL GEMELLI DI ROMA PRIMO CINEMA IN UN OSPEDALE ITALIANO

AL GEMELLI DI ROMA PRIMO CINEMA IN UN OSPEDALE ITALIANO

 

Roma - E' stata inaugurata oggi al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma la prima sala cinematografica ricavata all'interno di un ospedale italiano. La sala, realizzata tra l'ottavo e il nono piano del complesso ospedaliero, puo' ospitare fino a 130 persone tra pazienti, familiari, amici, volontari e personale di assistenza. E' stata costruita in modo da poter accogliere anche pazienti non autosufficienti, a letto o in sedia a rotelle. Il progetto e' stato possibile attraverso una raccolta fondi solidale promossa da MediCinema Italia Onlus: la somma ricavata e' stata sufficiente per finanziare il costo totale dell'operazione, pari a circa 500 mila euro. C'e' anche stato un sostegno di diversi partner, primo fra tutti la Walt Disney Company Italia, alla quale si e' aggiunta la Rai. "In due anni abbiamo realizzato qualcosa che in Italia non era mai esistito e che poteva sembrare un progetto impossibile", ha detto la presidente di MediCinema Italia Onlus, Fulvia Salvi, sottolineando che "e' la prima sala cinematografica integrata in una struttura ospedaliera italiana ed e' la prima di queste dimensioni realizzata in Europa". "Il nostro obiettivo - ha spiegato Celestino Pio Lombardi, responsabile della Commissione medico-scientifica del progetto - e' quello di ridurre lo stress dei pazienti, cercare di rimuovere in qualche modo le preoccupazioni di chi deve sottoporsi a un'operazione chirurgica o a un esame fastidioso, ma anche, per esempio, a donne che hanno una gravidanza difficile".

Rocco Bellantone, preside della Facolta' di Medicina, ha precisato che con l'apertura della sala cinematografica "svolgeremo anche un'attivita' di ricerca che attraverso protocolli clinici allo studio ci portera' a misurare l'efficacia della 'cinematerapia' sui malati. Padre Agostino Gemelli, fondatore del policlinico, ci ha dato come missione quella di essere con il cuore nella realta' - ha concluso Bellantone - ed e' stato con il cuore che siamo riusciti a superare tutte le difficolta' che si sono presentate nella realizzazione di questo progetto". "Senza la Walt Disney - ha affermato il direttore generale della Fondazione del policlinico, Enrico Zampedri - non sarebbe stato possibile fare tutto questo ma sono state molto importanti anche le altre realta' coinvolte nel progetto, a partire dalla Rai. Grazie a un gioco di squadra perfetto e un impegno fortissimo siamo riusciti in pochi mesi a costruire questa sala ed e' motivo di grande soddisfazione. Speriamo che possa in qualche modo alleviare le sofferenze e i pensieri dei pazienti. Gia' giovedi' scorso - ha raccontato infine Zampedri - abbiamo avuto un primo paziente che e' venuto a vedere un film: un bambino da noi ricoverato per il quale era proprio la prima volta che vedeva un film al cinema. E' stato un momento bellissimo, di forti emozioni". (AGI)

AL GEMELLI DI ROMA 

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Roma - E' stata inaugurata oggi al Policlinico universitario Agostino Gemelli di Roma la prima sala cinematografica ricavata all'interno di un ospedale italiano. La sala, realizzata tra l'ottavo e il nono piano del complesso ospedaliero, puo' ospitare fino a 130 persone tra pazienti, familiari, amici, volontari e personale di assistenza. E' stata costruita in modo da poter accogliere anche pazienti non autosufficienti, a letto o in sedia a rotelle. Il progetto e' stato possibile attraverso una raccolta fondi solidale promossa da MediCinema Italia Onlus: la somma ricavata e' stata sufficiente per finanziare il costo totale dell'operazione, pari a circa 500 mila euro. C'e' anche stato un sostegno di diversi partner, primo fra tutti la Walt Disney Company Italia, alla quale si e' aggiunta la Rai. "In due anni abbiamo realizzato qualcosa che in Italia non era mai esistito e che poteva sembrare un progetto impossibile", ha detto la presidente di MediCinema Italia Onlus, Fulvia Salvi, sottolineando che "e' la prima sala cinematografica integrata in una struttura ospedaliera italiana ed e' la prima di queste dimensioni realizzata in Europa". "Il nostro obiettivo - ha spiegato Celestino Pio Lombardi, responsabile della Commissione medico-scientifica del progetto - e' quello di ridurre lo stress dei pazienti, cercare di rimuovere in qualche modo le preoccupazioni di chi deve sottoporsi a un'operazione chirurgica o a un esame fastidioso, ma anche, per esempio, a donne che hanno una gravidanza difficile".

Rocco Bellantone, preside della Facolta' di Medicina, ha precisato che con l'apertura della sala cinematografica "svolgeremo anche un'attivita' di ricerca che attraverso protocolli clinici allo studio ci portera' a misurare l'efficacia della 'cinematerapia' sui malati. Padre Agostino Gemelli, fondatore del policlinico, ci ha dato come missione quella di essere con il cuore nella realta' - ha concluso Bellantone - ed e' stato con il cuore che siamo riusciti a superare tutte le difficolta' che si sono presentate nella realizzazione di questo progetto". "Senza la Walt Disney - ha affermato il direttore generale della Fondazione del policlinico, Enrico Zampedri - non sarebbe stato possibile fare tutto questo ma sono state molto importanti anche le altre realta' coinvolte nel progetto, a partire dalla Rai. Grazie a un gioco di squadra perfetto e un impegno fortissimo siamo riusciti in pochi mesi a costruire questa sala ed e' motivo di grande soddisfazione. Speriamo che possa in qualche modo alleviare le sofferenze e i pensieri dei pazienti. Gia' giovedi' scorso - ha raccontato infine Zampedri - abbiamo avuto un primo paziente che e' venuto a vedere un film: un bambino da noi ricoverato per il quale era proprio la prima volta che vedeva un film al cinema. E' stato un momento bellissimo, di forti emozioni". (AGI)

 

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Al Gemelli di Roma un super laboratorio per le analisi del sangue

Al Gemelli di Roma un super laboratorio per le analisi del sangue

Attivo h24, smaltirà il 75% di tutte le analisi eseguite nell’ospedale e farà risparmiare 1,3 milioni di euro l’anno


Un super laboratorio di analisi al Policlinico universitario A. Gemelli di Roma. Automatizzato, lungo 36 metri, Aptio™1 Automation di Siemens Healthcare smaltirà il 75% di tutte le analisi del sangue eseguite nell’ospedale, esclusi gli esami complessi. Lavorerà h24 con tutte le provette dei diversi ambulatori e reparti che finiranno tutte nella ‘pancia’ di questo super analizzatore, muovendosi rapide per il Policlinico attraverso un sistema di posta pneumatica e una tracciatura a prova di errore. Il tutto, a regime, garantirà risparmi per circa 1,3 milioni di euro l’anno, anche perché si risparmierà sulle forniture di prodotti (anzitutto reagenti e provette) che serviranno al suo funzionamento.

Aptio™1 è stato presentato oggi, in occasione del secondo Forum On Workflow and Clinical Excellence, una conferenza internazionale organizzata da Siemens Healthcare in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli.

“Il Policlinico – afferma Enrico Zampedri, direttore generale del Gemelli – ha avviato una profonda riorganizzazione di tutto il processo connesso all’attività laboratoristica, che rappresenta uno dei driver più importanti dell’attività assistenziale che quotidianamente si svolge nella nostra struttura al servizio dei pazienti. Un’attività consistente che complessivamente supera il numero di circa 6 milioni di prestazioni all’anno. Tale processo in via di realizzazione – con l’obiettivo di rendere più efficiente e sicura l’attività laboratoristica, essenziale nella filiera della vita ospedaliera – comporta un notevole cambiamento nella filosofia di lavoro di medici e tecnici coinvolti, favorendone una maggiore integrazione tra tutte le componenti e valorizzando ancora di più il lavoro di squadra. In questo percorso di miglioramento dell’offerta uno dei nostri principali partner è Siemens. Grazie all’innovazione tecnologica garantita da questa partnership abbiamo realizzato la concentrazione in un unico laboratorio dell’attività relativa a chimica, immunochimica, ematologia e coagulazione. Tale integrazione produrrà anche l’ottimizzazione delle risorse economiche con significativi risparmi a tendere”.

“Al Policlinico Gemelli abbiamo installato uno dei sistemi di automazione più all’avanguardia del mondo per fornire a questa struttura quello di cui ha bisogno per prendersi cura degli abitanti di Roma, e non solo, che gli chiedono assistenza – aggiunge Franz Walt, President, Siemens Healthcare Laboratory Diagnostics – Aptio™1 Automation offre una soluzione diagnostica che permette ai medici dell’ospedale di effettuare diagnosi veloci e di prendere decisioni più rapide e informate in merito alla cura dei pazienti”.

Con l’arrivo di Aptio™1 è stata anche identificata una accettazione unica, ovvero un unico punto di raccolta delle provette, garantendo così una migliore tracciatura dei processi e del percorso delle provette, grazie anche all’adozione di tecnologie informatiche innovative.

 

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Corruzione in sanità, intesa ministero-Anac: da settembre controlli nelle Asl

Corruzione in sanità, intesa ministero-Anac: da settembre controlli nelle Asl

 

Lorenzin e Cantone siglano un protocollo di intesa. Istituita una task force che - insieme ad Agenas e Nas - effettuerà controlli nelle aziende sanitarie. L’obiettivo è verificare la reale applicazione del Piano nazionale anticorruzione

di Redazione Aboutpharma Online 21 aprile 2016

 

Arriveranno a settembre nelle aziende sanitarie italiane i controlli di una Task force, istituita da ministero della Salute e Anac, che verificherà l’applicazione del Piano nazionale anticorruzione (Pna). Lo hanno annunciato oggi il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, e il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, dopo aver sottoscritto un protocollo d’intesa. “Si dà così attuazione – commenta il ministro – alla parte relativa ai controlli, perché il rischio è che le norme non abbiano applicazione nei territori. La task force, composta da Carabinieri dei Nas e ispettori del ministero e dell’Anac, ha proprio l’obiettivo di verificare che i protocolli anticorruzione siano applicati”. Questa, ha precisato, “non vuole essere una fase repressiva ma di prevenzione. Dobbiamo cioè cambiare l’approccio culturale perché a volte non c’è neppure consapevolezza che non si stiano rispettando le regole o che ci siano comportamenti lesivi”.

Il protocollo prevede un impegno comune per attività di “verifica, controllo e valutazione anche sul campo, avvalendosi dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas)”, dell’attuazione dei piani di prevenzione della corruzione. Presso l’Anac, “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, sarà istituito un registro del personale ispettivo con i requisiti richiesti. Nasce anche il gruppo del Nucleo operativo di coordinamento (Nuoc) che sarà composto da tre rappresentanti del ministero della Salute, di Anac e Agenas, e svolgerà funzioni di supporto per le attività ispettive. Il protocollo avrà la durata di 36 mesi ma un primo bilancio dei risultati ottenuti, ha sottolineato Cantone, si avrà entro la fine dell’anno.

Secondo il numero uno dell’anticorruzione sono “varie le situazioni a rischio di corruzione nella sanità, dalle liste di attesa alle nomine, dagli appalti ai conflitti di interessi tra medici e aziende”. Un terreno fertile per il malaffare, quello della sanità, grazie ai “grandi interessi economici che girano interno”, sottolinea. Quanto ai numeri sulla corruzione, che alcune stime valutano in circa sei miliardi l’anno per il solo settore sanità, Cantone invita ancora una volta alla cautela: “Come tutte le attività illecite  è difficile calcolare l’impatto reale del fenomeno, ma su questo stiamo lavorando e un’idea è quella di utilizzare le competenze dell’Istat per arrivare ad una valutazione”.

Il protocollo d’intesa firmato oggi ”non certifica l’esistenza di un sistema malato dalla testa ai piedi ma, al contrario, la volontà delle istituzioni e della parte più sana del Ssn, che è la maggioranza, di allearsi tenacemente per stanare i pochi intrusi ed espellerli dal sistema prima ancora che possano provocare danni”. Ne è convinto Francesco Bevere, direttore generale di Agenas, che spiega così il ruolo dell’agenzia nell’attività della task force: “Agenas sarà lo strumento tecnico di raccordo per cooperare nelle attività di verifica e monitoraggio anche sul campo, ampliando e integrando la propria mission istituzionale di affiancamento delle regioni e delle aziende sanitarie nel percorso di miglioramento delle performance cliniche, economiche ed amministrativo-gestionali”. L’Agenas, inoltre, ”investirà ancora nella formazione di professionalità specifiche – ha aggiunto – affinché come in un lavoro di squadra, tutti insieme, si possano individuare strumenti e metodi per mettere in sicurezza il sistema sanitario da rischi corruttivi”.

L’iniziativa di ministero e Anac piace ad Assobiomedica, l’associazione che riunisce le aziende produttrici di medical device, che in una nota interpreta “il segnale forte lanciato oggi” come uno stimolo importante “per aggredire le inefficienze generate da una gestione poco etica e trasparente della sanità”.

“Le imprese associate ad Assobiomedica – ricorda il presidente, Luigi Boggio – da anni si sono dotate di un codice etico e di modelli di organizzazione, gestione e controllo al loro interno per arginare episodi di corruzione, attuando procedure specifiche di vigilanza e attività di formazione rivolte ai propri collaboratori. Comportamenti poco etici introducono una distorsione della concorrenza sul mercato che fa male alle imprese”. Sempre nell’ottica di “leale e trasparente collaborazione tra attori del sistema”, Boggio ricorda infine “i protocolli d’intesa sottoscritti negli ultimi anni con diverse società scientifiche per collaborare in modo etico anche e soprattutto nella formazione medico-scientifica”.

 

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Rivoluzione in studi medici, aperti 16 ore e 7 giorni su 7

Dal “Corriere della Sera”

 

Rivoluzione in studi medici, 
aperti 16 ore e 7 giorni su 7

da Redazione Salute

 

 

È una vera e propria «rivoluzione» quella che avverrà, a breve ed a tutto vantaggio dei cittadini, negli studi dei medici di famiglia: l’assistenza sarà infatti garantita 16 ore e 7 giorni su 7 con gli studi aperti dalle 8 alle 24, mentre nelle ore notturne entra in campo il 118. Ma soprattutto, a regime niente più file per pagare ticket e prenotare visite: si farà tutto direttamente nello studio medico. La nuova organizzazione è prevista nell’Atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione di medicina generale, che il Comitato di settore Governo-Regioni ha approvato oggi. Mai più file estenuanti al pronto soccorso, dunque, perché il medico di fiducia non c’è. E presto anche niente attese per pagare il ticket o prenotare una visita: operazioni che bypassando il Cup (Centro unico di prenotazione) si potranno fare rapidamente dallo studio del medico. Un meccanismo che potrebbe portare anche maggiore trasparenza nella gestione delle liste d’attesa.

Disponibilità del medico

La novità di maggior rilevo è però quella che assicura agli assistiti la disponibilità del medico per 16 ore al giorno e 7 giorni su 7. Una continuità assistenziale che dovrà essere garantita dalle 8 del mattino alla mezzanotte da medici di famiglia e guardia medica, oramai assimilati in un ruolo unico. Nelle ore notturne sarà invece attivo il 118. Una «staffetta che consente di avere più medici disponibili nell’arco della giornata, andando a coprire anche fasce orarie come quelle delle 8 alle 10 del mattino o del primo pomeriggio, dalle 14 alle 16, oggi meno coperte. E che generano così intasamenti nei pronto soccorsi a discapito di chi ha una vera emergenza», spiega il segretario del sindacato dei medici di medicina generale Fimmg, Giacomo Milillo.

Le aggregazioni territoriali funzionali

A garantire la continuità delle cure saranno le Aft, Aggregazioni territoriali funzionali, non un luogo fisico, ma un nuovo modello organizzativo che consentirà comunque ai cittadini di trovare il medico per tutto l’arco della giornata. Terminato il turno del proprio medico di fiducia, ce ne sarà comunque un altro a disposizione, collegato a un data base che consentirà in qualsiasi momento di avere sottomano il profilo sanitario dell’assistito. I servizi di pediatria saranno invece garantiti dalle 8 alle 20 per cinque giorni la settimana. Il nuovo modello di assistenza di base dovrebbe inoltre favorire la nascita di nuovi maxi-ambulatori, con presenza di più medici, dove è possibile fare prime analisi cliniche, accertamenti diagnostici meno complessi e piccola chirurgia ambulatoriale. Anche se sotto sigle diverse (come Case della salute in Emilia e Toscana o Ucp nel Lazio) oggi lungo lo Stivale si contano già otre 800 di queste strutture, «che dovrebbero ora diffondersi in tutto il territorio nazionale grazie alla nuova convenzione, sempre che arrivino poi le autorizzazioni regionali», precisa Milillo. L’atto di indirizzo, «è un atto doveroso, dopo sei anni di blocco della convenzione. Aggiustamenti saranno necessari ma il giudizio è positivo. Fermo restando - conclude il leader sindacale - che vigileremo sul rispetto dei livelli occupazionali”. La nuova Convenzione rappresenta un segnale «positivo» anche secondo il Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, purché, tuttavia, «il tutto avvenga senza ulteriori costi per le famiglie».

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Dolore cronico, casi in aumento e trattamento ancora inadeguato

Medicina scienza e ricerca

 

Dolore cronico, casi in aumento e trattamento ancora inadeguato

 

Un’indagine condotta dal Movimento Consumatori, in collaborazione con il Centro studi Mundipharma, ha mostrato che circa la metà degli intervistati presenta un dolore cronico, nella maggior parte dei casi trattato con Fans o paracetamolo. Solo 4 persone su 10 però si ritengono soddisfatte della gestione della malattia

di Redazione Aboutpharma Online 22 aprile 2016

 

Negli ultimi dieci anni, nonostante anche l’introduzione della legge 38/2010 sul dolore, la prevalenza della malattia in Italia è aumentata e resta ancora sottotrattata o curata in maniera non adeguata. È quanto emerge da un’indagine condotta dal Movimento Consumatori, in collaborazione con il Centro studi Mundipharma. Secondo l’indagine – condotta su un campione di circa duemila soci del Movimento consumatori – circa la metà degli intervistati (il 46,4%) ha dichiarato di convivere con un dolore cronico, cioè che dura in maniera costante da almeno tre mesi. Di questi l’87% afferma di avere dolore da oltre sei mesi. Tra le cause annoverate per l’insorgenza della malattia (così viene ormai considerato il dolore cronico) nell’49,8% dei casi si parla di artrosi, seguita da mal di testa ed emicrania (19,9%) e artrite (14,4%( mentre) l’origine oncologica si riscontra solo nel 4% degli intervistati. Gli intervistati inoltre hanno dichiarato di convivere con un dolore di grado severo (47,5%) o moderato (42%) e sette persone su dieci hanno affermato che il tipo di dolore è tale da compromettere la qualità di vita, influenzando soprattutto lo svolgimento delle attività quotidiane (65%), il riposo notturno (45%) e anche le mansioni lavorative (36,4%). Per quanto riguarda il trattamento del dolore, quasi il 42% ha riferito che il dolore viene misurato dal proprio medico di famiglia ad ogni visita, come dovrebbe essere secondo la legge 38/2010, mentre ad un 16,9% non viene mai misurato e a un 15% ogni due visite per citare i dati principali. Su 1023 intervistati che avevano dichiarato di avere un dolore cronico, il 33% ha dichiarato di non seguire nessuna terapia, mentre il 67%  è in cura, nella maggior parte dei casi con fans e paracetamolo. Sono queste due classi di farmaci a coprire rispettivamente il 50,8% e il 29,5% dei trattamenti citati dal campione – facilitati probabilmente anche da un accesso più facile per i cittadini a cui è richiesta una ricetta ripetibile o nessuna prescrizione per l’acquisto dei farmaci rispetto gli altri farmaci considerati per cui serve una ricetta non ripetibile – seguiti da un 8,9% dell’associazione codeina/paracetamolo, il 4,7% di tramadolo/paracetamolo, il 2,8% di solo tramadolo e infine il 14% di oppioidi forti. I fans quindi continuano ad essere la terapia più utilizzata nel trattamento del dolore cronico nonostante il loro utilizzo sia sconsigliato nel lungo periodo da numerose Linee guida e dall’Autorità regolatoria italiana ed europea per gli effetti collaterali che possono manifestarsi a livello gastrico e cardiovascolare. Nel campione di intervistati però solo 4 persone su dieci si è ritenuto sodisfatto della gestione del problema.

“Dalla ricerca emerge  una situazione italiana ancora preoccupante – spiega Vittorio Schweiger, direttore Strutture semplice Terapia del dolore dell’Azienda ospedaliero universitaria integrata di Verona – è aumentata la percentuale di cittadini con dolore persistente, e nonostante sia stato fatto molto per aumentare la cultura della valutazione del dolore, tale aspetto è ancora sottovalutato con una buona percentuale di pazienti in cui il dolore vien misurato mai o raramente, impedendo cosi un monitoraggio puntuale della malattia.   Inoltre il consumo di Fans in Italia è ancora troppo elevato, nonostante debbano essere utilizzato solo per breve tempo. Oggi le evidenze scientifiche consigliano di trattare il dolore con bassi dosaggi di oppioidi forti, più efficaci e con minor effetti collaterali. Sicuramente bisogna partire dalla sensibilizzazione degli operatori sanitari.

“Benché negli ultimi anni sia cresciuta l’attenzione delle istituzioni e della comunità medica verso il problema – commenta Marco Filippini, General manager di Mundipharma Italia ­– l’indagine dimostra che la gestione del problema in Italia è ancora ben lontana da potersi definire ottimale. L’impiego dei farmaci oppioidi è ancora troppo limitato e sconta probabilmente il retaggio culturale e timori infondati per cui gli oppiacei possono dare dipendenza, che tuttavia non riguarda le realtà italiana dove il consumo di questi farmaci a scopo analgesico è tra i più bassi in Occidente”.

 

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Nasce la prima società scientifica italiana dedicata a dolore muscolo-scheletrico e algodistrofia

Medicina scienza e ricerca

Nasce la prima società scientifica italiana dedicata a dolore muscolo-scheletrico e algodistrofia

Ortopedici, reumatologi e fisiatri lanciano “Guida” per stimolare la ricerca scientifica e promuovere una gestione interdisciplinare delle patologie

di Redazione Aboutpharma Online 2 maggio 2016 

 

Il panorama delle società scientifiche italiane si arricchisce con un nuovo soggetto: è stata appena costituita la Società italiana per la gestione unificata ed interdisciplinare del dolore muscolo-scheletrico e dell’algodistrofia” (Guida). Fra gli obiettivi – si legge in un comunicato – promuovere ricerca, attività culturali e formazione, ma soprattutto fare chiarezza sugli aspetti scientifici e gestionali.  Guida è la prima società scientifica in Italia con un focus specifico su queste patologie e riunisce ortopedici, reumatologi e fisiatri. A presiederla è Ombretta Di Munno, docente associato di Reumatologia all’Università di Pisa.

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Dal pesarsi ogni giorno al fare scale, si rimane in forma così

Dal pesarsi ogni giorno al fare scale, si rimane in forma così

Magri senza sforzo, uno studio dimostra che e' possibile

02 maggio, 18:46
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Restare in linea senza sforzo, ecco alcuni piccoli e facili comportamenti - come salire sulla bilancia ogni giorno, parcheggiare la macchina lontano dalla propria destinazione - per mantenere costante il proprio peso e dimezzare il rischio di divenire obesi negli anni.

Lo rivela lo studio di Rena Wing della Brown University presso Prividence (USA) su 599 giovani di 18-35 anni.

Ventenni e trentenni rischiano più di tutti di ingrassare rapidamente di anno in anno - una media di 0,5-1 chilo in più l'anno - passando dalla "pancetta" al sovrappeso nel giro di pochi anni, probabilmente come effetto delle tante difficili transizioni che vivono - dal passaggio dal mondo della scuola a quello del lavoro, al matrimonio, alla nascita di un figlio.

Cosa fare allora per evitare di metter su chili compleanno dopo compleanno lo suggerisce la ricerca, pubblicata su JAMA Internal Medicine.

Innanzitutto, spiega Wing all'ANSA, pesarsi tutti i giorni e avere bene in mente il proprio peso perché solo così lo si riesce a mantenere. Se non so quanto peso non mi renderò nemmeno conto che sto ingrassando. Peraltro è stato dimostrato che pesarsi ogni giorno aiuta a dimagrire, potenzia gli effetti di una dieta.

Poi quando si esce in auto bisogna fare sempre lo sforzo di parcheggiare lontano dalla propria destinazione finale, così da fare un po' di moto a piedi.

Poi, spiega ancora Wing, "abbiamo consigliato ai volontari di preferire sempre le scale all'ascensore", ad esempio quando tutte le mattine ci si reca al proprio piano in ufficio.

Poi ci sono alcuni piccoli accorgimenti alimentari che danno ottimi risultati se sostenuti nel tempo, senza dover fare diete: eliminare o ridurre, ad esempio, condimenti esagerati come salse troppo elaborate e magari ricche di zuccheri.

Quando si parte già da una condizione di sovrappeso, afferma Wing, "consigliamo di aumentare gradualmente il proprio livello di attività fisica fino a portarlo a una media di 50 minuti al giorno". In questi casi è utile anche una dieta ipocalorica per un breve periodo per perdere il peso in eccesso.

Questi consigli funzionano, infatti i giovani cui Wing ha "prescritto" gli accorgimenti citati, dopo tre anni di osservazione, erano in gran parte riusciti a mantenere il peso di partenza; il loro rischio di ingrassare risultava dimezzato.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

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Dolore acuto o cronico, ecco come riconoscerlo e affrontarlo

Medicina scienza e ricerca

 

Dolore acuto o cronico, ecco come riconoscerlo e affrontarlo

 

Assosalute e Simg insieme per fare chiarezza sul tema durante l’incontro ‘I Mille Volti del Dolore’

di Redazione Aboutpharma Online 3 maggio 2016

 

Un mal di testa, un mal di pancia improvviso. Ma anche il ciclo mestruale o una brutta caduta. Stati diversi, ma accomunati da una cosa, il dolore. A volte forte, altre volte più blando. E’ proprio per riconoscere le varie forme di dolore e imparare a gestirle correttamente che la Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg) e Assosalute, l’Associazione nazionale farmaci di automedicazione, hanno promosso l’incontro ‘I Mille Volti del Dolore’, un confronto tra esperti finalizzato a eleggere il percorso più appropriato per riconoscere il dolore acuto e affrontarlo nel migliore dei modi.

Il dolore rappresenta una tra le manifestazioni più importanti di un disturbo o di una malattia; inoltre, fra i sintomi, è quello che tende a minare maggiormente la qualità di vita. Secondo un’indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), su 5.447 soggetti ospitati da 15 centri di tutto il mondo, il dolore persistente nell’ambito delle cure primarie risulta avere una prevalenza del 20%. In Italia, uno studio osservazionale pubblicato nel 2005, che ha coinvolto 89 medici di medicina generale, ha rilevato come circa un terzo dei contatti ambulatoriali che il medico ha durante la sua attività routinaria lamenti dolore, classificato dai medici ricercatori nel 52,8% dei casi come cronico. In aggiunta, in una recente ricerca condotta dalla Simg, sono stati selezionati i pazienti che hanno richiesto un consulto al proprio medico a causa del proprio dolore. Sono stati considerati solo i pazienti che denunciavano un dolore con intensità maggiore di 3 alla scala Nrs (Numerical Rating Scale), un sistema di valutazione del dolore che viene compilata chiedendo al paziente di assegnare un punteggio da 0 a 10 corrispondente al dolore provato. Ebbene, all’interno di questo campione, il dolore cronico (maggiore del valore 3 alla scala Nrs con durata superiore ai tre mesi) era presente nel 3% del totale della popolazione assistita, con proiezione su base annua e rappresentava circa il 27% dei primi accessi per dolore. Secondo quanto emerso, quindi, si può ritenere che la maggior parte dei pazienti, il 70% di quelli che consultano il proprio medico per un problema di dolore, lo fa per la presenza di un dolore acuto.

“Tra i principali obiettivi che la Simg si propone, figura anche quello di supportare le persone costrette a convivere con alcuni problemi di salute che, nella maggior parte dei casi, provocano la comparsa di dolore – commenta Ovidio Brignoli, vice presidente di Simg – E’ per questo che il medico di famiglia, quando opportunamente consultato, sarà in grado di prescrivere una terapia idonea o, in caso di lievi sintomi da leggeri disturbi, indirizzare il paziente verso una gestione autonoma del dolore, tramite l’assunzione responsabile di farmaci di automedicazione”.

In caso di una causa scatenante netta e chiara – la presenza del ciclo mestruale, una piccola contusione, un arrossamento degli occhi, un’indigestione o un mal di testa – il dolore acuto può essere controllato in autonomia, tramite la corretta assunzione di farmaci di automedicazione o da banco, acquistabili senza obbligo di prescrizione e riconoscibili grazie al bollino rosso che sorride, presente sulla confezione, dove è indicato chiaramente che quello che si sta acquistando è un farmaco senza obbligo di ricetta. Questi medicinali sono disponibili senza ricetta medica perché nel loro impiego diffuso e di lungo corso si sono dimostrati sicuri, efficaci ed hanno ricevuto un’apposita autorizzazione da parte dell’Autorità sanitaria.

In presenza di dolore cronico, invece, è opportuno consultare il proprio medico di fiducia, il quale sarà in grado di individuare la giusta diagnosi e, di conseguenza, prescrivere il trattamento più efficace. “Oltre a limitare in maniera impattante la qualità della vita, il dolore è causa di una serie considerevole di costi sociali, in termini di rendimento al lavoro, conseguenze psicologiche e ripercussioni fisiche – conclude Pierangelo Lora Aprile, responsabile Area dolore Simg – Per arginare in maniera efficace questo fenomeno complesso, in presenza di sintomi derivanti da semplici disturbi è opportuno educare la popolazione a una gestione autonoma del dolore, tramite una terapia che preveda l’assunzione responsabile di farmaci da banco. In caso di dolori caratterizzati da un’intensità più forte che non si risolvono a breve e non sono strettamente correlati a eventi acuti e/o traumatici, è opportuno consultare un medico per una diagnosi più puntuale e l’inizio di un trattamento specifico”.

 

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Igiene delle mani, Giornata mondiale: Boggio (Assobiomedica), “Da prevenzione infezioni ospedaliere 500 mln l’anno di risparmio”

 Medicina scienza e ricerca

 

Igiene delle mani, Giornata mondiale: Boggio (Assobiomedica), “Da prevenzione infezioni ospedaliere 500 mln l’anno di risparmio”

 

In Italia ogni anno dal 5 all’8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera, che provoca il decesso di circa 5-6mila persone: si tratta di un problema che potrebbe pesare fino a 1 miliardo di euro sulla Sanità italiana, quando il 20-30% di infezioni potrebbe essere evitato con le buone pratiche cliniche

di Redazione Aboutpharma Online 5 maggio 2016

 

La lotta alle infezioni ospedaliere è fondamentale per la tutela della sicurezza del paziente e il  contrastarle frutterebbe anche al Ssn qualcosa come 500 milioni di risparmi l’anno. A ricordarlo – in occasione della Giornata mondiale dell’igiene delle mani, è il presidente Assobiomedica, Luigi Boggio: “La giornata mondiale sull’igiene delle mani – afferma in una nota – pone l’accento su un problema di dimensioni rilevanti, con un impatto potenzialmente devastante sul paziente e molto oneroso per le casse sanitarie. Il tema può sembrare banale mentre invece il corretto e costante lavaggio delle mani può davvero contribuire in larga parte a evitare il fenomeno delle infezioni ospedaliere. Per evitare una gestione tardiva delle infezioni e la resistenza alla terapia antibiotica è sempre più urgente  un approccio coordinato e preventivo tra reparti, ma anche tra strutture sanitarie, enti locali e centrali, volto ad avviare in maniera omogenea politiche sulla prevenzione dei rischi; formazione del personale sulle pratiche di controllo delle infezioni; utilizzo di metodiche e dispositivi appropriati per la pulizia, l’igiene e la disinfezione delle apparecchiature. Ciò significherebbe un risparmio annuale stimato di più di 500mila euro a struttura sanitaria, oltre a una riduzione del 50% delle infezioni nosocomiali”.

In Italia ogni anno dal 5 all’8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera, che provoca il decesso di circa 5-6mila persone. Le infezioni ospedaliere rappresentano sempre più una crisi sanitaria che richiede una gestione preventiva e adeguata. Assobiomedica ha stimato risparmi di almeno 500 milioni di euro l’anno applicando in Italia modelli, utilizzati in altri paesi europei, per ridurre le infezioni correlate all’assistenza ospedaliera. Si tratta di un problema che potrebbe pesare fino a 1 miliardo di euro sulla Sanità italiana, quando il 20-30% di infezioni potrebbe essere  evitato con l’attuazione di buone pratiche cliniche, come l’igiene delle mani, ma anche con l’utilizzo di tecnologie mediche appropriate e la messa a punto di adeguati meccanismi di controllo e di processo da parte degli operatori sanitari.

“Si fanno tagli alla Sanità con spending review, payback e rinegoziazioni, quando mettendo in atto buone pratiche come questa si otterrebbero risparmi notevoli e si garantirebbe ai pazienti un più elevato livello di sicurezza. Le infezioni ospedaliere –prosegue Boggio – giocano un ruolo di primo piano per la sicurezza del paziente e hanno un elevato impatto clinico ed economico, ma sarebbero evitabili con l’adozione di misure di provata efficacia, che Assobiomedica ha presentato, purtroppo inascoltata, a Governo e Regioni insieme ad altre proposte di risparmio alternative al payback. Sarebbe fondamentale promuovere un programma, insieme al Ministero della Salute e alle Regioni, in cui le imprese del settore dei dispositivi medici potrebbero impegnarsi in iniziative di sensibilizzazione e di formazione del personale medico-sanitario. Questo sarebbe un modo strategico e sostenibile di ottenere risparmi in alternativa a misure che non faranno altro che abbassare la qualità del servizio offerto ai cittadini”.

 

 

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Manager Asl, Consiglio di Stato: “Nomine siano ispirate a meritocrazia, no alla convenienza politica”

Sanità e Politica

 

 Manager Asl, Consiglio di Stato: “Nomine siano ispirate a meritocrazia, no alla convenienza politica”

Le indicazioni nel parere emesso sul decreto delegato in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Monito anche su trasparenza e imparzialità delle procedure. Non solo per i direttori generali, ma anche per direttori amministrativi, sanitari e dei servizi socio-sanitari

di Redazione Aboutpharma Online 6 maggio 2016

 

Sì alla meritocrazia, no ai giochi politici. Almeno per quanto riguarda la designazione dei vertici delle aziende sanitarie locali. A chiederlo è la Commissione speciale del Consiglio di Stato nel parere emesso sul decreto delegato in materia riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche. Nello specifico, la Commissione dà indicazioni su come rafforzare i principi di trasparenza e imparzialità nelle procedure di nomina, di verifica e di eventuale revoca dei direttori generali, nonché in quelle selettive delle altre figure dirigenziali (direttore amministrativo, direttore sanitario, direttore dei servizi socio-sanitari) previste dalla legislazione sanitaria nazionale e regionale.

Imparzialità e omogeneità di valutazione possono essere garantiti attraverso un procedimento bifasico, sottolinea il Consiglio di Stato. Serve innanzitutto la creazione, da parte di un’apposita Commissione, di un elenco nazionale di idonei cui viene attributo un punteggio da 75 a 100. E, in una seconda fase, una selezione su base regionale in cui la Commissione propone al Presidente della Giunta Regionale una terna di nomi.

L’ammissione all’elenco dei direttori generali potrà essere aperta anche a manager sanitari privati con alte capacità imprenditoriali ed un elevato bagaglio tecnico di professionalità. Si rimarca, quindi, la natura meritocratica e fiduciaria delle nomine, l’inammissibilità di scelte dettate da influenze politiche, così come la possibilità di revoca dei direttori generali solo in base al giusto procedimento e finalizzata ad evitare ogni forma,anche surrettizia, di spoils system.

 

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Troppi bisturi sulla tiroide: la chirurgia non è sempre indicata

 

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Medicina scienza e ricerca

Troppi bisturi sulla tiroide: la chirurgia non è sempre indicata

Gli esperti chiedono di migliorare l'inquadramento diagnostico per patologie sostanzialmente innocue. Presentata a Milano la Giornata mondiale della Tiroide in programma il 25 maggio. Sul fronte della prevenzione è ancora troppo basso il consumo di sale iodato

di Stefano Di Marzio 17 maggio 2016 

 

Troppe tiroidectomie in Italia: ricorrere al bisturi per patologie che potrebbero semplicemente essere controllate nel tempo (noduli ma anche alcuni tumori papillari poco aggressivi) potrebbe essere un intervento inappropriato. Serve piuttosto un più accurato inquadramento diagnostico da parte degli endocrinologi e maggior consenso da parte degli specialisti. Questo ha detto oggi a Milano Luciano Pezzullo, presidente dell’associazione che raggruppa le unità endocrinochirurgiche italiane (Club Uec) nel presentare insieme a numerosi colleghi la Giornata mondiale della Tiroide in programma il prossimo 25 maggio. “Nel 2014 sono stati eseguiti in Italia 37.217 interventi – ha spiegato Pezzullo – per un totale di 127.734 giornate di degenza. Nello stesso periodo negli Usa le tiroidectomie sono state 66 mila ma su una popolazione sei volte superiore a quella italiana. Qualcosa non va…”.
La patologia tiroidea tout court è considerata in forte ascesa in tutto il mondo (in Italia si registrano punte del 30% rispetto alla popolazione generale nelle aree che consumano meno iodio nella dieta). In tale ambito l’insorgenza di noduli e tumori è verosimilmente legata all’esposizione a radiazioni ionizzanti di varia origine ma all’epidemiologia occorre fare la tara. “Esiste un documentato effetto screening – dice Furio Pacini, presidente dell’
European Thyroid association (Eta) – legato al fatto che senza gli ecografi, trent’anni fa, tante anomalie non si vedevano. Comunque i tumori maligni sono il 5%-6% di tutti i noduli diagnosticati e solo il 5% di questi è rappresentato da forme realmente aggressive”.
La Giornata mondiale si svolge all’interno della Settimana mondiale della Tiroide, occasione privilegiata per parlare di prevenzione e fare informazione. Causa più frequente della patologia tiroidea è la carenza di iodio, cui occorre rispondere con un’adeguata alimentazione (pesce soprattutto) e ricorrendo al sale iodato sia in cucina, che nell’industria alimentare (es. panificazione). L’Italia si è dotata di uno specifico programma di prevenzione della carenza iodica (legge 55 del 2005) che però è largamente disatteso, come spiegato a Milano da Antonella Olivieri, responsabile scientifico dell’
Osservatorio nazionale per il monitoraggio della iodioprofilassi (Osnami) attivo presso l’Istituto superiore di Sanità. “L’obbligo di esposizione di sale iodato sugli scaffali nei punti vendita non è rispettato – spiega l’esperta – come pure quello delle tabelle informative sull’importanza dello iodio”. Risultato? Il sale iodato venduto in Italia è appena il 56% del totale sale acquistato dai cittadini. Per l’Oms l’obiettivo è il 90%”.

 

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Università Cattolica e policlinico Gemelli in prima linea nella ricerca su nutrizione e salute

 

 

Medicina scienza e ricerca

 

Università Cattolica e policlinico Gemelli in prima linea nella ricerca su nutrizione e salute

 

Il cibo come fonte di prevenzione e cura nel campo delle malattie del metabolismo, ma anche nelle condizioni di fragilità, nelle patologie del fegato e dei reni, nelle malattie neurologiche o in particolari condizioni come la gravidanza. Giovedì la Giornata per la Ricerca 2016

di Redazione Aboutpharma Online 19 maggio 2016

 

Il cibo può essere amico e nemico della nostra salute, dipende da ciò che mettiamo nel piatto. La Facoltà di Medicina e chirurgia dell’università Cattolica del Sacro Cuore e la Fondazione policlinico universitario A. Gemelli sono impegnati in numerosi progetti di ricerca sul tema della nutrizione, dalla ricerca di base, con studi molecolari, alla ricerca preclinica e clinica sul cibo come fonte di prevenzione e cura nel campo delle malattie del metabolismo, quali diabete ed obesità, ma anche nelle condizioni di fragilità, quali l’invecchiamento, nelle patologie del fegato e dei reni, nelle malattie neurologiche o in particolari condizioni come la gravidanza.

Tutta la ricerca in questo ambito verrà presentata in occasione della quinta edizione della ‘Giornata per la Ricerca 2016’ di università Cattolica del Sacro Cuore e Fondazione policlinico universitario A. Gemelli, in programma il 26 maggio, a partire dalle 8,30, nell’Aula Brasca del Policlinico romano. Anche quest’anno il tema sarà ‘Il ruolo della nutrizione dalla prevenzione alla cura’.

“La Giornata per la ricerca si incentra anche quest’anno sul tema della nutrizione, su tutti i riflessi che la nutrizione ha sulla nostra salute, soprattutto perché riteniamo sia ancora poco o non correttamente conosciuto l’impatto che questa ha sulla prevenzione e cura delle malattie – afferma il preside di Medicina, Rocco Bellantone – Non tutti sanno, ad esempio, che l’efficacia delle cure per un paziente oncologico può essere potenziata se si sta più attenti alla sua alimentazione; altre malattie, come quelle cardiovascolari, metaboliche o neurologiche possono essere prevenute con una maggiore attenzione nutrizionale. L’intuizione geniale del nostro fondatore Padre Gemelli fu quella di creare un Policlinico universitario proprio nella convinzione che non si potesse fare una buona didattica senza accomunarla a una ricerca di altro livello. La ricerca è l’inizio di una buona assistenza. Non è possibile fare un’assistenza moderna, aggiornata se gli stessi operatori medici non sono coinvolti in ricerche di altissimo livello”.

Purtroppo “si investe molto poco in ricerca – continua Bellantone – e investendo poco siamo costretti ad acquistare da altre nazioni i risultati della ricerca, e questo comporta un ritardo nel somministrare cure d’avanguardia ai nostri pazienti e dal punto di vista economico ciò comporta costi molto superiori a quelli che avremmo se si investisse maggiormente in ricerca”.

“Fare buona ricerca è la condizione essenziale per poter poi garantire buone cure ai nostri pazienti – aggiunge Enrico Zampedri, direttore generale del Gemelli – Per noi fare ricerca etica è mettere la persona al centro delle nostre attenzioni. Questo è il principio generale che deve guidare chiunque, a maggior ragione una realtà come la nostra che è un ospedale di ispirazione cattolica”.

Con 253 nuovi progetti di ricerca no profit che ogni anno portano ad oltre 1.500 pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali, oltre 19 milioni di euro di ricerca finanziata nel corso del 2015, 17 brevetti attivi e depositati, 15 Istituti della Facoltà di Medicina e chirurgia che hanno ottenuto finanziamenti europei, 142 sperimentazioni cliniche avviate e 329 sperimentazioni in corso nel 2016, l’università Cattolica è impegnatissima sul fronte della ricerca biomedica.

 

 

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Jim O’Neill: “Basta trattare gli antibiotici come caramelle”

Medicina scienza e ricerca

 

Jim O’Neill: “Basta trattare gli antibiotici come caramelle”

 

“Se non si agisce subito, entro il 2050 i superbatteri resistenti uccideranno una persona ogni tre secondi” stima una revisione appena conclusa dall’attuale ministro del governo britannico ed economista O’Neill. A conferma dell’emergenza uno studio pubblicato su Jama ha quantificato il numero di prescrizioni inappropriate di antibiotici negli Usa: circa il 30% annuo

di Redazione Aboutpharma Online 19 maggio 2016

 

Si torna a parlare di antibiotico resistenza e inappropriatezza prescrittiva. Questa volta con una revisione guidata dall’economista Lord Jim O’Neill, Responsabile commerciale del Tesoro nel Regno Unito ed ex presidente della Goldman Sachs Asset Management, “Tackling Drug-Resistant Infections Globally: final report and recommendations”,   e uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani del Centers for Disease Control and Prevention pubblicato su Jama, che hanno cercato di quantificare l’entità del problema, partendo dal presupposto che – come ricorda l’editoriale che accompagna lo studio, sempre su Jama,  – “se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla”. Lo studio rientra nel  National Action Plan for Combating Antibiotic-Resistant Bacteria, piano d’azione voluto dall’amministrazione Obama, che si pone come obiettivo, entro il 2020, di ridurre del 50% le prescrizioni inappropriate di antibiotici, per fronteggiare quella che sempre più appare come una minaccia globale e di difficile gestione. “La metodologia proposta – come spiega anche l’Aifa ­– potrà essere riprodotta per estendere l’indagine ad altri contesti nazionali, e rappresentare così un prezioso strumento per pianificare strategie più efficaci contro la diffusione dei superbatteri”.

Si stima che nel giro di circa 30 anni, se non si agisce subito, i “super-bug” arriveranno a uccidere una persona ogni tre secondi, secondo quanto emerge da lavoro di O’Neill, che oltre a rinnovare l’allarme propone anche un piano d’intervento dalla portata di miliardi di dollari di investimenti. Il problema si fonda su diverse questioni: la prima è che da tempo ormai non si sviluppano nuovi antibiotici, perché poco appeal per l’industria farmaceutica; la seconda che usiamo in maniera inappropriata quelli disponibili.  Dall’avvio della Review on Antimicrobial Resistence, a metà del 2014, oltre un milione di persone sono morte a causa dei super-bug, e nel frattempo i medici hanno anche identificato batteri in grado di resistere a un farmaco di ultima istanza, la colistina, fatto che ha incrementato gli allarmi sulla minaccia di un’era “post-antibiotica”. E il futuro non è certo dei migliori se si considera che secondo le stime 10 milioni di persone saranno destinate a morire ogni anno per infezioni resistenti ai farmaci entro il 2050, soprattutto in Asia e in Africa, ma anche nei Paesi occidentali (sono stati stimati circa 390 mila decessi l’anno in Europa). Non solo: il costo finanziario della resistenza ai farmaci arriverà a 100 trilioni di dollari a metà di questo secolo.

Tra le soluzioni il report raccomanda una campagna globale di sensibilizzazione urgente e massiccia sui rischi, l’istituzione un Global Innovation Fund da due miliardi di dollari per finanziare la ricerca in fase iniziale; migliorare l’accesso all’acqua pulita, ma anche i servizi igienico-sanitari e l’igiene in ospedale per prevenire la diffusione delle infezioni. E ancora: ridurre l’abuso di antibiotici in agricoltura, monitorare la diffusione della resistenza ai farmaci, finanziare con un miliardo di dollari le aziende per ogni nuovo antibiotico scoperto, ideare incentivi finanziari per sviluppare nuovi test ed evitare la somministrazione inutile degli antibiotici, promuovere l’uso di vaccini e alternative a farmaci.

A riprova dell’inappropriatezza prescrittiva di questi farmaci, lo studio pubblicato su Jama ha evidenziato come nel biennio 2010-1011 il 30% annuo delle prescrizioni ambulatoriali di antibiotici per via orale potrebbe essere stato inappropriato, con solo 353 prescrizioni su 506 ogni 1000 abitanti appropriata. “Una quota notevole dell’eccesso prescrittivo deriva dalla tendenza dei medici a sovradiagnosticare alcune patologie – si legga ancora sul sito dell’Aifa – come per esempio la faringite, per la quale i protocolli sanitari limitano il ricorso alla terapia antibiotica esclusivamente a quella da streptococco. L’efficacia delle strategie contro l’antibiotico-resistenza richiede non solo un’intensa attività di sensibilizzazione rivolta alla popolazione, ma anche l’impegno dei medici perché si diffonda e consolidi nel personale sanitario una gestione responsabile delle prescrizioni antibiotiche”.

“È ora di intervenire e smettere di trattare i nostri antibiotici come caramelle – ha concluso O’Neill – perché se non risolviamo il problema andremo incontro a tempi bui e moltissime persone moriranno”.

 

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In Usa primo caso di batterio resistente a tutti gli antibiotici

Medicina scienza e ricerca

 

In Usa primo caso di batterio resistente a tutti gli antibiotici

 

L’incolumità del batterio sembra dovuta al gene Mcr-1, già identificato in Cina, che aveva sollevato l'allarme della comunità scientifica. Neanche la colistina, usata per combattere i batteri definiti “da incubo” è servita per contrastare l’infezione

di Redazione Aboutpharma Online 27 maggio 2016

 

Neanche l’antibiotico usato per combattere i batteri definiti “da incubo” è servito per controllare l’infezione delle vie urinarie di una donna americana. L’allarme, lanciato dal Centers for Disease Control and Prevention, e ripreso dalla Reuters,  rappresenta il primo caso, registrato negli Stati Uniti, di batterio resistente a tutti gli antibiotici conosciuti, anche la colistina. L’incolumità dell’agente patogeno sembra dovuta a un gene, chiamato Mcr-1 – già scoperto lo scorso anno in Cina e che aveva  già sollevato l’allarme della comunità scientifica – che permette ai batteri di diventare resistenti.

Il caso è stato pubblicato sulla rivista Antimicrobial Agents and Chemotherapy’dell’American Society for Microbiology. Gli scienziati hanno sottolineano la forte preoccupazione per questa tipologia di superbatteri che potrebbero rappresentare un grave pericolo per combattere anche le infezioni di routine. “La scoperta annuncia la comparsa di batteri totalmente resistenti ai farmaci” ha spiegato Walter Reed del Medical National Military Center che ha condotto lo studio. “Da quanto ne sappiamo è il primo caso di Mcr-1 negli Stati Uniti”.

Gli autori dello studio hanno anche spiegato che continueranno la sorveglianza per determinare se la reale frequenza del gene nel Paese  è critica. “È molto pericoloso e può diffondersi rapidamente soprattutto in ambiente ospedaliero” ha spiegato  Gail Cassell, microbiologo e docente presso la Harvard Medical School. Che ha anche aggiunto come “la velocità potenziale della sua diffusione non potrà essere nota fino a quando non si saprà come è stata infettata la paziente della Pennsylvania e la prevalenza del superbatterio resistente alla colistina negli Stati Uniti e nel mondo”.

 

 

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'Superbatteri' resistenti a tutti i farmaci, anche in Italia

'Superbatteri' resistenti a tutti i farmaci, anche in Italia

Esperta Iss, da noi di tipo diverso da quello Usa

27 maggio, 20:19
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RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSAROMA - Anche in Italia ci sono già dei pazienti che si sono infettati con batteri che resistono a tutti gli antibiotici, anche se di tipo diverso da quello che ha colpito nei giorni scorsi la donna negli Stati Uniti. Lo afferma Annalisa Pantosti, ricercatrice dell'Istituto Superiore di Sanità, secondo cui la mortalità in questi casi può arrivare al 50%. 

"La gravità dell'impossibilità di trattare il paziente noi l'abbiamo già nel nostro paese - spiega Pantosti -, non per l'Escherichia Coli come nel caso statunitense ma per un'altra classe di batteri, le clebsielle pneumoniae resistenti ai carbapenemi, che nel 30-40% dei casi sono ormai resistenti anche alla colistina. In questi casi si ricorre ad antibiotici 'di fortuna', magari in disuso, oppure a combinazioni di più farmaci, ma la mortalità è molto alta, anche se difficile da quantificare perchè di solito i pazienti hanno anche altri problemi medici".

Per quanto riguarda il batterio Escherichia Coli, quello trovato nella paziente Usa, anche in Europa ci sono forme resistenti alla colistina. "Una volta che il gene che conferisce la resistenza è stato isolato in Cina lo abbiamo cercato un po' tutti - racconta l'esperta -. Anche da noi ci sono ceppi di Escherichia con questo gene, ma per fortuna non hanno altre resistenze. 

La scoperta in Usa però è preoccupante perchè la resistenza di quel tipo è facilmente trasmissibile ad altri batteri. Speriamo che queste scoperte spingano verso la ricerca di nuovi antibiotici, anche perchè ce ne serve più di uno per contrastare il fenomeno e al momento ci sono poche molecole allo studio. L'altra cosa da fare è limitare l'uso di quelli esistenti, anche se non sempre è possibile".

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Cuore, risonanza super veloce e in sette dimensioni

Medicina scienza e ricerca

Cuore, risonanza super veloce e in sette dimensioni

Scansioni dell'anatomia, della funzione e del flusso cardiaco a respiro libero in otto minuti e un’elaborazione delle immagini in tempo reale, basata su Cloud. La nuova tecnologia firmata GE Healthcare-Arterys

di Redazione Aboutpharma Online 30 maggio 2016 

 

Una risonanza magnetica del cuore in sette dimensioni – tre nello spazio, una nel tempo e tre in direzione della velocità – con scansioni dell’anatomia, della funzione e del flusso cardiaco a respiro libero in otto minuti e un’elaborazione delle immagini in tempo reale, basata su Cloud. Si tratta della soluzione cardiovascolare completa nata dalla collaborazione tra GE Healthcare, divisione medicale di General Electric, e Arterys, società specializzata nell’imaging medico intelligente, basato su piattaforme Cloud.

La nuova tecnologia estende gli esami cardiaci di risonanza magnetica oltre i confini dell’anatomia offrendo contemporaneamente tempi ridotti in maniera significativa rispetto alle scansioni convenzionali. È infatti in grado di eseguire un esame completo di risonanza magnetica del cuore in un tempo compreso tra i 10 e i 20 minuti, rispetto ai tempi canonici che possono variare da un’ora a un’ora e mezza. Inoltre, l’esame, è molto più fruibile e confortevole per il paziente perché l’esecuzione avviene a respiro libero senza la necessità delle fastidiose apnee respiratorie utilizzate per evitare che le immagini venissero compromesse.

Questo software applicativo, che mostra il flusso sanguigno del cuore visualizzato in modo cinematico e in movimento, può aiutare il personale clinico a distinguere il tessuto cicatrizzato o danneggiato da quello sano, non solo mostrando la contrazione dei ventricoli, ma anche consentendo di esaminare il percorso corretto del flusso sanguigno del cuore e del suo distretto vascolare. Per elaborare informazioni complesse, è dotato di una piattaforma di visualizzazione su Cloud in tempo reale, che fornisce dati quantitativi e referti strutturati. Un vantaggio sostanziale in un ambito clinico la cui velocità diagnostica è fondamentale, come nel caso dello studio cardiovascolare.

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Fondazione Gimbe: poco tempo per salvare il Ssn, ecco il nostro piano

Sanità e Politica

 

Fondazione Gimbe: poco tempo per salvare il Ssn, ecco il nostro piano

 

Il presidente Cartabellotta: "E' indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi", che nel 2015 sono stati 25 miliardi

di Redazione Aboutpharma Online

7 giugno 2016

 

Bisogna agire subito per salvare un Servizio sanitario (Ssn) ormai alla deriva, che nel 2025 farà registrare un fabbisogno di 200 miliardi di euro. A lanciare l’allarme è la Fondazione Gimbe, che oggi a Roma ha presentato il Rapporto sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale 2016-2025, che sintetizza i risultati di studi, consultazioni e analisi indipendenti condotti dal 2013 nell’ambito della campagna #salviamoSSN.

Secondo l’indagine della Fondazione Gimbe, quasi 25 miliardi di euro sono stati sprecati in sanità lo scorso anno, circa il 20% del totale della spesa, 112,408 miliardi secondo il consuntivo 2015. Le voci che hanno gravato di più sono l’eccessivo numero di prestazioni inefficaci, inappropriate o troppo costose rispetto ai benefici reali (7,4 mld) e la corruzione, male italico che si annida anche nel Ssn (4,9 mld). E’ su queste voci, dunque, che bisogna agire per recuperare risorse da investire nel Ssn.

Nel prossimo decennio, secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, “è indispensabile un piano graduale di disinvestimento dagli sprechi, non solo basato su azioni puntuali di spending review, ma che preveda interventi strutturali e organizzativi in grado di eliminarne definitivamente una componente”. Attuando questo piano di disinvestimento, stimano gli esperti, è possibile recuperare circa 100 miliardi di euro in 10 anni.

“L’attuale deriva del Servizio sanitario nazionale – afferma Cartabellotta – non consegue a un disegno occulto di smantellamento e privatizzazione, ma alla mancanza di un preciso disegno per salvaguardare una sanità pubblica, già sofferente prima della crisi economica, oggi agonizzante per la continua riduzione del finanziamento. Il nostro Rapporto affronta in maniera indipendente e con un prospettiva decennale il tema della sostenibilità del Ssn, ripartendo dal suo obiettivo primario, ovvero ‘promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone’, tenendo ben presente che la sanità rappresenta sia un considerevole capitolo di spesa pubblica da ottimizzare, sia una leva di sviluppo economico da sostenere”.

Analizzati i trend della spesa pubblica, della compartecipazione alla spesa e dell’incremento delle addizionali regionali Irpef ed esaminate le numerose criticità della sanità integrativa, il Rapporto aggiorna al 2015 l’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica: 24,73 miliardi di euro erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza.

Cartabellotta sottolinea come “il Rapporto considera spreco tutto ciò che non migliora gli outcome di salute perché un sistema sanitario deve ottenere il massimo ritorno in termini di salute dalle risorse investite secondo il principio del value for money. Di conseguenza, abbiamo sviluppato un framework di sistema per guidare il processo di disinvestimento da interventi sanitari inefficaci, inappropriati e dal basso value e riallocare le risorse recuperate in interventi efficaci, appropriati e dall’elevato value sotto-utilizzati, causa di iniquità e diseguaglianze. Secondo le nostre stime nel 2025 il fabbisogno del Ssn sarà di 200 miliardi di euro, cifra che può essere raggiunta solo con l’apporto costante di tre ‘cunei di stabilizzazione’: l’incremento della quota intermediata della spesa privata, un piano nazionale di disinvestimento dagli sprechi e, ovviamente, un’adeguata ripresa del finanziamento pubblico”.

Per salvare il Ssn “abbiamo poco tempo – conclude il presidente – dopo aver raccolto per anni inequivocabili evidenze sulle diseguaglianze regionali, sulla scarsa qualità dell’assistenza, sulle iniquità di accesso alle prestazioni e sulla rinuncia dei cittadini alle cure, oggi iniziamo a vedere i primi disastrosi effetti anche sulla mortalità, un dato che dovrebbe muovere senza indugi coscienza sociale e volontà politica”.

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Liste d’attesa infinite: sale a 34,5 miliardi la spesa privata e 11 milioni di italiani rinunciano alle cure

Sanità e Politica

 

Liste d’attesa infinite: sale a 34,5 miliardi la spesa privata e 11 milioni di italiani rinunciano alle cure

 

Presentati oggi al Welfare Day i risultati di una ricerca Censis-Rbm. Aumenta la propensione dei cittadini alla sanità integrativa per spendere meno e accedere prima alle prestazioni. Appello di Marco Vecchietti (Rbm) al ministro Lorenzin: "Serve tavolo tecnico tra compagnie assicurative e fondi per costruire un 2° pilastro sanitario più equo”

di Redazione Aboutpharma Online 8 giugno 2016

 

Meno sanità pubblica, più sanità privata e in generale anche meno sanità. In estrema sintesi si possono riassumere così i risultati della ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata oggi a Roma al VI Welfare Day. A causa delle lunghe liste d’attesa che caratterizzano oramai il nostro Ssn, infatti, è sempre più alta la quota di cittadini che nell’ultimo anno ha fatto ricorso ricorre alla sanità privata o all’intramoenia, rispettivamente dieci milioni (il 72,6% a causa delle liste) e sette milioni  (il 66,4%). Un fenomeno che ha fatto decollare la spesa privata che ha raggiunto quota 34,5 miliardi di euro negli ultimi due anni (+3,2% nel 2013-2015). Il dato è ancora più significativo se si considera che rappresenta il doppio dell’aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (pari a +1,7%). Da sottolineare anche che il 45,4% (+5,6% rispetto al 2013) ha pagato tariffe nel privato uguali o di poco superiori al ticket che avrebbe pagato nel pubblico. “Pagare per acquistare prestazioni sanitarie   è per gli italiani ormai un gesto quotidiano- ha commentato Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute – più sanità per chi può pagarsela. Il 30,2% si è rivolto alla sanità a pagamento anche perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend”.

Aumenta la sanità “negata”
Alla crescita del ricorso alla sanità privata, si affianca un altro fenomeno ancora più allarmante: la sanità “negata”. Solo nell’ultimo anno sono stati undici milioni gli italiani hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie a causa delle difficoltà economiche nell’ultimo anno, non riuscendo più a pagarle di tasca propria. Ben due milioni in più rispetto al 2012. A essere maggiormente penalizzati sono stati in particolar modo gli anziani (2,4 milioni i rinunciatari) e i millennials (2,2 milioni) ovvero la generazione dei nati tra il 1980 ed il 2000.
Sale anche il malcontento sul Ssn, sopratutto al Sud: il 52% degli italiani considera inadeguato il servizio sanitario della propria regione, una percentuale che sale al 68,9% nel Mezzogiorno e al 56,1% al Centro, mentre è pari al 41,3% al Nord-Ovest e al 32,8% al Nord-Est. La qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni per il 45,1% degli italiani (+2,4% rispetto al 2015), mentre è rimasta inalterata per il 41,4% ed è addirittura migliorata per il 13,5%.
Più di cinque milioni di italiani hanno inoltre ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici inutili. Eppure il 64% si dichiara contrario al
decreto appropriatezza: per il 50,7% dei cittadini  solo il medico può decidere se la prestazione è effettivamente necessaria e il 13,3% giudica che le leggi sono motivate solo dalla logica dei tagli. Il 51,3% inoltre si dichiara contrario a sanzionare i medici che fanno prescrizioni inutili. E’ favorevole al decreto, invece, il 36% dei cittadini: il 21,9% ha dichiarato che in questo modo  è possibile definire quando una prestazione è realmente necessaria e il 14,1% perché lasciando al singolo medico ci sono troppe differenze.

Anche la Sanità integrativa avanza
In questo scenario si fa sempre più strada a livello nazionale la sanità integrativa. Sono ben 26 milioni i cittadini che oggi si dicono propensi a sottoscrivere una polizza sanitaria o ad aderire a un fondo sanitario integrativo. “La sanità integrativa è oramai un’esigenza per tutti gli italiani – ha commentato  Vecchietti – e non può più essere considerata un benefit per i lavoratori dipendenti o un lusso per i più abbienti”. In particolare, tra gli aderenti  il 30,7% ha dichiarato di aver scelto questa opzione perché spendeva troppo di tasca propria, il 25% perché la copertura è estendibile a tutta la famiglia e il 13,6% per poter accedere più velocemente alle prestazioni.  Il 46,9% dei cittadini è inoltre d’accordo con l’adozione dell’opting out nel nostro Paese, ovvero l’uscita di alcuni gruppi sociali  dalla copertura pubblica e l’acquisto di una polizza sostitutiva (e non integrativa). L’amministratore delegato di Rbm lancia quindi un appello al ministro Lorenzin: “Serve un tavolo tecnico che metta insieme compagnie assicurative e fondi Sanitari per costruire un secondo pilastro sanitario più equo, effettivo ed universalistico”.

 

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Sanità integrativa, una “busta blu” per informare i cittadini

Sanità e Politica

 

Sanità integrativa, una “busta blu” per informare i cittadini

 

al Welfare Day l'idea di un'iniziativa di comunicazione ispirata alla modalità scelta dall'Inps per le pensioni. Con l'obiettivo di spiegare agli italiani quali prestazioni il Ssn riesce a garantire nei fatti e a quanto ammonta la (crescente) spesa privata

di Redazione Aboutpharma Online 9 giugno 2016

 

Una “busta blu”, sulla scia di quella arancione per le pensioni ideata dall’Inps, per informare gli italiani sulla reale accessibilità alle cure garantite dai sistemi sanitari regionali e i costi aggiuntivi delle prestazioni a cui il cittadino dovrà provvedere di tasca propria. È la proposta che arriva a conclusione del Welfare Day e alla luce dei risultati dell’indagine Censis-Rbm sulla salute presentati ieri a Roma. Una “busta” come strumento per sensibilizzare cittadini e istituzioni sul ruolo della sanità integrativa. “Serve – commenta Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute – un tavolo tecnico presso il ministero della Salute, che individui soluzioni urgenti in materia di gestione della spesa sanitaria privata e ruolo della sanità integrativa in Italia, come secondo pilastro sanitario. Il Servizio sanitario nazionale, da solo non può più fare fronte ai nuovi bisogni di salute dei cittadini. Con un premio assicurativo – contributo pari al 70% dell’attuale spesa sanitaria privata pagata di tasca propria dagli italiani – la sanità integrativa sarebbe in grado di assorbire integralmente il costo delle cure private pagato dai cittadini”. Secondo Vecchietti, inoltre, bisognerebbe consentire l’adesione alle “forme sanitarie integrative (polizze salute e fondi Sanitari) anche su base volontaria ed individuale, magari estendendo il regime fiscale incentivante oggi riservato ai soli lavoratori dipendenti, perché oggi un secondo pilastro sanitario è una necessità per tutti”.

Per Isabella Mastrobuono, docente di Organizzazione sanitaria all’Università Luiss, la sanità italiana dovrebbe cominciare a ragionare su una scala di priorità: “Potrebbe essere utile – spiega – avviare un percorso a livello nazionale per la definizione delle priorità in sanità con la partecipazione attiva dei cittadini. Il processo è attivo da oltre 20 anni in molti Paesi europei come la Svezia, la Norvegia dove vigono servizi sanitari nazionali che di certo non sono stati smantellati. La risposta al fabbisogno crescente della popolazione sulla base di criteri etici di solidarietà consentirebbe di individuare classi di priorità sulle quali allocare le risorse finanziarie disponibili. Per le classi di priorità più bassa potrebbero essere inserite le forme integrative di assistenza in una ottica di cooperazione e di presa in carico del paziente su percorsi assistenziali condivisi”.

Per una buona sinergia tra sanità pubblica e integrativa bisognerebbe mettere in campo almeno tre azioni. Ne è convinto Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager:  “Va riordinata la normativa riguardante il secondo pilastro della sanità, che aspetta da tempo un intervento legislativo, sostenendo una politica fiscale di favore che induca le imprese, attraverso misure di defiscalizzazione, ad aderire a coperture sanitarie integrative previste a livello di contrattazione nazionale e/o aziendale. In secondo luogo, è bene che la prevenzione sia inserita nel novero delle prestazioni integrative, perché da questo possono derivare enormi benefici per il Servizio sanitario nazionale e per il diritto del cittadino ad accedere a prestazioni di qualità. Infine, bisogna incentivare l’azione di intermediazione che i Fondi sanitari integrativi svolgono rispetto alla spesa privata sostenuta dai cittadini di tasca propria”. Un’azione di intermediazione che, secondo Cuzzilla, si presenta anche come “un utile antidoto contro la spesa ‘sommersa’ pagata dai cittadini senza ottenere ricevuta alcuna”.

 

 

 

 

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Dagli Usa sette nuovi antibiotici contro i superbatteri

Medicina scienza e ricerca

Dagli Usa sette nuovi antibiotici contro i superbatteri

Grazie a programma federale istituito dal presidente Obama nel 2014, i costi condivisi tra governo e aziende hanno portato allo sviluppo di sette nuove molecole arrivate alle ultime fasi della sperimentazione clinica

di Redazione Aboutpharma Online 15 giugno 2016

 

Una buona notizia arriva dagli Stati Uniti dove sette nuove molecole attivi contro i “superbatteri” sono arrivate alle ultime fasi della sperimentazione clinica, anche grazie a un programma di incentivi federali. Ad affermarlo è Richard J. Hatchett, capo della Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda), come riporta il Wall Street Journal, durante un’audizione al congresso, a seguito della vicenda avvenuta qualche settimana fa sempre negli Stati Uniti, dove una donna, per la prima volta, aveva manifestato un’infezione resistente a tutti gli antibiotici.

Risultati resi possibile grazie a un programma istituito dal presidente Obama nel 2014 volto a combattere l’antibiotico resistenza, che ha permesso all’agenzia guidata da Hatchett, di condividere al 50% i costi di sviluppo con le aziende che hanno aderito. Collaborazione che per esempio ha portato a un finanziamento pubblico di 20 milioni di dollari per lo sviluppo del Ceftobiprole, una molecola attiva sia contro batteri gram positivi che gram negativi, che sta per iniziare la fase 3 della sperimentazione, quella conclusiva. “Abbiamo costruito un robusto portfolio di molecole attive contro i superbatteri – ha spiegato Hatchett durante l’audizione – un segno del successo del programma”.

Solo negli Usa sono 23mila i morti l’anno per le infezioni resistenti mentre in Europa sono circa 25mila. Secondo una revisione guidata dall’economista Lord Jim O’Neill, Responsabile commerciale del Tesoro nel Regno Unito ed ex presidente della Goldman Sachs Asset Management, nel 2050 i superbatteri causeranno più morti del cancro.  Per questo oltre agli Stati Uniti anche il Regno Unito ha già iniziato a prendere provvedimenti aderendo al National Action Plan for Combating Antibiotic-Resistant Bacteria, piano d’azione voluto dall’amministrazione Obama, che si pone come obiettivo, entro il 2020, di ridurre del 50% le prescrizioni inappropriate di antibiotici, per fronteggiare quella che sempre più appare come una minaccia globale e di difficile gestione.

 

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Codacons al ministro Lorenzin: “Investire sulle cellule staminali contro l’infarto”

Sanità e Politica

 

Codacons al ministro Lorenzin: “Investire sulle cellule staminali contro l’infarto”

 

La richiesta nel corso di un convegno oggi a Roma. L'associazione sta partecipando a un importante progetto di ricerca promosso dal premio Nobel per la medicina Luc Montagnier

di Redazione Aboutpharma Online 17 giugno 2016

 

Sbloccare la ricerca sulle cellule staminali e investire sui progetti per utilizzare le cellule staminali contro l’infarto. E’ il messaggio lanciato oggi dal Codacons al ministro Lorenzin nel corso di un convegno organizzato a Roma da Salvator Mundi International Hospital con la partecipazione del premio Nobel per la medicina, Luc Montagnier. “La nostra associazione partecipa a un importante progetto di ricerca promosso dal professor Montagnier e dal professor Livio Giuliani – spiega il presidente Carlo Rienzi – finalizzato a curare e prevenire gli infarti attraverso l’utilizzo di cellule staminali. Un trattamento che potrebbe salvare migliaia di vite umane, ma che ancora non ha ricevuto adeguata attenzione da parte del Ministero della salute. Per questo chiediamo oggi al Ministro Beatrice Lorenzin di sbloccare la ricerca accelerando gli studi sulla cura degli infarti con le staminali, perché le nuove possibilità offerte dalla scienza possono contribuire a migliorare la salute dei cittadini”.

 

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Nas nelle mense scolastiche, chiuse 37 in un anno

Nas nelle mense scolastiche, chiuse 37 in un anno

Tranne una tutte al Centro-Sud, poca igiene e alimenti nocivi

20 giugno, 13:07

 

Alimenti nocivi o conservati male, ma anche mancanza di igiene: sono 37 le mense scolastiche chiuse in seguito a controlli effettuati dai Carabinieri dei Nas nell'anno scolastico 2015-2016. E, tranne una, tutte nelle regioni del Centro-Sud Italia. E' quanto emerge dal Rapporto sui Controlli delle Mense Scolastiche presentato oggi al Ministero della Salute. Una su 4 delle mense scolastiche controllate dai Nas presenta irregolarità. In particolare nell'anno scolastico 215-16 sono state 2.678 le ispezioni effettuate (in continua crescita rispetto agli anni passati) e nel 25% dei casi presentavano una qualche irregolarità: da aspetti amministrativi o legati al tipo di fornitura fino ai casi più gravi di carenze d'igiene e cibi scaduti o ammuffiti. 

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Maturità,contro panico e memoria in tilt ecco 5 regole in vista esami

Maturità,contro panico e memoria in tilt ecco 5 regole in vista esami

Psicologa, importante anche mantenere costanti le ore di sonno

14 giugno, 16:55Paura, ansia, senso d'inadeguatezza, insonnia, irascibilità, astenia: sono spesso le sensazioni e i disturbi dei maturandi che vanno ad incidere negativamente sia sull'attenzione sia sulla capacità di memorizzare. Per superare questa fase basta però focalizzarsi su 5 aspetti, come consiglia la psicoterapeuta Paola Vinciguerra, presidente dell'Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico (Eurodap).


''L'anno di studio sulle spalle, il caldo e la paura di affrontare una prova carica di significati ed aspettative rendono difficile la concentrazione ed accrescono l'ansia di fallire proprio alla battuta d'arrivo'', spiega Vinciguerra. Da qui, alcune semplici regole per migliorare la memoria e sentirsi più sicuri in vista dell'esame: 1) Ripetere ad alta voce, meglio se in gruppo, permette di confrontarsi e sedimentare le informazioni in maniera più duratura. Inoltre, la collaborazione con i compagni stimola l'apprendimento.

2) Riassumere per iscritto e fare mappe concettuali, permette che il processo di apprendimento sia più profondo ed emerga in modo associativo nel momento in cui siamo messi alla prova.

3) Simulare la prova d'esame potrebbe permettere di non trovarsi impreparati rispetto a ciò che avverrà praticamente.

4) Verificare la preparazione utilizzando ad esempio le tracce degli esami precedenti, provando a svolgerle.

5) Mantenere costanti le ore di sonno poiché la fase REM è indispensabile per la sedimentazione delle informazioni acquisite durante le ore passate a studiare. Non dormire meno di 8 ore ma non più di 9. Inoltre, mantenere un'alimentazione sana e fare attività fisica permette di migliorare le proprie perfomance. 

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Tatuaggi, per uno su 10 infezioni e allergie

Tatuaggi, per uno su 10 infezioni e allergie

E in più della metà dei casi più di 4 mesi di cure

13 giugno, 19:48

 

 Il 10% di chi si fa un tatuaggio ha una reazione avversa, che in oltre metà dei casi diventa cronica e dura oltre quattro mesi. Lo afferma uno studio della Langone University di New York pubblicato da Contact Dermatitis, secondo cui i problemi vanno da semplici arrossamenti a reazioni allergiche che richiedono la rimozione del tattoo.

La ricerca è stata condotta su 300 persone fermate a caso a Central Park, a cui è stato chiesto se avevano mai avuto problemi con i loro tatuaggi. Circa il 10% ha affermato di avere avuto qualche complicazione, e sei su dieci in questo gruppo hanno riportato problemi che sono durati per più di quattro mesi. "Spesso il problema è un'infezione batterica, ma in alcuni casi quello che abbiamo trovato era sicuramente una allergia all'inchiostro - racconta Marie Leger, uno degli autori, al sito Livescience -, persone che si sono fatte un tatuaggio rosso senza problemi, poi dopo qualche anno ne hanno fatto un altro e all'improvviso entrambi hanno iniziato a prudere e a gonfiarsi".

Secondo uno studio tedesco pubblicato su Lancet il 5% dei tatuaggi genera un'infezione, mentre più recentemente una ricerca ha puntato il dito anche sui tattoos non permanenti per una sostanza chimica allergizzante spesso presente nell'henne'.

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In Italia 1,7 mln donatori, pochi giovanio

DA AGI SALUTE
SALUTE

In Italia 1,7 mln donatori, pochi giovani

Roma - Sono oltre 1.700.000 i donatori di sangue italiani, ma ancora troppo pochi sono i giovani. Questo e' uno dei dati relativi al 2015, presentati oggi all'Istituto superiore di sanita' in occasione della Giornata mondiale del donatore di sangue, che si celebra annualmente il 14 giugno. Nel 2015 in Italia sono stati prodotti 2.572.567 unita' di globuli rossi, 276.410 unita' di piastrine e 3.030.725 unita' di plasma. Sono stati trasfusi 8.510 emocomponenti al giorno e curati 635.690 pazienti (1.741 pazienti al giorno). "L'83 per cento dei donatori italiani dona in maniera periodica, non occasionale", ha spiegato Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro nazionale sangue. "Questa fidelizzazione - ha continuato - e' fondamentale per via del legame molto stretto che esiste tra donazione volontaria, consapevole e non remunerata e qualita' del sangue in termini di sicurezza. Grazie ai donatori l'Italia e' un Paese autosufficiente gia' da diversi anni e normalmente esiste una situazione di bilancio positivo tra numero di unita' di sangue ed emocomponenti donate e fabbisogno a livello locale". La fascia d'eta' dalla quale proviene la maggioranza dei donatori e' rappresentata da persone in eta, compresa tra i 30 ed i 55 anni, una componente del corpo sociale destinata a ridursi in modo significativo nei prossimi decenni stando alle proiezioni demografiche. La percentuale di giovani che sul numero totale di donatori, nel 2015, si attesta al 31.67 per cento (13,39 per cento classe di eta' 18-25 anni, 18,28 per cento classe di eta' 26-35 anni) e' ancora troppo bassa. Se si considerano i dati sull'invecchiamento della popolazione, infatti, tra il 2009 e il 2020, la riduzione dei donatori e' stimata nel 4,5 per cento. .

 

 

 

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Torna l’allarme Zika in Portorico, ma la ricerca fa passi avanti

Medicina scienza e ricerca

 

Torna l’allarme Zika in Portorico, ma la ricerca fa passi avanti

 

Partono i primi test sugli esseri umani di un possibile vaccino contro il virus, e anche altri risultati sono attesi entro fine anno. Mentre la Roche e la Tib Molbiol hanno messo sul mercato un nuovo rapido test diasgnotico. Tutto questo mentre in Portorico aumentano in contagi e le previsioni non sono migliori

di Redazione Aboutpharma Online 20 giugno 2016 

 

Si continua a parlare di Zika, sia per l’ennesimo allarme che arriva da oltre oceano sia per alcune novità diagnostiche/preventive. Dal punto di vista dei trattamenti, buona notizie arrivano dagli Stato Uniti dove l’Autorità statunitense ha dato il via libera ai primi test sugli esseri umani di un possibile vaccino contro il virus. A darne l’annuncio è la stessa compagnia produttrice la Inovio Pharmaceuticals Inc, che dovrebbe iniziare a testare il prodotto sui primi 40 volontari sani nelle  prossime settimane. “Contiamo di avere i primi risultati parziali entro la fine dell’anno” ha spiegato in un comunicato la società.  Il test di fase 1 è condotto su volontari sani per verificare la sicurezza del vaccino e misurare la risposta immunitaria.  Sempre oggi la multinazionale farmaceutica svizzera Roche con la società tedesca Tib Molbiol hanno annunciato la disponibilità sil mercato di un nuovo dispositivo per rilevare la presenza del virus nei campioni di sangue in maniera rapida. Il test LightMix Modular Zika Virus Assay, presenta il marchio Ce, e potrà essere condotto nei pazienti che presentano i sintomi dell’infezione che vivono nelle zone colpite dal virus. “Il test fornisce agli operatori sanitari la possibilità immediata di rilevare il virus” spiega Uwe Oberlaender, capo di Roche Molecular Diagnostics. “Il processo completo, dalla preparazione del campione ai risultati per 96 campioni, può essere eseguito in appena 2 ore”. Il test sarà prodotto da Tib Molbiol e distribuito in esclusiva da Roche.

Tutto questo mentre in Portorico scoppia di nuovo l’allarme Zika, con un boom di contagi e la possibilità, nei prossimi mesi estivi e il conseguente diffondersi delle zanzare  portatrici del virus, che migliaia di donne incinte vengano  infettate dalla zanzara. A lanciare l’ennesimo preoccupato allarme questa volta sono i Centri per il controllo e la  prevenzione delle malattie Usa (Cdc), riferendosi agli ultimi  dati sulla presenza di Zika nel sangue dei donatori: più  dell’1% dei campioni di sangue analizzati nel periodo compreso dal 5 al 11  giugno a Portorico sono risultati infetti. Nel periodo precedente la percentuale di infezioni tra i donatori era  risultata dello 0.5%.    Secondo le stime dei Cdc, i contagi tra i donatori si traducono in un tasso di infezioni, nella popolazione in  generale, di almeno il 2%: “Ciò significa che nei prossimi mesi  è possibile che migliaia di donne incinte contraggano il  virus” ha riferito il direttore dei Cdc, Thomas Frieden. “E questo  può risultare in decine o centinaia di bimbi  che nasceranno con microcefalia.

Per quanto riguarda i vaccini però, sicuramente qualcosa dovrebbe emergere entro al fine dell’anno quando sono previsti i risultati di diversi test: in totale secondo l’Oms sono almeno 23 i progetti sui vaccini portati avanti da 14 gruppi in Usa, Brasile, India, Austria e Francia.

 

 

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Un italiano su tre teme la depressione, ma la patologia è spesso sottovalutata

Medicina scienza e ricerca

 

Un italiano su tre teme la depressione, ma la patologia è spesso sottovalutata

 

Secondo un'indagine Onda presentata oggi a Roma, il male di vivere si colloca al secondo posto dopo i tumori per impatto percepito sulla vita di chi ne soffre. Il 58% degli intervistati la considera una vera malattia alla stregua di quelle fisiche, ma 1 persona su 4 la ritiene invece una condizione mentale con cui si può solo convivere

di Redazione Aboutpharma Online 22 giugno 2016

 

E’ la patologia che spaventa di più dopo il cancro, a temerla è un italiano su tre. Eppure è troppo spesso sottovalutata, perché ritenuta una condizione mentale che non si può capire fino in fondo e con cui si può solo convivere. A descrivere il rapporto dei nostri connazionali con la depressione è l’indagine condotta dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda) su un campione di 1.004 soggetti, 503 donne e 501 uomini, presentata oggi alla Camera dei Deputati insieme al primo ‘Libro Bianco sulla depressione’, che fotografa gli aspetti sociali, epidemiologi, clinico-diagnostici, terapeutici assistenziali ed economici della malattia.

Entrambe le iniziative, rese possibili grazie al contributo incondizionato di Lundbeck, evidenziano come la depressione maggiore sia un disturbo psichiatrico molto temuto, diffuso e in crescita nella popolazione, rappresentando uno dei principali problemi di salute pubblica mondiale con un costo totale pari a 800 miliardi di dollari e con circa il 56% dei pazienti che non riceve un trattamento adeguato, in Italia una persona con la malattia su tre secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

“La depressione entro il 2030 costituirà, secondo l’Oms, la malattia cronica più diffusa – ricorda Francesca Merzagora, presidente Onda – Sono quasi 4.500.000 le persone depresse in Italia e le donne, rispetto agli uomini, ne sono coinvolte in una proporzione di 2:1 sia come pazienti sia come caregiver. A ciò si aggiunge il profondo cambiamento del ruolo multitasking femminile – aumento della quantità di lavoro, maggiori carichi di responsabilità associati a ruoli professionali apicali, conciliazione, acquisizione di abitudini di vita scorrette-  che accentua ancor più lo stress fisico e psico-emotivo, considerato dalla maggioranza delle donne, il 57% secondo la nostra indagine, una delle principali cause della depressione”.

Secondo gli intervistati, la depressione si colloca al secondo posto (27%) dopo i tumori per impatto percepito sulla vita di chi ne soffre e il 58% la considera una vera malattia alla stregua di quelle fisiche, da diagnosticare precocemente e curare; 1 persona su 4 la ritiene invece una condizione mentale che non si può capire fino in fondo e con cui si può solo convivere. La depressione è inoltre uno dei disturbi dell’umore a più elevata comorbidità e rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente, comportando un costo molto elevato in termini di risorse economiche e umane. Sono molte le cause riconosciute dagli intervistati, la depressione non viene infatti considerata conseguenza diretta di un fattore univoco, ma viene percepita come il risultato di un insieme di fattori diversi. Traumi (69%) e stress (60%) sono riconosciuti come le cause principali della malattia da chi ha già ricevuto la diagnosi, mentre chi non ne ha avuto esperienza ritiene che la depressione sia originata principalmente da una personalità emotivamente fragile (67%).

Secondo il campione intervistato, i principali sintomi associati alla depressione sono di natura emotiva come i pensieri negativi (69%), la solitudine (67%) e la tristezza (63%). L’impatto della depressione sulla qualità di vita è drammatico per il paziente così come per tutta la famiglia, poiché incide sul funzionamento individuale e sociale della persona, riducendo la capacità di interpretare un ruolo ‘normale’ nelle diverse attività in ambito familiare, socio-relazionale e lavorativo. Per 1 intervistato su 3 anche i disturbi di natura cognitiva, come la difficoltà a prendere decisioni e a mantenere la concentrazione, provocano un forte impatto sulla qualità della vita.

“Il Libro Bianco presentato oggi – aggiunge Merzagora – testimonia e rinnova l’impegno di Onda nella lotta contro la depressione per sensibilizzare le Istituzioni e giungere, grazie anche al supporto della Società italiana di psichiatria, alla definizione di un Piano nazionale che garantisca a tutti i pazienti l’accesso a una diagnosi precoce, ad appropriati percorsi terapeutico-assistenziali e a un’efficace rete di servizi territoriali. L’avvio di un’indagine conoscitiva della Commissione Igiene e Sanità del Senato, come condiviso con la sua presidente, consentirebbe di avere un quadro preciso e aggiornato da cui partire”.

“La depressione costituisce la principale sfida per la salute globale del XXI secolo – afferma Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria – In un recente studio in via di pubblicazione, che ha coinvolto in 18 centri specializzati per la cura della depressione oltre 700 persone, è emerso che trascorrono 23 mesi tra comparsa dei primi sintomi e decisione di rivolgersi a un medico, mentre il tempo prima di ricevere una diagnosi è di 25,5 mesi. In Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione e le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità: adolescenza, perinatale, climaterio ed età avanzata. La depressione ha riflessi sia sulla sfera dell’umore sia sulla sfera cognitiva peggiorando e diminuendo la qualità e la quantità di vita dei pazienti. Auspico l’avvio di un Piano nazionale di lotta alla depressione per dare risposte concrete a quella che l’Oms definisce la seconda causa di disabilità nel mondo”.

“Sebbene la depressione rappresenti un problema di salute di grande rilevanza sotto il profilo clinico, sociale ed economico, le evidenze mostrano come si tratti di una patologia fortemente sotto diagnosticata e sotto trattata – aggiunge Americo Cicchetti, direttore dell’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari Altems dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – I risultati della nostra review sistematica sul costo sociale della depressione evidenziano un costo diretto per paziente compreso tra i 1.451 e gli 11.482 euro all’anno a seconda della severità e del contesto di riferimento. Il costo indiretto, invece, varia dai 1.963 ai 27.364 euro. Tra i costi diretti, lo sbilanciamento tra il peso delle ospedalizzazioni per complicanze rispetto alle prestazioni di diagnosi e ai trattamenti farmacologici, suggerisce che modelli di presa in carico globale del paziente e percorsi ad hoc, potrebbero sensibilmente migliorare la gestione della patologia”.

 

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ITALIA SPAGNA 2-0

                  ITALIA SPAGNA 2-0

                                     Lunedì 27 Giugno 2016 - Stade de France - Parigi                

Una grande Italia batte la Spagna 2-0 e si qualifica per i quarti di finale di Euro 2016, dove affronterà la Germania (sabato 2 luglio a Bordeaux). Allo Stade de France di Parigi gli azzurri al termine di una prestazione straordinaria eliminano i campioni d'Europa in carica con i gol di Chiellini al 33' del pt (sugli sviluppi di una punizione calciata da Eder) e di Pellè al 46' st (su assist di Darmian).

 CRONACA STATISTICHE e GRAFICI

Sampa Spagna, "E' la fine di un'era" - '"E' la fine di un'era". E' questa la frase che sintetizza il pensiero della stampa spagnola che, subito dopo il triplice fischio di Italia-Spagna, vinta dagli azzurri per 2-0, celebra il funerale sportivo della nazionale iberica, campione d'Europa in carica. Sui principali siti dei giornali sportivi spagnoli il leitmotiv è sempre lo stesso: "E' la fine di un ciclo", titola l'edizione on line del 'Marca', "E' la fine di un'era", gli fa praticamente eco il cugino 'As'. Grande risalto al crollo delle furie rosse anche sui giornali non sportivi. Per 'El Pais' "Un'Italia nettamente superiore ha eliminato la Spagna". Ancora più netta la bocciatura di 'El Mundo': "La squadra campione è morta stasera contro l'Italia". Spazio anche per il ct Del Bosque che potrebbe lasciare dopo questa eliminazione. "Un addio senza onore", si legge ancora sul sito di 'El Mundo' sotto la foto di Ramos e Piquè con le mani in faccia per coprire la cocente delusione.

 "Lo sapevo che sarebbe finita così. Questi ragazzi sono straordinari, hanno dentro qualcosa di speciale, fuori dall'ordinario. Dimostrato che Italia non è catenaccio: l'idea può battere talento''. Queste le parole a caldo ai microfoni della Rai del ct azzurro Antonio Conte dopo la vittoria con la Spagna per 2-0. "Adesso c'è da recuperare, ci aspetta un'altra partita dura, tosta, contro la Germania - ha detto ancora Conte ai microfoni di RaiSport -, ma abbiamo dimostrato che l'Italia non è solo catenaccio. Il più bel complimento ce l'ha fatto Xavi quando ha detto che l'Italia gli ricorda metà Atletico Madrid e metà Barcellona. Sabato sarà più dura di oggi, dispiace per Thiago Motta, che è il nostro dodicesimo".

Italia-Germania mi mette i brividi - "Adesso godiamoci questa vittoria e recuperiamo le forze perchè contro la Germania è una partita tosta, più difficile di questa con la Spagna". Antonio Conte è raggiante e ai microfoni di RaiSport pensa già alla sfida con la Germania ai quarti. "Solo a sentirlo Italia-Germania è una sfida che mette i brividi", ha aggiunto.

Giaccherini, è stata una vittoria di cuore  - "Avevamo preparato la partita nel minimo dettaglio, il ct ci ha dato le indicazioni giuste, ma per vincere oggi bisognava mettere tanto cuore. Lo abbiamo fatto e si è visto". Così l'azzurro Emanuele Giaccherini, ai microfoni di Sky Sport, dopo il successo sulla Spagna. "La nostra vittoria è stata legittima - dice ancora l'azzurro - perchè abbiamo avuto tante occasioni. Abbiamo sofferto la Spagna nel finale quando ci siamo abbassati. Però, lo ripeto, abbiamo avuto tante occasioni e potevamo chiuderla prima".

 

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Psoriasi, l’84% dei pazienti si sente emarginato e umiliato

Medicina scienza e ricerca

 

Psoriasi, l’84% dei pazienti si sente emarginato e umiliato

 

Lo rivela un sondaggio condotto a livello mondiale su oltre 8mila persone colpite dalla malattia, di cui 639 in Italia. Quasi la metà del campione si è sentita chiedere se la malattia fosse contagiosa e il 55% è pessimista sulla possibilità di avere una pelle libera o quasi da lesioni

di Redazione Aboutpharma Online 29 giugno 2016

 

Emarginati, vittime di pregiudizi e anche un po’ sfiduciati. Sono queste le sensazioni principali delle persone costrette a convivere con la psoriasi, malattia infiammatoria cronica della pelle né infettiva né contagiosa, secondo il più vasto sondaggio mai realizzato al livello mondiali. I risultati sono stati annunciati oggi dall’azienda farmaceutica Novartis, sponsor delle survey condotta dalla succursale svizzera della società di ricerche di mercato tedesca Gfk su un campione di 8.300 pazienti di 31 Paesi, fra cui l’Italia.

Secondo il sondaggio, l’84% dei pazienti con psoriasi da moderata a severa è vittima di discriminazioni e umiliazioni – molti di loro (40%) vengono insistentemente fissati in pubblico – a causa della loro condizione. Inoltre, quasi la metà degli intervistati (45%) si è vista chiedere se la malattia fosse contagiosa. L’indagine ha anche svelato gli effetti devastanti che la psoriasi può avere sulla vita personale e sulla salute mentale di chi ne è affetto: il 16% dei partecipanti ha infatti ammesso di “nascondersi dal mondo”. Questa carenza di speranza e di autostima si riflette nei risultati, con il 55% degli intervistati che afferma di non credere che la pelle libera o quasi libera da lesioni (clear skin) sia un obiettivo realistico.

Lo scenario italiano. In Italia l’indagine ha coinvolto 639 pazienti. Anche nel nostro Paese viene percepita come “remota” la possibilità di ottenere una pelle libera da lesioni. L’indagine ha infatti messo in luce l’importanza di ottenere questo risultato per il 39% del campione, anche se più della metà lo ritiene un obiettivo ancora non raggiungibile.

Dai dati, inoltre, emerge che il 53% considera la riduzione del prurito uno dei principali obiettivi del trattamento, mentre il 33% degli intervistati aspira solo a una riduzione della sensazione di dolore. Anche per il campione italiano la qualità di vita è fortemente influenzata dalla patologia, confermando il dato mondiale. L’84% dei pazienti ha infatti risposto di essere stato vittima di umiliazioni e discriminazioni, il 43% si sente osservato in pubblico e al 41% è stato chiesto se la malattia fosse contagiosa. Gli intervistati italiani hanno inoltre raccontato le proprie sensazioni associate alla patologia: circa il 40% si sente in imbarazzo; 1 paziente su 3 si vede poco attraente e si vergogna della propria pelle. Inoltre, per il 60% delle persone coinvolte nel sondaggio, la psoriasi ha un impatto sulla vita professionale, con 6 pazienti su 10 che hanno richiesto un giorno di permesso negli ultimi sei mesi.

La psoriasi influisce in maniera negativa anche sulle relazioni interpersonali: ne è convinto il 46% degli intervistati tra i quali, il 33% ritiene di non sopportare lo sguardo degli altri e ancora 1 paziente su 3 si sente inadeguato come partner. Infine le principali attività che i pazienti vorrebbero presto tornare a riprendere sono: andare al mare e prendere il sole (circa il 60%), e nuotare (circa il 48%).

“Nonostante i dati mostrati da questo sondaggio rivelino scetticismo nei confronti della possibilità di tornare ad avere una clear skin, tutti i pazienti ne hanno diritto. Il nostro compito di dermatologi è di stare a fianco dei pazienti esortandoli a pretendere di più e a non accontentarsi se non di una pelle libera da lesioni”, commenta Giampiero Girolomoni, presidente della Società italiana di dermatologia (Sidemast).

 

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Il caldo può danneggiare i farmaci, ecco le regole per una corretta conservazione

Medicina scienza e ricerca

 

Il caldo può danneggiare i farmaci, ecco le regole per una corretta conservazione

 

I consigli di Federfarma Verona per usare in tutta tranquillità i medicinali anche durante la stagione calda, al mare e in città

di Redazione Aboutpharma Online 30 giugno 2016

 

Il caldo può danneggiare i farmaci, per questo è necessario porre la massima attenzione al loro aspetto prima di utilizzarli, soprattutto se vengono tenuti in casa già da qualche mese. Bastano, infatti, anche poche giornate con temperature superiori ai 25 gradi per ridurre la data di scadenza. Qualora, dunque, l’aspetto del medicinale che si utilizza abitualmente appaia diverso dal solito o presenti dei difetti – particelle solide in sospensione o sul fondo, cambio di colore o odore, modifica di consistenza – si deve subito consultare il farmacista o il medico. E’ importante, inoltre, segnalare qualsiasi malessere, anche lieve, in concomitanza con una terapia farmacologica, perché non tutti i farmaci possono avere effetti facilmente correlabili al caldo. A mettere in guardia è Federfarma Verona, che in una nota offre consigli per il corretto utilizzo dei medicinali durante la stagione del grande caldo.

Le formulazioni liquide, contenendo acqua, sono in genere termolabili, cioè maggiormente sensibili alle alte temperature. Qualora le indicazioni per la conservazione non siano specificate vale la regola generale del luogo fresco e asciutto a una temperatura inferiore ai 25 gradi. Se si espongono i farmaci per un tempo esiguo (una o due giornate) a temperature superiori ai 25 gradi non se ne pregiudica la qualità, ma per un tempo più lungo, si riduce considerevolmente la data di scadenza. Se invece la temperatura di conservazione è specificamente indicata, non rispettarla potrebbe addirittura renderli dannosi per la salute.

Durante i viaggi si consiglia di trasportare i farmaci in un contenitore termico e di tenerli nell’abitacolo dell’auto evitando le alte temperature del bagagliaio. Si ricorda anche che il tradizionale portapillole, che non è adibito al trasporto, può surriscaldarsi o rilasciare sostanze nocive alterando le caratteristiche del prodotto.

Anche per chi resta in città, le insidie non mancano. Quando si acquista un farmaco ricordiamoci che non può stare per ore in auto al caldo mentre si fanno altre commissioni, in quel caso è opportuno procurarsi un contenitore termico. Anche farmaci comuni, infatti, possono produrre effetti potenzialmente dannosi se esposti a temperature troppo elevate, ma il discorso si accentua se si parla di patologie croniche come il diabete o di una malattia cardiaca: l’alterazione anche di una sola dose di un farmaco fondamentale, come l’insulina o la nitroglicerina, può essere rischiosa per la salute del paziente. Particolare attenzione va prestata anche con gli antiepilettici e gli anticoagulanti, piccole modificazioni in farmaci come questi possono fare una grande differenza per la salute. Alcune alterazioni che potrebbero verificarsi in antibiotici e aspirina possono causare danni ai reni o allo stomaco. Anche una crema a base di idrocortisone per effetto del calore potrebbe separarsi nei suoi componenti e perdere di efficacia. Le stesse precauzioni valgono per i farmaci in spray che non devono mai essere lasciati all’esposizione diretta dei raggi solari o a temperature elevate.

“Sono tantissime e tutte importanti le regole da seguire per la corretta conservazione di farmaci durante la stagione calda – spiega Marco Bacchini, presidente di Federfarma Verona – anche le strisce per test diagnostici, come ad esempio quelle per verificare i livelli di zucchero nel sangue, la gravidanza o l’ovulazione, soffrono l’elevata umidità, che potrebbe causarne l’alterazione fornendo una lettura non corretta del risultato. I farmaci per la tiroide, i contraccettivi e altri medicinali che contengono ormoni sono particolarmente sensibili alle variazioni termiche. E poi esiste anche il paradosso di pazienti che mettono i farmaci nel congelatore non sapendo che è una prassi estremamente dannosa per l’integrità dei principi attivi. Addirittura l’insulina e i farmaci in sospensione possono perdere la loro efficacia se congelati e non devono mai essere conservati a temperature inferiori ai 2°C”.

E in aereo? In questo caso “i farmaci devono essere portati nel bagaglio a mano e qualora la terapia preveda farmaci salvavita essi devono viaggiare con le relative ricette di prescrizione, poiché potrebbe essere necessario esibirle nelle fasi di controllo – continua Bacchini – È molto frequente, inoltre, riscontrare in estate problemi agli occhi con arrossamenti anche di grave entità per l’utilizzo di creme o pomate non idonee all’uso oftalmico. Infine è da segnalare il coretto utilizzo di gel/cerotti a base di ketoprofene o creme a base di prometazina (per punture di insetti o allergie cutanee) incompatibili con l’esposizione al sole che può provocare macchie e vere e proprie ustioni”.

 

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Sperimentazioni cliniche: aperte quattro consultazioni sul nuovo Regolamento europeo

Legal & Regulatory

 

Sperimentazioni cliniche: aperte quattro consultazioni sul nuovo Regolamento europeo

Ricercatori, stakeholder, pazienti e cittadini potranno esprimere il proprio parere entro il 31 agosto

di Redazione Aboutpharma Online 1 luglio 2016

 

Se l’entrata in vigore del nuovo Regolamento europeo sulla sperimentazione clinica dei medicinali (EU Regulation 536/2014 on Clinical Trials) sembra ancora lontana (è prevista per ottobre del 2018), c’è tempo solo fino al prossimo 31 agosto per esprimere il proprio parere su quattro consultazioni pubbliche che la Commissione europea ha indetto su alcuni documenti rilevanti collegati al nuovo regolamento. A darne notizia in un comunicato è l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa).
La prima consultazione, aperta dalla Direzione Generale per la Salute e la Sicurezza alimentare (Dg Sante), ha come oggetto il documento “
Risk proportionate approaches in clinical trials” e mira ad acquisire pareri e suggerimenti per implementare nei trials clinici approcci proporzionati al rischio.
La seconda consultazione ha lo scopo di supportare gli autori nella redazione della sintesi relativa a tutti gli aspetti della sperimentazione ( “
Summary of Clinical Trial Results for Laypersons”), ai sensi dell’art. 37 del Regolamento, in un linguaggio realmente comprensibile e accessibile per i non addetti ai lavori, della sintesi.
La terza consultazione verte sulla revisione del documento “
Definition of Investigational Medicinal Product (Imp) and use of Auxiliary Medicinal Products (AMPs)” per aggiornare il testo alle ultime novità scientifiche e diffondere best practices condivise sull’impiego di questi medicinali.
Ultima, ma non meno importante, la consultazione relativa al documento “
Ethical considerations for clinical trials on medicinal products conducted with minors”, sulle sperimentazioni cliniche sui pazienti pediatrici (art. 32 del nuovo Regolamento).

 

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La campagna ‘Stop alle Fratture’ non va in vacanza, ecco le sette regole d’oro per chi soffre di osteoporosi

Medicina scienza e ricerca

 

La campagna ‘Stop alle Fratture’ non va in vacanza, ecco le sette regole d’oro per chi soffre di osteoporosi

 

Gli esperti raccomandano di mantenere uno stile di vita sano e proseguire con la propria terapia, che non deve essere mai sospesa, soprattutto per chi ha avuto una diagnosi di osteoporosi severa e fragilità ossea

di Redazione Aboutpharma Online 4 luglio 2016

 

Evitare di cimentarsi in attività sportive nuove, non spostare valigie troppo pesanti e non dimenticare di prendere i farmaci. Sono solo alcuni dei consigli che gli specialisti della campagna ‘Stop alle Fratture’ mettono a disposizione di chi soffre di osteoporosi, patologia che colpisce il 30% di tutte le donne in menopausa, e di fragilità ossea, la sua forma più grave.

In vista delle partenze estive, il primo consiglio degli esperti alle donne che soffrono di osteoporosi e fragilità ossea è di porre una grande attenzione a uno spostamento e a un ambiente di soggiorno sicuri. “L’estate è un periodo durante il quale si tende tradizionalmente ad essere meno attenti ai problemi di salute – sottolinea Giovanni Minisola, presidente Emerito della Società italiana di reumatologia (Sir) – Ciò non può accadere per chi è affetto da fragilità ossea, una patologia che non va mai in vacanza e nei confronti della quale l’attenzione non deve mai diminuire”.

Ecco qui, allora, una serie di pratici consigli da tenere sempre a mente: * evitare posizioni, sforzi e movimenti che comportano sollecitazioni eccessive sulla colonna;

* non trasportare oggetti o valigie pesanti, distribuendo sempre il peso egualmente su entrambi   i lati;                                                                                                                                accertarsi che il letto sia quanto più possibile simile a quello che si ha a casa;

 * evitare attività   sportive alle quali non si è abituati; non camminare, e ancor meno correre,    sulla battigia perché il piano è inclinato e le vertebre vengono sollecitate in modo anomalo;  

* infine, non dimenticare di assumere i farmaci prescritti, accertandosi di portarne in vacanza il quantitativo necessario e di trasportarli rispettando le norme di conservazione previste.

“Chi è affetto da fragilità ossea – aggiunge Minisola – deve ricordare che le malattie non vanno in vacanza e che il periodo di riposo estivo deve servire per allentare la tensione ma non per distogliere l’attenzione rispetto alle nostre malattie. In ogni caso, i soggetti con osteoporosi più o meno severa, devono lasciarsi guidare dal buon senso ed evitare tutte le situazioni e le attività che possono rappresentare una condizione di rischio per le ossa in generale e per le vertebre in particolare”.

E’ fondamentale, inoltre, mantenere uno stile di vita sano e proseguire con la propria terapia, che non deve essere mai sospesa, soprattutto per chi ha avuto una diagnosi di osteoporosi severa e fragilità ossea.

Il pratico leaflet con sette consigli d’oro per chi abbia avuto una diagnosi di osteoporosi e fragilità ossea è scaricabile dal sito http://www.stopallefratture.it/.

 

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Antiepatite C, dati positivi in Italia ma occorre modificare i criteri di accesso alle cure

Antiepatite C, dati positivi in Italia ma occorre modificare i criteri di accesso alle cure

Sono diversi i pazienti attualmente esclusi dalle innovative terapie antivirali che utilizzano farmaci equivalenti importati dal mercato estero. Non senza escludere rischi. Per questo – secondo clinici e associazioni dei pazienti – è necessario rivedere i criteri di accesso alle cure. Ma non tutti sono d’accordo


Si torna a parlare di farmaci contro l’epatite C che ancora una volta fanno da pomo della discordia. Questa volta a fare da ago della bilancia sono i criteri di accesso – attualmente vigenti – alle innovative cure, che di fatto escludono una fetta di malati, che si trovano poi costrette a cercare un metodo alternativo per accedere agli antiepatite. Come far arrivare direttamente dall’India i farmaci generici a basso costo. Secondo un sondaggio condotto da Alleanza contro l’epatite – e presentato in occasione dell’incontro “Hcv 2016: accesso, risorse e prospettive future” organizzato dalla stessa – l’84% dei medici intervistati confida di essersi dovuto confrontare con pazienti attualmente esclusi dalla terapie alla ricerca del prodotto equivalente; mentre il 40% ha tra i suoi pazienti chi lo ha acquistato e 1 medico su 5 afferma di seguire almeno un paziente in cura con generici. “Per la prima volta abbiamo una conferma di quanto già si sapeva a proposito di questo fenomeno inedito, dilagante, sottostimato e frutto delle attuali limitazioni di accesso” ha commentato all’Adnkronos Salute Ivan Gardini, presidente dell’Associazione EpaC Onlus, che ormai da molti mesi denuncia i rischi legati all’acquisto di questi prodotti in Paesi esteri, senza controlli e senza la sicurezza che siano sicuri. “Secondo l’EpaC occorre rimuovere ogni limitazione di accesso oggi in vigore affinché i medici curanti possano programmare le terapie con tutti i loro pazienti, e non solo quelli con malattia grave o gravissima”. Partendo da questi presupposti EpaC ha avviato un’indagine rivolta ai medici dei centri autorizzati per scattare una fotografia sullo stato dell’arte in merito all’accesso ai nuovi farmaci innovativi per l’epatite C. Il sondaggio è stato lanciato il 15 giugno ed è tuttora aperto. Hanno risposto sinora 70 clinici autorizzati alla prescrizione, per un complessivo 25% delle strutture nazionali (21-31%), con un bacino di pazienti interessati dall’analisi di circa 41.000 individui

Dal sondaggio è emerso come il 63% dei medici prevede di riuscire a mettere in terapia tutti i pazienti che rientrano nei criteri Aifa entro fine anno e, sulla scorta di ciò, il 79% dei medici si dice favorevole alla totale eliminazione delle restrizioni di accesso, auspicando l’estensione del trattamento a tutti i pazienti, istituendo delle linee guida nazionali di priorità. Le informazioni raccolte, secondo le associazioni, portano dunque a una sola conclusione: già dai prossimi mesi molti centri autorizzati rischiano di restare con pochissimi pazienti da curare e quindi occorre urgentemente intervenire sui criteri di accesso, rimodulando il sistema in funzione delle esigenze emergenti. “Non lo chiedono solo i pazienti, ma ora anche i medici e il sistema è pronto al cambiamento” ha continuato Gardini.

Non tutti sono però d’accordo sul modificare i criteri di accesso alla terapia. Secondo Simona Montilla, dirigente Centro studi Agenzia italiana del farmaco (Aifa), c’è il pericolo che se fosse soddisfatta la richiesta delle associazioni di pazienti di avere un accesso universale a queste nuove, ma costose cure, “i pazienti più urgenti, il cui trend non è ancora in calo, inizierebbero ad avere difficoltà a ottenere le terapie. Più che rimuovere gli attuali criteri di accesso, ne andranno aggiunti di nuovi, che l’Agenzia ha comunque già pronti. L’Aifa al momento sta di nuovo negoziando i prezzi dei farmaci con le aziende, i prossimi mesi saranno fondamentali anche perché sono in arrivo nuove molecole e associazioni ancora più efficaci, che insieme ad altri prodotti innovativi, alcuni dei quali “miracolosi”, preoccupano dal punto di vista finanziario. I risparmi derivanti dalla cura dell’epatite C non si vedranno nel breve ma nel lungo termine, dunque le valutazioni non si possono basare su questo criterio”.   Punto che trova in disaccordo invece Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma: “La valutazione clinica che abbiamo fatto sui pazienti, soprattutto cirrotici, che hanno portato a termine il trattamento è risultata impressionante. Ed è un dato di fatto che i pazienti in cui la malattia viene eradicata poi ricorrono molto meno agli ambulatori, con conseguenti immediati risparmi per il Servizio sanitario nazionale”.

Oggi sono circa 51mila in Italia, i pazienti in cura con i nuovi anti virali, e di questi il 55% (27900) dei trattamenti risulta terminato. Nonostante non siano ancora disponibili dei dati, ci si attende però che siano tutti guariti come sottolinea la stessa Montilla. IN base a questi primi dati inoltre emerge un “riscatto” del Sud Italia che si conferma “eccellenza nella cura dell’epatite C” come ricorda Gasbarrini. “La Puglia, per esempio è la prima per trattamenti avviati per milione di abitanti (1.262), seguita subito dopo alla Campania (1.122). La Sicilia inoltre ha creato un database formidabile per i pazienti con 41 centri, grazie alla sinergia delle istituzioni e dei clinici garantisce equità di accesso alla diagnosi e alle terapie”. Uno strumento di programmazione continua per l’assessorato alla Salute che può così conoscere di quante risorse necessita nel prossimo futuro. “Ci sono 4.500 pazienti già registrati pronti a essere trattati appena termineranno i pazienti eleggibili, cosa presumibile entro l’anno in corso e non appena l’Aifa deciderà di aprire a nuovi pazienti che hanno una malattia meno grave”, precisa Fabio Cartabellotta, coordinatore del network Rete Hcv Sicilia e dirigente medico dell’Ospedale ‘Buccheri La Ferlà di Palermo.

 

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Epatiti killer peggiori: uccidono come Aids e Tbc

Medicina scienza e ricerca

 

Epatiti killer peggiori: uccidono come Aids e Tbc

 

In 20 anni i decessi sono aumentati del 60% secondo i dati di uno studio pubblicato su Lancet. Solo nel 2013 i morti per complicanze da epatite C sono stati 1 milione e 450 mila, più o meno quanto quelli per Aids e Tbc

di Redazione Aboutpharma Online 8 luglio 2016

 

Attenzione alle epatiti virali spesso sottovalutate ma che in realtà si sono rivelate essere uno dei killer più aggressivi. A lanciare l’allarme sono un gruppo di scienziati dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, dell’Università di Washington, e Imperial College di Londra che hanno estrapolato i dati dallo studio Global Burden of Disease (Gbd) in modo da stimare morbilità e mortalità per l’epatite virale acuta, cirrosi e il cancro del fegato – causati sempre da epatite virale – in 183 paesi tra il 1990 e il 2013. Dallo studio – pubblicato su Lancet – è emerso che le epatiti a differenza di quanto si possa pensare nel corso di questi anni hanno ucciso come Aids e Tbc. Le complicazioni associate alle epatiti infatti hanno fatto 1 milione e 450 mila vittime nel 2013. Più o meno tante quanto l’Aids e la tubercolosi, con rispettivamente 1,2 milioni e 1,5 milioni di decessi nel 2014, secondo quanto riporta l’Organizzazione mondiale della sanità. In particolare tra il 1990 e il 2013, le morti per epatite virale a livello mondiale sono passate da 0,89 milioni a 1,45 milioni. Sempre nel 2013, inoltre, l’epatite virale si è posizionata settima tra le principale causa di morte nel mondo, mentre nel 1990 occupava la decima posizione.

Il numero di morti per epatiti è cresciuto del 60% negli ultimi 20 anni, in parte per l’aumento della popolazione globale, mentre i decessi per Aids e Tbc sono diminuiti. E benché il problema sia particolarmente grave in Asia orientale, in termini di vite umane il maggior prezzo lo pagano i Paesi ad alto e medio reddito.   Le epatiti sono causate da 5 diverse forme di virus: A, B, C, D, E, si legge sul lavoro. Alcune si trasmettono attraverso il contatto con fluidi corporei infetti (B, C, D), altre (A ed E) attraverso l’esposizione ad acqua o alimenti contaminati. La maggior parte delle morti che si registrano nel mondo sono riconducibili ai virus B e C, che provocano gravi danni al fegato e predispongono all’insorgenza di tumori epatici. Ma le prime fasi della malattia sono silenti, il che comporta un alto tasso di diagnosi tardive: si scopre di soffrire di epatite a danno d’organo ormai avvenuto.

“Nonostante esistano trattamenti efficaci e vaccini contro le epatiti virali – osserva Graham Cooke dell’Imperial College londinese e autore del lavoro – sono veramente basse le risorse economiche investite per favorire l’accesso dei pazienti a questi presidi. Sono disponibili vaccini anti-epatite A e B, e nuove terapie contro la C anche se i prezzi dei nuovi farmaci sono fuori alla portata di ogni Paese, povero o ricco”.

Gli autori dello studio evidenziano la necessità di concretizzare il piano d’azione definito dall’Oms, che fra gli obiettivi di propone la riduzione dei nuovi casi di epatiti B e C entro il 2020, con un -10% di mortalità. L’agenzia Onu per la sanità invita i singoli Stati e le organizzazioni competenti a espandere i programmi vaccinali, a concentrarsi sulla prevenzione della trasmissione dell’epatite C da madre a bambino, e a migliorare l’accesso ai nuovi trattamenti farmacologici.

 

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Esercizio fisico in gravidanza è sicuro e riduce ricorso a cesareo

Esercizio fisico in gravidanza è sicuro e riduce ricorso a cesareo

Anche meno rischi pressione alta e diabete gestazionale

08 luglio, 15:05)

 L'esercizio fisico durante la gravidanza e' sicuro e non aumenta il rischio di andare incontro a un parto pretermine. In più, le donne che praticano attività fisica hanno meno chances di fare un cesareo. E'quanto emerge da una ricerca della Thomas Jefferson University, negli Usa, pubblicata sulla rivista American Journal of Obstetrics and Gynecology. Gli studiosi hanno preso in esame i dati di nove studi, analizzando complessivamente 2059 donne in gravidanza, una metà circa delle quali (1022) aveva fatto esercizio per 35-90 minuti 3-4 volte a settimana per 10 settimane. Questo campione è stato messo a confronto con un altro gruppo che invece non aveva svolto attività fisica. Dai risultati e' emerso che non vi era un aumento significativo delle nascite pretermine, prima di 37 settimane di gestazione, nelle donne che si erano esercitate regolarmente. In più, vi era un minor ricorso al cesareo (17% rispetto a un 22% nel gruppo che non aveva fatto esercizio). Non solo: le donne più attive dal punto di vista fisico risultavano avere meno pressione alta, fattore di rischio per lo sviluppo di una condizione detta gestosi che può essere pericolosa, e sviluppavano meno diabete gestazionale.

''Ci sono molte ragioni per cui in gravidanza si rinuncia a fare esercizio fisico: disagio, sensazione di fiato corto, aumento della stanchezza - spiega uno degli autori della ricerca, Vincenzo Berghella -. Questo studio rafforza il dato che l'esercizio fisico fa bene alla mamma e al bambino e non aumenta il rischio di un parto pretermine''.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

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Sangue: al via Piano nazionale per maxi emergenze

Sanità e Politica

 

Sangue: al via Piano nazionale per maxi emergenze

 

Sancita un’intesa Conferenza Stato-Regioni per il supporto trasfusionale che sarà coordinato dal Centro nazionale sangue per garantire la disponibilità di scorte di sangue su tutto il territorio nazionale in caso di emergenze e lavora in stretto raccordo con le Strutture Regionali di Coordinamento per le attività trasfusionali e con le Associazioni e Federazioni dei donatori volontari di sangue

di Redazione Aboutpharma Online 13 luglio 2016

 

È stata sancita appena una settimana fa, il 7 luglio,  l’intesa di Conferenza Stato-Regioni sul “Piano strategico nazionale per il supporto trasfusionale nelle maxi emergenze”, ai sensi dell’articolo 8, comma 6, della Legge 5 giugno 2003, n. 131. Piano coordinato dal Centro Nazionale Sangue (Cns) che ha il compito istituzionale di fornire supporto tecnico e organizzativo affinché sia garantita la costante disponibilità di scorte di sangue su tutto il territorio nazionale in caso di emergenze e lavora in stretto raccordo con le Strutture Regionali di Coordinamento per le attività trasfusionali (Src) e con le Associazioni e Federazioni dei donatori volontari di sangue. Scopo del piano è la definizione di strategie e attività necessarie a gestire attività assistenziali di medicina trasfusionale da erogare in caso di maxi-emergenza, attraverso l’efficace coordinamento tra gli organismi istituzionali deputati alla gestione degli eventi e la rete trasfusionale nazionale. Eventi straordinari come il disastro ferroviario verificatasi in Puglia ieri, che possono avare un un impatto sul sistema sangue italiano e sulla disponibilità di emocomponenti, potendo variamente interferire con l’approvvigionamento, la lavorazione, il testing, la conservazione ed il trasporto degli stessi.

Il piano prevede che, al verificarsi dell’evento, il Cns definisca con la Regione direttamente coinvolta le necessità quali-quantitative di emocomponenti e, se necessario, ne coordini il trasferimento da altre Regioni al fine di supportare il fabbisogno straordinario delle aree coinvolte nell’emergenza. É previsto inoltre che il Cns supporti le Src al fine di incrementare, tramite azione sinergica con il livello nazionale delle Associazioni e Federazioni dei donatori volontari del sangue, l’attività di raccolta direttamente sul territorio interessato dall’evento.

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Ddl Concorrenza: Fofi, tetto “fantoccio” al 20% danneggia presìdi e concorrenza

Sanità e Politica

 

Ddl Concorrenza: Fofi, tetto “fantoccio” al 20% danneggia presìdi e concorrenza

 

Ordini sul piede di guerra: “Così basterebbero solo cinque società per detenere “a norma di legge” la totalità delle 20mila farmacie esistenti”.

di Redazione Aboutpharma Online 15 luglio 2016

 

Il Ddl Concorrenza nella versione che sta per approdare in aula a Palazzo Madama (S 2085) non può che condurre alla” subordinazione del sistema alla logica del profitto”, tradendo i principi cardine del servizio farmaceutico –  la capillarità della presenza e l’equo accesso al farmaco anche nelle aree svantaggiate geograficamente ed economicamente – e “mettendo a rischio l’indipendenza professionale del farmacista, e quindi il rispetto degli obblighi deontologici, e le prospettive occupazionali di tutta la categoria”.

Suona così la dura presa di posizione del Consiglio direttivo della Fofi riunitosi oggi per valutare le ricadute del testo pronto per l’esame dell’Assemblea del Senato e in particolare di quel tetto “fantoccio”  del 20%, a livello regionale, al possesso delle farmacie da parte di ciascuna società di capitali che “apre alla possibilità di formazione di un oligopolio che renderebbe residuale il ruolo delle farmacie rette dai professionisti”.

Di seguito il testo integrale del documento – approvato all’unanimità dall’assemblea dei Delegati regionali – che chiude sollecitando” la convocazione di un tavolo tecnico-politico di tutte le componenti della professione, che elabori proposte concrete su tutti gli aspetti sui quali è ormai indispensabile un intervento, a cominciare dall’istituzione del numero chiuso nelle facoltà di farmacia, dal futuro dei colleghi che operano negli esercizi di vicinato, all’attuazione del modello della farmacia dei servizi”.

Il documento Fofi.

La Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani, alla vigilia dell’approdo nell’Aula del Senato del Ddl Concorrenza (S 2085) ribadisce la sua netta opposizione alle misure ivi contenute sul servizio farmaceutico. Come già rappresentato con estrema chiarezza nel corso delle audizioni parlamentari, la Fofi conferma la sua contrarietà all’ingresso delle società di capitali nella gestione delle farmacie per l’impatto che questo può avere sulla continuità del servizio offerto fino a oggi ai cittadini dalla rete delle farmacie indipendenti, sull’autonomia professionale e le prospettive occupazionali dei farmacisti  e infine perché controproducente ai fini dello stesso concetto di concorrenza.

La Federazione ritiene che l’ingresso dei capitali nella gestione della farmacia avrebbe dovuto, in via subordinata, avvenire sulla base di quanto previsto dal nostro ordinamento per le altre società di professionisti, ovvero con una quota minoritaria che lasci la gestione nel controllo della componente professionale, a tutela in primo luogo delle finalità socio-assistenziali connaturate all’esercizio della farmacia quale primo presidio sanitario sul territorio. L’assetto disegnato dall’attuale testo di legge non può che condurre alla subordinazione del sistema alla logica del profitto che, come dimostrano le esperienze estere, non coincide con principi cardine quali la capillarità della presenza e l’equo accesso al farmaco anche nelle aree svantaggiate geograficamente ed economicamente. L’emendamento 48.100, al di là delle controversie sulla sua interpretazione, nell’indicare un tetto del 20%, a livello regionale, al possesso delle farmacie da parte di ciascuna società di capitali apre alla possibilità di formazione di un oligopolio che renderebbe residuale il ruolo delle farmacie rette dai professionisti. Si tratta, quindi, di un tetto che è tale soltanto di nome, in quanto cinque sole società potrebbero detenere “a norma di legge” la totalità delle 20mila farmacie italiane oggi esistenti.

In questo quadro vengono messe a rischio l’indipendenza professionale del farmacista, e quindi il rispetto degli obblighi deontologici, e le prospettive occupazionali di tutta la categoria. Un farmacista che si trovi ad agire come una sorta di assistente alla vendita inserito in una logica di marketing viene meno ai valori della professione che vedono al primo posto la risposta al bisogno di salute del cittadino che non passa necessariamente attraverso la dispensazione di un medicinale o la vendita di un prodotto. Inoltre, stante l’attuale fragilità economica di una parte significativa delle farmacie, la formazione di grandi concentrazioni volte a massimizzare la remunerazione del capitale investito, non può che accentuare la tendenza al ridimensionamento in termini di personale e investimenti nella struttura cui si assiste ormai da tempo, come la Federazione ha puntualmente denunciato. E’ quindi fonte di sgomento e preoccupazione il fatto che in  questo scenario si assiste al perdurare dello squilibrio tra il numero dei farmacisti che Servizio sanitario e comparto del farmaco possono assorbire e i professionisti laureati ogni anno, che determina un saldo di oltre tremila unità destinate a costituire un esercito di disoccupati disposti ad accettare condizioni di lavoro al ribasso. Anche in questo caso non mancano esempi negli altri Paesi europei.

La concorrenza, dalla quale può e deve scaturire la corsa al miglioramento dell’offerta al cittadino e l’aumento dell’occupazione, viene tradita se si mettono in competizione modelli di attività differenti per finalità e possibilità economiche e se il solo riferimento è il prezzo del bene ceduto. A maggior ragione quando si tratta della tutela della salute, si può instaurare un circolo virtuoso soltanto avendo come obiettivo la messa in campo di servizi e prestazioni imperniati sulle capacità del professionista e sull’evidenza scientifica, mettendo al centro non il mercato ma la persona e i suoi bisogni soprattutto ora che la domanda  di salute è sempre più ampia e complessa. Per questo la Federazione degli Ordini ritiene necessario proseguire con rinnovato impegno la promozione del ruolo professionale del farmacista in materia di aderenza alle terapie e di monitoraggio sull’uso del farmaco al fine di sostenere l’efficientamento della terapia e il maggior governo della spesa.

 E’ questa anche la via per contrastare la disoccupazione, come abbiamo indicato fin dal documento federale sulla professione del 2006.

Di fronte alla gravità della situazione è indispensabile la convocazione di un tavolo tecnico-politico di tutte le componenti della professione, che elabori proposte concrete su tutti gli aspetti sui quali è ormai indispensabile un intervento, a cominciare dall’istituzione del numero chiuso nelle facoltà di farmacia, dal futuro dei colleghi che operano negli esercizi di vicinato, all’attuazione del modello della farmacia dei servizi.

 

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Farmaci: gli anziani non li assumono correttamente secondo uno studio

Medicina scienza e ricerca

 

Farmaci: gli anziani non li assumono correttamente secondo uno studio

 

Nel campione in esame solo il 17% dei pazienti in politerapia li assumeva in maniera corretta. Nei restanti casi si verificava un abuso o erano sottoutilizzati con, di conseguenza, un maggior rischio di morire o di avere bisogno di essere ricoverati in ospedale 

di Redazione Aboutpharma Online 18 luglio 2016

 

La maggior parte degli anziani in politerapia assume i farmaci in maniera inappropriata. Senza dubbio è un problema che inizia a essere noto alla comunità scientifica, ma uno studio condotto in Belgio e pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology ha provato a quantificare il problema. Ne è emerso che nella maggior parte dei casi i medicinali non vengono assunti nel modo corretto e che esiste un legame fra il sottoutilizzo – cioè la mancata assunzione di medicinali essenziali – e un aumento del rischio di morire o di avere bisogno di essere ricoverati in ospedale.

Maarten Wauters e i suoi colleghi della Ghent University che hanno condotto la ricerca, per esaminare i modelli di prescrizione di farmaci negli anziani, hanno studiato 503 cittadini di età uguale o superiore a 80 anni per un periodo di 18 mesi. I ricercatori hanno scoperto che più della metà (il 58%) stava assumendo 5 o più medicinali al giorno. Ma davvero pochi pazienti sembravano prenderli a dovere: il sottoutilizzo si verificava nel 67% dei casi e l’abuso fra il 56% dei pazienti (con una certa sovrapposizione tra questi due gruppi). Solo il 17% della popolazione studiata risultava seguire correttamente le prescrizioni. Nel corso del periodo di studio, il sottoutilizzo dei farmaci è stato associato con il 39% di aumento del rischio di mortalità e con il 26% in più di possibilità di dover essere ricoverati in ospedale. Non è emersa chiaramente un’associazione con l’abuso di medicinali.

“Prendere troppi farmaci, o farmaci non sicuri, causa effetti negativi per la salute. Tuttavia abbiamo dimostrato che anche non assumere prodotti essenziali, farmaci benefici, è più frequente e può essere anche più fortemente associato con danni sanitari” ha commentato Wauters.

 

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Aids: via libera Ue a primo farmaco per la prevenzione

Medicina scienza e ricerca

 

Aids: via libera Ue a primo farmaco per la prevenzione

 

Il Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell’Ema ha approvato un’estensione dell’indicazione di Truvada, terapia già usata per i sieropositivi che si è dimostrata in grado di abbassare il rischio di contagio

di Redazione Aboutpharma Online 22 luglio 2016

Si apre una nuova fase nella lotta all’Aids in Europa: l’Agenzia europea dei medicinali (Ema) dà il via libera all’uso dei farmaci antiretrovirali per la prevenzione del contagio, approvando l’estensione dell’indicazione di Truvada (emtricitabine / tenofovir disoproxil), una terapia già usata per i sieropositivi che in diversi studi si è rivelata in grado di abbassare notevolmente il contagio per persone non infette ma in gruppi a rischio, usata quindi come profilassi pre-esposizione (Prep). L’ok è arrivato dal Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp) dell’agenzia regolatoria. Ora la parola passa alla Commissione Europea.

Alla base dell’approvazione ci sono studi condotti sia su omosessuali o transgender che hanno comportamenti a rischio che su eterosessuali che hanno un partner fisso sieropositivo. Proprio queste ricerche sono citate dall’agenzia, che ha quindi dato il via libera all’uso della Prep in Europa, mentre negli Usa sono già in corso alcuni progetti che prevedono la somministrazione agli omosessuali, e anche alcuni paesi africani hanno dichiarato di voler adottare la profilassi, ad esempio nel caso di coppie in cui uno dei partner è sieropositivo. “Una volta che sarà garantita l’estensione – si legge nel comunicato dell’Ema -, ogni Stato membro potrà prendere una decisione sul prezzo e il rimborso basata sul potenziale ruolo di questo farmaco nel contesto dei sistemi sanitari nazionali”.

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Studio sfata mito che rinunciare a sigarette porti a bere di più

Smettere di fumare diminuisce anche l'assunzione di alcol

Studio sfata mito che rinunciare a sigarette porti a bere di più

25 luglio, 14:18

 

I vizi vanno a braccetto e si combattono anche insieme. Secondo una ricerca dell'University College di Londra, infatti, le persone che cercano di smettere di fumare sono più propense, rispetto agli altri fumatori, anche a bere meno alcol ed evitare le abbuffate alcoliche.

Precedenti ricerche hanno dimostrato che la dipendenza dal tabacco e il consumo di alcol sono strettamente correlati. Lo studio ha coinvolto 6.287 persone rappresentative della popolazione adulta inglese, che hanno riferito di fumare tra marzo 2014 e settembre 2015. Di questi, 144 avevano iniziato a smettere di fumare nella settimana prima dell'indagine. Gli intervistati sono stati sottoposti a un questionario specifico, da cui è emersa l'associazione tra tentativi di ridurre il tabacco e quantità di alcol assunto. "Questi risultati vanno contro l'opinione diffusa che le persone che smettono di fumare tendono a bere di più per compensare", commenta l'autore Jamie Brown. Tuttavia lo studio, pubblicato sulla rivista open access BMC Public Health, è di tipo osservazionale, ovvero non può dimostrare causa ed effetto del fenomeno individuato. "Ulteriori ricerche - aggiunge il ricercatore - sono necessarie per capire se i tentativi di smettere di fumare precedano quelli di limitare il consumo di alcol o viceversa. Sarà inoltre necessario escludere altri fattori che rendono entrambi più probabile", come ad esempio la diagnosi di un problema di salute che causa i tentativi di ridurre entrambi.

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Epatite C, nelle sedi Cdi test salivare Hcv gratis

Medicina scienza e ricerca

 

Epatite C, nelle sedi Cdi test salivare Hcv gratis

 

Il 28 luglio, in occasione della Giornata mondiale contro l’epatite

di Redazione Aboutpharma Online 26 luglio 2016

 

Anche il Centro diagnostico italiano (Cdi) aderisce alla Giornata mondiale contro l’epatite, dando la possibilità di effettuare il test salivare Hcv per la diagnosi dell’epatite C nelle sedi di Milano, Legnano, Cernusco, Varese e Pavia. Sarà possibile effettuare il test a risposta rapida giovedì 28 luglio, dalle 10 alle 12.

Il test, che consiste in un semplice prelievo salivare, richiede un digiuno assoluto di almeno 30 minuti e offre risposta in soli venti minuti; in caso di positività, verrà effettuato un prelievo ematico per confermare la diagnosi. Per sottoporsi allo screening occorre prenotare al numero 02-48317444.

E non è tutto. Nelle giornate dell’1 e 2 agosto sarà attivo il servizio di consulenza telefonica gratuita per approfondire l’esito del test. Dalle 14.30 alle 15.30, al numero 02-48317684, un medico epatologo del Cdi sarà a disposizione dei partecipanti all’iniziativa per fornire maggiori informazioni su questa malattia.

Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) nel nostro Paese si stima che i pazienti portatori cronici del virus dell’epatite C siano oltre un milione, di cui 330.000 con cirrosi. Le cause principali della diffusione del virus sono infezioni contratte per inadeguata sterilizzazione e per carenza d’igiene: piercing, tatuaggi, trattamenti estetici o un semplice intervento dal dentista in condizioni di rischio si trasformano in possibili occasioni di contagio.

 

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In Olanda uomini più alti al mondo, Lettonia vince tra donne

In Olanda uomini più alti al mondo, Lettonia vince tra donne

Italiani intorno al trentesimo posto, cresciuti in un secolo di 10 cm

26 luglio, 11:37
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(ANSA) - ROMA, 26 LUG - Sono gli olandesi gli uomini più alti al mondo, mentre la maggior percentuale di 'stangone' si trova in Lettonia. A stilare la classifica è stato uno studio pubblicato dalla rivista Elife, che ha analizzato le cifre dei nati dal 1896 al 1996. L'Italia sta scalando le classifiche, sottolinea lo studio, pur restando intorno al trentesimo posto, un segno del miglioramento delle condizioni di salute.

Gli autori hanno analizzato quasi 150 studi sull'altezza in 200 paesi. I più alti del mondo sono risultati gli olandesi, con 183 centimetri di media, seguiti da belgi ed estoni. Tra le donne le lettoni guidano con 170 centimetri di media, seguite da olandesi ed estoni. I più bassi al mondo sono gli abitanti di Timor Est, 160 centimetri, mentre le donne del Guatemala sono in ultima posizione arrivando a malapena a 160. Gli uomini italiani secondo lo studio sono passati dal posto 57 al mondo al 29, con un'altezza media di un metro e 75 cresciuta di 10 centimetri nel periodo considerato, mentre le donne sono passate dal 55 al 32, crescendo di circa 7 centimetri fino a un metro e 63.

"Circa un terzo della spiegazione del fenomeno dell'aumento dell'altezza - scrivono gli autori della NCD Risk Factor Collaboration, un network di 800 scienziati coordinati dall'Imperial College di Londra - è dovuto ai geni, mentre il resto è influenzato da fattori ambientali come un buon sistema sanitario e una nutrizione ottimale"

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Donazioni volontarie, al via il nuovo marchio per i farmaci derivati da sangue o plasma nazionali

 

 

 

Sanità e Politica

 

Donazioni volontarie, al via il nuovo marchio per i farmaci derivati da sangue o plasma nazionali

 

Il decreto ministeriale è stato pubblicato da pochi giorni in Gu. Il pittogramma potrà essere applicato dai titolari sulle confezioni dei prodotti derivati dal sangue o dal plasma nazionale provenienti da donazione volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita

di Redazione Aboutpharma Online 27 luglio 2016

 

Una goccia e un cuore parzialmente sovrapposto, racchiusi entrambi in un cerchio. E’ il nuovo pittogramma che le aziende produttrici di farmaci derivati dal sangue o da plasma umani raccolti, su base volontaria, sul territorio italiano e destinati all’esclusivo utilizzo nazionale potranno apporre esternamente sulle confezioni dei medicinali. A stabilirlo è il decreto ministeriale “Misure per lo sviluppo della produzione e dell’utilizzazione dei prodotti derivati dal sangue o dal plasma umani provenienti da donazioni volontarie e non remunerate” pubblicato da pochi giorni in Gazzetta Ufficiale. La proposta di apporre un marchio ai medicinali emoderivati per ricordarne la provenienza da donatori anonimi, volontari e non retribuiti era stata più volte avanzata dall’Associazione volontari italiani sangue (Avis) ed è stata accolta dal ministero della Salute che lo scorso gennaio ha emanato il bando di concorso per la progettazione del logo. Scopo dell’iniziativa è di incoraggiare la donazione volontaria, periodica, responsabile, anonima e gratuita del sangue umano e dei suoi componenti e di sviluppare la produzione e l’utilizzazione dei prodotti derivati dal sangue o dal plasma umani provenienti da queste donazioni. “La goccia infatti rappresenta il sangue (plasma) – recita il decreto – mentre il cuore simboleggia la solidarietà, segno del gesto volontario e gratuito dei donatori”. I titolari di autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) dei farmaci potranno ora apporre il pittogramma ma solo sui lotti di medicinali derivati da plasma nazionale. “Il rappresentante legale delle aziende titolari di Aic,- spiega il decreto, dovranno comunicare all’Agenzia italiana del farmaco l’elenco dei medicinali, la data di inizio di apposizione del pittogramma e la dichiarazione che quest’ultimo è conforme all’allegato del presente decreto.

 

(NdR)

​EMA-ROMA, è particolarmente favorevole a questa iniziativa, tanto che, pur non producendo prodotti emoderivati ma migliaia di sacche di sangue, quale risultato della propria attività costante volta a promuovere la donazione volontaria, sarebbe lieta di avvalersi del "Pittogramma" che simbolizza efficacemente questa iniziativa,da apporre nella propria documentazione ufficiale, a dimostrazione di appartenere attivamente al "movimento sangue".  

 

 

 

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Zika, la lotta al virus diventa hi-tech: software e app per mappare l’evoluzione dell’epidemia

Aziende

 

Zika, la lotta al virus diventa hi-tech: software e app per mappare l’evoluzione dell’epidemia

 

Da Ibm un aiuto tecnologico per monitorare la diffusione del virus, anche attraverso social network e dati sui viaggiatori. Mentre un supercomputer virtuale in crowdsourcing consente uno screening su milioni di composti chimici per individuare sostanze candidate a sviluppare trattamenti

di Redazione Aboutpharma Online 28 luglio 2016

 

Mappare l’evoluzione del virus Zika, seguirne le tracce anche attraverso i dati dei social network e quelli ufficiali sui viaggiatori. Ma anche passare al setaccio, attraverso un’applicazione digitale, milioni di composti chimici per individuare le sostanze candidate a sviluppare i trattamenti per combattere il virus. È, in sintesi, il contributo che il colosso informatico Ibm sta offrendo nella lotta al virus Zika, mettendo a disposizione risorse, tecnologia e competenze per aiutare gli scienziati, i servizi sanitari nazionali e le agenzie umanitarie.

Ibm, ad esempio, fornisce la tecnologia e le competenze alla Oswaldo Cruz Foundation (Fiocruz) in Brasile, istituto di ricerca affiliato al ministero della Salute brasiliano, impegnato a mappare la diffusione di Zika utilizzando la tecnologia sviluppata da Ibm, gli indizi sui social media e i dati ufficiali sui viaggiatori.

I ricercatori dei laboratori di ricerca di Ibm a San Jose, in California e in Brasile insegneranno agli scienziati di Fiocruz ad utilizzare Stem (Spatiotemporal Epidemiological Modeler), un software che modella e visualizza la diffusione delle malattie infettive analizzando fattori come la geografia, la meteorologia, il trascorrere del tempo, i modelli di viaggio, le strade e gli aeroporti. La piattaforma è stata utilizzata per studiare e aiutare a prevedere la diffusione di malattie infettive come l’influenza ed Ebola, ma anche quelle trasmesse dalle zanzare come la malaria e la febbre dengue.

Si cercherà anche di comprendere le preoccupazioni dei cittadini, attraverso l’analisi dei tweet in lingua portoghese su Zika, Dengue e Chikungunya, ma anche la comparsa della zanzara Aedes aegypti, la specie principale responsabile di queste malattie. Fa parte dell’impegno contro Zika il progetto OpenZika attivo sull’Ibm World Community Grid, il supercomputer virtuale in crowdsourcing. Un’applicazione gratuita disponibile per il download fornisce automaticamente ai ricercatori la potenza di calcolo inutilizzata proveniente dai computer o dai dispositivi android dei volontari. Grazie a questa iniziativa filantropica, gli scienziati in Brasile e gli Stati Uniti hanno ora la possibilità di fare lo screening di milioni di composti chimici per individuare le sostanze candidate a sviluppare i trattamenti per combattere il virus. Non solo: Ibm Research e l’Istituto di Bioingegneria e Nanotecnologia di Singapore hanno recentemente annunciato di aver identificato una macromolecola che potrebbe aiutare a prevenire le infezioni virali come Zika.

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Disabili costretti a slalom strade, un'App contro le barriere

Disabili costretti a slalom strade, un'App contro le barriere

Associazione Coscioni, disattesa legge contro discriminazioni

29 luglio, 19:08

 

ROMA - Marciapiedi dissestati o senza scivolo per farvi accedere una sedia a rotelle, ascensori non funzionanti, luoghi pubblici, come le questure, accessibili solo attraverso scalini. Roma non è un Paese per disabili e non lo sono neanche la maggior parte delle città italiane. Costrette quotidianamente ad affrontare un vero e proprio percorso a ostacoli però le persone con disabilità ora hanno un''arma' per segnalare le barriere architettoniche e ricevere aiuto per abbatterle. Dopo un periodo sperimentale, debutta ufficialmente la App "No-Barriere", iniziativa lanciata dall'Associazione Luca Coscioni, presentata oggi con una dimostrazione dal vivo, lungo un "percorso a ostacoli"ßnelle vie del centro storico della capitale. In Italia infatti è "quasi ovunque disattesa la Legge del 2006 per la tutela contro le discriminazioni", denuncia Marco Cappato, tesoriere dell'associazione.

Scaricabile gratuitamente su smartphone e tablet, per utenti Android e iOs, la App èßdedicata non solo ai tanti che ogni giorno fanno i conti in prima persona con gli ostacoli disseminati lungo le strade delle nostre città, ma anche a chiunque voglia attivarsi per contribuire a segnalare le barriere architettoniche. Basta scattare una foto, inserire una breve descrizione del problema e attivare la geolocalizzazione.

La segnalazione viene automaticamente visualizzata online e permette di avere una mappatura delle 'anomalie'. Ma allo stesso tempo la notifica viene inviata all'associazione Luca Coscioni, che la valuta e fornisce indicazioni al cittadino su come denunciare la barriera al sindaco del comune di riferimento. "Se non se ne fa carico - spiega Rocco Berardo, dirigente dell'associazione - entro tempi ragionevoli, si può procedere per vie legali per rivendicare il proprio diritto a non essere discriminati".

"Le pubbliche amministrazioni potrebbero adottare l'App perché consente un dialogo diretto con i cittadini e un modo per avere una percezione immediata dei problemi che incontrano", commenta il segretario dell'Associazione Luca CoscionißFilomena Gallo.(ANSA).

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SUCCHIARSI IL POLLICE RIDUCE RISCHIO ALLERGIE

Da AGI

·                                       SUCCHIARSI IL POLLICE RIDUCE RISCHIO ALLERGIE

Washington - I bambini che si succhiano il pollice o si mangiano le unghie hanno meno probabilita' di sviluppare sensibilita' allergiche. E quelli che hanno entrambe le "cattive abitudini" hanno ancora meno probabilita' di essere allergici a cose come ad acari della polvere, erba, gatti, cani, cavalli o funghi dispersi nell'aria. Queste sono le conclusioni di uno studio della Dunedin School of Medicine, in Nuova Zelanda, e della McMaster University, in Canada. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Pediatrics. I ricercatori hanno coinvolto nello studio oltre mille bambini in Nuova Zelanda con 5, 7, 9 e 11 anni d'eta'. I ricercatori hanno misurato la sensibilizzazione atopica dei soggetti tramite test cutanei sia a 13 che a 32 anni d'eta'. I ricercatori hanno trovato che i 31 per cento del campione si succhiava il pollice o mangiava le unghie di frequente. Tra tutti i bambini di 13 anni d'eta', il 45 per cento ha mostrato una sensibilizzazione atopica, ma tra quelli con una di queste abitudini, solo il 40 per cento ha avuto allergie. Questa tendenza si e' mantenuta anche in eta' adulta e non sono state rilevate differenze tra chi vive in casa con fumatori o con gatti e cani, ecc. "I nostri risultati sono coerenti con la teoria dell'igiene, secondo la quale l'esposizione precoce alla sporcizia o ai germi riduce il rischio di sviluppare allergia", hanno spiegato i ricercatori. "Anche se non e' consigliabile incoraggiare queste abitudini, ci sembra che esse abbiano un lato positivo", hanno concluso. (AGI) .

 

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SUCCHIARSI IL POLLICE RIDUCE RISCHIO ALLERGIE

 

·               SUCCHIARSI IL POLLICE RIDUCE RISCHIO ALLERGIE

Washington - I bambini che si succhiano il pollice o si mangiano le unghie hanno meno probabilita' di sviluppare sensibilita' allergiche. E quelli che hanno entrambe le "cattive abitudini" hanno ancora meno probabilita' di essere allergici a cose come ad acari della polvere, erba, gatti, cani, cavalli o funghi dispersi nell'aria. Queste sono le conclusioni di uno studio della Dunedin School of Medicine, in Nuova Zelanda, e della McMaster University, in Canada. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Pediatrics. I ricercatori hanno coinvolto nello studio oltre mille bambini in Nuova Zelanda con 5, 7, 9 e 11 anni d'eta'. I ricercatori hanno misurato la sensibilizzazione atopica dei soggetti tramite test cutanei sia a 13 che a 32 anni d'eta'. I ricercatori hanno trovato che i 31 per cento del campione si succhiava il pollice o mangiava le unghie di frequente. Tra tutti i bambini di 13 anni d'eta', il 45 per cento ha mostrato una sensibilizzazione atopica, ma tra quelli con una di queste abitudini, solo il 40 per cento ha avuto allergie. Questa tendenza si e' mantenuta anche in eta' adulta e non sono state rilevate differenze tra chi vive in casa con fumatori o con gatti e cani, ecc. "I nostri risultati sono coerenti con la teoria dell'igiene, secondo la quale l'esposizione precoce alla sporcizia o ai germi riduce il rischio di sviluppare allergia", hanno spiegato i ricercatori. "Anche se non e' consigliabile incoraggiare queste abitudini, ci sembra che esse abbiano un lato positivo", hanno concluso. (AGI) .

 

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Auto, d’estate guidare con le infradito può costare caro

Auto, d’estate guidare con le infradito può costare caro

Dopo incidente assicurazione può rivalersi per danni

(Di Damiano Bolognini Cobianchi)  

02 AGOSTO 201612:25

 

Auto, d’estate guidare con le infradito può costare caro © ANSA/Ansa

ROMA - Un salto in spiaggia per la tintarella o per un tuffo in mare può costare caro se ci si va in auto e si indossano infradito, zoccoli, ciabatte aperte o, addirittura, si guida a piedi nudi. In caso di incidente, infatti, l'assicurazione potrebbe rifiutarsi di pagare o, successivamente, chiedere indietro i soldi spesi per rimborsare il sinistro. Ci si potrebbe, così, ritrovare a saldare personalmente il conto di carrozzeria e meccanico della controparte e, persino, delle spese mediche. Se, poi, sul posto interviene la Polizia e sul rapporto gli agenti indicano che chi guidava indossava calzature inappropriate o era scalzo, allora il salasso è praticamente assicurato e questo sebbene dal 1993 il Codice della Strada non preveda più divieti in merito alle calzature da indossare alla guida.

Quindi in caso di controllo di una pattuglia non si rischiano sanzioni da infradito. Sempre il Codice, però, impone che siano gli stessi automobilisti a regolarsi sull'abbigliamento in modo che questi non sia d'intralcio alla guida, come risulta chiaro dalla lettura combinata degli articoli 140 e 141. A questi punti, infatti, prevede che ''gli utenti della strada devono comportarsi in modo da non costituire pericolo o intralcio per la circolazione e che in ogni caso sia salvaguardata la sicurezza stradale'' e che ''Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l'arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile''. In caso di incidente, quindi, il piede scivolato dai pedali per la calzatura inadeguata potrebbe essere considerata una concausa del sinistro e, appunto, per il guidatore vi potrebbero essere conseguenze economiche per il risarcimento dei danni, a meno che non abbia firmato nel contratto RC Auto la clausola di rinuncia alla rivalsa. Se, poi, a seguito dello scontro il danneggiato dovesse subire danni fisici importanti, per delle infradito si rischierebbe di rientrare nelle previsioni elencate dalla legge sull'omicidio stradale, ritiro della patente in primis.

Andare in giudizio? Se vi sono indicazioni a verbale o testimonianze di terzi sulle calzature inappropriate si rischia solo di aggiungere le spese legali a quelle per il risarcimento.

Come sottolineato sin dal lontano 1978 dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 6401 del 24/5/78): ''Lo slittamento del piede dal pedale del freno non costituisce caso fortuito, ma imperizia del conducente e quindi trattasi di condotta sicuramente colposa''. Insomma, per evitare d'estate noie alla guida senza rinunce alla comodità di girare con le infradito meglio, quindi, tenere un paio di scarpe comode sotto il sedile, così da indossarle durante la guida. Le si tengano, però, in un sacchetto chiuso, per evitare che rotolando in curva o in frenata possano finire tra i pedali e diventare, a loro volta, causa di incidente.

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Meningite: Lorenzin, Ministero vigila, vaccinare bambini

Meningite: Lorenzin, Ministero vigila, vaccinare bambini

'Nel piano nazionale si consiglia vivamente di farlo'

04 agosto, 16:39

"Il Ministero sta vigilano su tutti i contatti avuti dalla ragazza. A queste persone si fa una profilassi antibiotica di due giorni". Nel nuovo Piano Nazionale Vaccini "sono consigliati anche quelli per la meningite e questo l'unico modo che si ha per difendersi, quindi si consiglia vivamente di far vaccinare di bambini". Così Ministro della Salute Beatrice Lorenzin a margine dell'incontro oggi in Conferenza delle Regioni commenta il caso di meningite che ha provocato la morte di una ragazza romana che aveva partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù. Il tema della meningite, "come dico da anni, è un tema molto serio", ha sottolineato. 

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Dieta mediterranea potente arma anti tumore

Dieta mediterranea potente arma anti tumore

Meno rischio cancro anche per quelli della testa e del collo

10 agosto, 11:14
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La dieta mediterranea protegge dai tumori della testa e del collo, tra i più frequenti.

Più si è fedeli ai precetti della nostra tradizione gastronomica, più si riduce il rischio di questo cancro.

Sono i risultati di una ricerca pubblicata sull'European Journal of Cancer Prevention, svolta presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e condotta da Stefania Boccia e Gabriella Cadoni del Policlinico A. Gemelli.

I tumori della testa e del collo sono localizzati principalmente a livello della laringe, della faringe e della bocca. Nel 2015 sono stati diagnosticati in Italia circa 9.200 nuovi casi. Considerando l'intera popolazione maschile, quelli della testa e del collo sono i tumori più frequenti dopo il cancro della prostata (35.200), del polmone (29.400), del colon retto (29.100) e della vescica (21.100). Il rapporto fra maschi e femmine per questo tumore è 4 a 1. Il fumo e il consumo di alcolici sono i principali fattori di rischio. La dieta mediterranea è un modello alimentare che prevede il consumo quotidiano di cereali, frutta, ortaggi e verdura, legumi, latte e yogurt, olio di oliva; il consumo frequente di uova e alimenti quelli di origine animale (pesce e carni bianche); il consumo moderato di dolci e carne rossa. Prevede, infine, il consumo di moderate quantità di vino durante i pasti.

I ricercatori hanno analizzato le abitudini alimentari di circa 500 casi di tumore della testa e del collo e di oltre 400 soggetti senza patologie tumorali (gruppo di controllo). E' emerso che seguire la tradizionale dieta mediterranea riduce il rischio di tumori della testa e del collo: in particolare si è visto che gli individui più fedeli alla dieta mediterranea avevano un rischio di questi tumori del 50% minore rispetto agli individui meno fedeli allo stile alimentare nostrano. 

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Si dimezzano i limiti colesterolo cattivo, non deve superare 100

Si dimezzano i limiti colesterolo cattivo, non deve superare 100

Nuove indicazioni dai cardiologi europei. Prima il limite era fissato a 190

30 agosto, 18:46

 

Il valore di colesterolo 'cattivo' (Ldl) che tutti dovrebbero avere, indipendentemente dal rischio, non dovrebbe superare i 100. Lo raccomandano le nuove linee guida presentate al congresso della Società Europea di Cardiologia (Esc) presentate a Roma al congresso della società.

"Le nuove linee guida sanciscono che avere un target di colesterolo entro 70-100 è fondamentale, non ci sono più controversie su questo punto - spiega il presidente della Società Italiana di Cardiologia Francesco Romeo -. Questo vale per tutti, anche per quei soggetti che hanno valori di norma molto alti per ipercolesterolemia familiare". Fino ad ora le indicazioni variavano a seconda del rischio personale legato alla familiarita' alle malattie cardiache e al proprio stato di salute. Il colesterolo cosiddetto cattivo non doveva comunque mai superare i 190. "Per abbassarlo il primo fattore è l'alimentazione - spiega l'esperto -. Poi si possono usare le statine, e infine, per chi non riesce ci sono i nuovi farmaci, gli anticorpi anti PCSK9, che hanno grande potenzialità".

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Una nuova legge per la donazione e distribuzione dei farmaci

Sanità e Politica

 

Una nuova legge per la donazione e distribuzione dei farmaci

 

Entrerà in vigore il 14 settembre la legge numero 166 del 19 agosto 2016 – Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi – pubblicata il 30 agosto sulla Gazzetta Ufficiale

di Redazione Aboutpharma Online 5 settembre 2016

 

Entrerà in vigore il 14 settembre il provvedimento “Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. La legge numero 166 del 19 agosto 2016 – pubblicata il 30 agosto sulla Gazzetta Ufficiale – contiene in particolare una serie di modifiche al decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, anch’esso emanato in materia di raccolta di medicinali non utilizzati o scaduti e donazione di medicinali.

La norma in particolare sancisce che entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione “dovranno essere individuate le modalità che rendono possibile la donazione di medicinali non utilizzati a organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus); e l’utilizzazione dei medesimi medicinali da parte di queste, in confezioni integre, correttamente conservati e ancora nel periodo di validità, in modo tale da garantire la qualità, la sicurezza e l’efficacia originarie”. Esclusi tutti i medicinali che devono essere conservati in frigorifero a temperature controllate, quelli che contengono sostanze stupefacenti o psicotrope e quelli che sono dispensabili solamente all’interno di strutture ospedaliere.

“Con il medesimo decreto – dispone la legge 166/2016 – sono definiti anche i requisiti dei locali e delle attrezzature idonei a garantirne la corretta conservazione e le procedure necessarie per garantire la tracciabilità dei lotti dei medicinali ricevuti e distribuiti. È inoltre consentita alle Onlus, la distribuzione gratuita di medicinali non utilizzati direttamente ai soggetti indigenti o bisognosi, dietro presentazione di prescrizione medica, ove necessaria, a condizione che dispongano di personale sanitario ai sensi di quanto disposto dalla normativa vigente. Gli enti che svolgono attività assistenziale sono equiparati, nei limiti del servizio prestato, al consumatore finale rispetto alla detenzione e alla conservazione dei medicinali. È vietata qualsiasi cessione a titolo oneroso dei medicinali oggetto di donazione”.

 

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Da Agenzia Usa stop a vendita saponi antibatterici

Da Agenzia Usa stop a vendita saponi antibatterici

Per quelli con triclosano e altre 18 sostanze,no prove sicurezza

05 settembre, 20:27

Stop dalla Food and Drug Administration (Fda) alla vendita negli Stati Uniti di saponi antibatterici per il lavaggio di mani e corpo, contenenti triclosano e altre 18 sostanze. Pubblicizzati come strumento per prevenire malattie e il diffondersi di infezioni, più efficace del semplice lavarsi le mani con acqua e sapone, in realtà, dice l'Agenzia Usa che regola i farmaci, per queste sostanze non è statq dimostrata la sicurezza a lungo termine di un uso giornaliero, né che sono più efficaci di acqua e normale sapone.

La decisione è contenuta in un documento appena pubblicato, spiega l'Fda sul suo sito, e alcune aziende hanno già eliminato queste sostanze dai loro prodotti. Si tratta di 19 componenti attivi, di cui i più comuni sono triclosano e triclocarban. La decisione non riguarda però i disinfettanti per le mani, salviette, o i prodotti antibatterici usati nelle strutture sanitarie. ''I consumatori possono essere indotti a pensare che i lavaggi con saponi antibatterici siano più efficaci nel prevenire la diffusione di germi, ma non ci sono prove scientifiche che siano migliori del semplice acqua e sapone.

Anzi, "alcuni dati suggeriscono che le sostanze antibatteriche possano fare più male che bene nel lungo periodo", commenta Janet Woodcock, dell'Fda. La decisione dell'agenzia federale americana è arrivata dopo che nel 2013, sulla scorta di alcuni dati che indicavano possibili rischi per la salute, come resistenza batterica ed effetti sugli ormoni con l'uso dei saponi antibatterici, aveva chiesto alle aziende produttrici di presentare nuovi dati sulla loro sicurezza ed efficacia. Dati che però non sono arrivati o sono stati insufficienti. Lavarsi le mani con l'acqua corrente e il normale sapone, conclude l'Fda, sono uno dei metodi migliori per evitare di ammalarsi ed evitare il diffondersi di batteri.

 

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VACANZE, LE REGOLE D'ORO PER UN BUON RIENTRO

 

Il rientro è inoltre l'occasione per riprendere le buone abitudini:  "dallo sport all'aperitivo, fino al caffè con le amiche, gli impegni gioiosi combattono la tristezza e aiutano a non vanificare la carica positiva conquistata con le vacanze".

E poi i buoni propositi: "Per noi settembre è una sorta di Capodanno" continua Montorsi. "E' il periodo in cui inizia un nuovo anno di lavoro e si pensa già alle vacanze di Natale. E' il momento giusto per iniziare qualcosa di innovativo tutto per sè. Come quel corso che ci piaceva tanto". Ecco le regole d'oro per sopravvivere a quella che può diventare una vera e propria 'sindrome' con mal di testa, problemi digestivi, sbalzi d'umore e dolori muscolari:

TEMPO PER SE' - Se proprio non vi potete concedere uno o due giorni di  'decompressionè tra il ritorno in città e la ripresa del lavoro, ritagliatevi del tempo libero senza imbottirvi subito le giornate di impegni. Riprendete i ritmi lavorativi e di vita con gradualità, modificando qualche vecchia abitudine e mettendo subito in atto qualche buon proposito maturato nelle vacanze. Se durante le ferie avevamo qualche passatempo o hobby, cerchiamo di di non abbandonarlo del tutto.

BASTA STRAVIZI - è consigliata una dieta corretta e bilanciata dopo gli eccessi delle vacanze, moderazione su alcol e fumo 

PENSIERI POSITIVI - Evitate di alimentare le vostre ansie con pensieri negativi e concentratevi su pensieri positivi. è importante darsi degli obiettivi precisi per ottimizzare il proprio tempo e le proprie energie. Mantenete i contatti con le persone conosciute in vacanza.

CURA DEL CORPO - In vacanza vi siete abituati al movimento, non smettete!  Fate sport ed attività fisica, con un po' di jogging e magari iscrivendovi a una palestra o a una piscina. Cercate di riprendere un sonno regolare con le necessarie ore di riposo notturno.

STARE ALL'ARIA APERTA - Passegiate e cene all'aperto sono consigliate per non perdere le sane abitudine della vacanze, evitate di sprofondarvi sul divano e davanti alla tv appena tornati a casa.

IL PROSSIMO VIAGGIO - Cominciate a programmare una nuova vacanza, anche solo un weekend lungo per guardare avanti con fiducia e non voltarsi troppo indietro a rimpiangere l'ultima vacanza. (AGI) 

 

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Zika, negli Usa test molecolari su sangue donato. Iss: in Italia misure di prevenzione già sufficienti

Zika, negli Usa test molecolari su sangue donato. Iss: in Italia misure di prevenzione già sufficienti

Il Centro nazionale sangue spiega in un comunicato le ragioni che hanno spinto l’Fda a rafforzare la prevenzione e chiarisce la situazione italiana, dove per l’assenza di casi autoctoni il livello di allarme rimane più basso


Queste ultime sono basate sul rafforzamento della sorveglianza anamnestica del donatore (con particolare riferimento ai viaggi) e sull’applicazione del criterio di sospensione temporanea per i donatori che abbiano soggiornato nelle aree dove si sono registrati casi autoctoni di infezione o che riferiscano un rapporto con partner sessuale a rischio di infezione da Zika virus oppure con infezione probabile o confermata”.

Negli Stati Uniti, contro la minaccia del virus Zika, la Food and Drug Administration (Fda) chiede il rafforzamento delle misure per prevenire la trasmissione attraverso le donazioni di sangue, raccomandando l’esecuzione del del test molecolare (Nucleic Acid Testing – NAT). Una precauzione che in Italia – secondo il Centro nazionale sangue (Cns) che fa capo all’Istituto superiore di sanità (Iss) – non è necessaria in quanto il nostro Paese è “da considerarsi area non endemica” poiché non sono stati registrati casi autoctoni d’infezione.

“Sulla base della situazione epidemiologica attuale ed in linea con quanto raccomandato dall’European centre for disease prevention and control (Ecdc) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – spiega Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Cns – confermiamo la validità delle misure di prevenzione della trasmissione trasfusionale dell’infezione da Zika virus già introdotte in Italia. Queste ultime sono basate sul rafforzamento della sorveglianza anamnestica del donatore (con particolare riferimento ai viaggi) e sull’applicazione del criterio di sospensione temporanea per i donatori che abbiano soggiornato nelle aree dove si sono registrati casi autoctoni di infezione o che riferiscano un rapporto con partner sessuale a rischio di infezione da Zika virus oppure con infezione probabile o confermata”.

Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove a causa del crescente numero di casi di infezione acquisiti localmente in alcune aree (Florida, Puerto Rico, American Samoa, U.S. Virgin Islands), è aumentato il livello del rischio di trasmissione di questo virus. “Per questo motivo, l’Fda ha raccomandato l’esecuzione sulle donazioni di sangue ed emocomponenti ad uso trasfusionale autorizzando le banche del sangue americane ad utilizzare test non ancora completamente validati per la qualificazione biologica del sangue donato”, spiega una nota diffusa da Iss e Cns.

 

 

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Un italiano su cinque è scettico sulla sicurezza dei vaccini

Sanità e Politica

Un italiano su cinque è scettico sulla sicurezza dei vaccini

A dirlo è una ricerca pubblicata sulla rivista EBioMedicine, condotta su un campione di quasi 66mila persone in 67 Paesi. A livello globale, il 12% della popolazione li giudica poco sicuri. Francesi in testa con il 41%

di Redazione Aboutpharma Online 9 settembre 2016 

 

In Italia circa il 20% della popolazione non crede alla sicurezza dei vaccini. Quasi il doppio della media globale (12%) e la metà rispetto alla Francia, che con il 41% è il Paese con il più alto tasso di scetticismo al mondo. È la fotografia che emerge da una ricerca condotta da esperti del Vaccine Confidence Project presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine, in collaborazione con l’Imperial College di Londra e la National University of Singapore. I risultati – che riguardano non solo la sicurezza, ma anche l’importanza, l’efficacia e la compatibilità con le diverse fedi religiose – sono stati pubblicati nei giorni scorsi sulla rivista EBioMedicine.

Nel nostro Paese, di fronte all’affermazione “i vaccini sono sicuri”, il 5,7% dei rispondenti si è detto “fortemente in disaccordo”, mentre il 14,9% “tendenzialmente in disaccordo”. In totale gli scettici sono poco più del 20%, mentre il 72% è convinto del contrario e circa il 7% risponde “non so”.

Dall’analisi emerge un primato negativo per l’Europa: si trovano nel Vecchio Contenente ben sette dei dieci Paesi con il tasso più alto di scetticismo sulla sicurezza delle vaccinazioni, tra cui Bosnia Erzegovina (36%), Russia (28%), Grecia e Ucraina (25%). Una “posizione sconsiderata” che alimenta i non pochi casi di focolai di malattie prevenibili col vaccino come il morbillo, sottolineano gli autori dell’indagine. Nella top ten anche Mongolia (27%) e Giappone (25%).

 

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Quasi 23mila medici 'a lezione' per parlare con pazienti

Quasi 23mila medici 'a lezione' per parlare con pazienti

Da Fnomceo un corso a distanza per migliorare relazione di cura

16 settembre, 12:56

 

Sempre più medici a lezione per imparare a parlare meglio con i pazienti. "Sono quasi 23mila, in un solo anno, quelli che hanno aderito al corso di formazione continua a distanza che abbiamo organizzato per far apprendere al meglio le tecniche comunicative col paziente e la sua famiglia". A spiegarlo all'ANSA è Roberta Chersevani, presidente della Federazione dell'Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Fnomceo.

Dialogo, empatia, scambio, relazione. Sono le chiavi di volta per migliorare la comunicazione tra medico e paziente, esigenza sempre più sentita dagli uni come dagli altri. A sancire che "il tempo di comunicazione è tempo di cura" è lo stesso codice deontologico medico. Non sempre però ci si riesce, a volte per mancanza di tempo, altre per mancanza di sensibilità, altre ancora per mancanza di tecniche. Quando invece avviene, le ricadute positive sono molte. "Una buona relazione aiuta a sviluppare un rapporto di fiducia tra medico e paziente - spiega Chersevani - e se il paziente si fida del medico è anche più predisposto a seguirne le indicazioni terapeutiche e meno incline a una relazione conflittuale, che può sfociare in un aumento anche delle denunce. In ultimo, una buona comunicazione riduce l'impatto della medicina difensiva che ha un costo altissimo per la sanità pubblica". Nello, specifico a giugno 2015 a giugno 2016, ben 22.700 medici hanno fatto il primo modulo del corso a distanza organizzato insieme al Ministero della Salute. 

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Fondazione Gimbe: “Basta tagli, è arrivato il momento di investire sulla salute degli Italiani”

Sanità e Politica

Fondazione Gimbe: “Basta tagli, è arrivato il momento di investire sulla salute degli Italiani”

Il presidente Cartabellotta: “Di fronte al Pil che cresce meno del previsto e a un sistema sanitario ormai allo stremo, ostinarsi a utilizzare la sanità come un bancomat al portatore è da parte del Governo una scelta autodistruttiva"

di Redazione Aboutpharma Online 19 settembre 2016

 

È arrivato il momento di investire sulla salute degli Italiani. A lanciare il monito al Premier Matteo Renzi e al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan è la Fondazione Gimbe, il cui presidente, Nino Cartabellotta, afferma: “Di fronte al Pil che cresce meno del previsto e a un sistema sanitario ormai allo stremo, ostinarsi a utilizzare la sanità come un bancomat al portatore è da parte del Governo una scelta autodistruttiva. Perché piuttosto non giocare la carta della tutela della salute, offrendo a 60 milioni di cittadini un segnale concreto di voler finalmente rimettere al centro dell’agenda politica il Servizio sanitario nazionale (Ssn) e l’intero sistema di welfare? Perché anzi non investire più dei 2 miliardi di euro previsti, parametrando l’incremento del finanziamento pubblico con la capacità delle Regioni di recuperare risorse da sprechi e inefficienze?”.

Ancora una volta, alla vigilia della Legge di Stabilità, le stime sul finanziamento del Ssn vengono progressivamente riviste al ribasso dalle irrealistiche previsioni del Def 2016, l’incremento è sceso ai 2 miliardi di euro richiesti dalle Regioni e promessi dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sino a una ulteriore riduzione ipotizzata alla luce delle ultime stime sul Pil rese pubbliche dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan – si legge in una nota Gimbe – Il Premier Renzi ha immediatamente smentito l’ipotesi di nuovi tagli, senza tuttavia fornire alcuna certezza sull’entità delle risorse che il Governo metterà sul piatto nella Legge di Stabilità, mentre la Lorenzin ribadisce la certezza dei 113 miliardi di euro per il 2017.

“In questo contesto di progressivo definanziamento della sanità pubblica – continua Cartabellotta – accanto al crescente disagio di cittadini, pazienti, professionisti e operatori sanitari si sono consolidate inequivocabili evidenze sulle diseguaglianze regionali, sulla scarsa qualità dell’assistenza, sulle difficoltà di accesso alle prestazioni, sulla rinuncia dei cittadini alle cure e, per la prima volta in Italia, si è ridotta l’aspettativa di vita”.

Tagli e mancati aumenti hanno fatto rotolare l’Italia sempre più giù nel confronto con gli altri Paesi: la percentuale del Pil destinata alla sanità è inferiore alla media dei paesi Ocse; la spesa sanitaria pubblica è inferiore a quella di Finlandia, Regno Unito, Francia, Belgio, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Olanda; tra i Paesi del G7 siamo ultimi per spesa pubblica e spesa totale, ma secondi solo agli Usa per spesa out-of-pocket. “Questi dati – continua il presidente Gimbe – testimoniano che negli anni, per legittime esigenze di finanza pubblica, i Governi hanno progressivamente ridotto il finanziamento del Ssn e scaricato la spesa privata sui cittadini, ignorando le raccomandazioni dell’Ocse che richiamava il nostro Paese a garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa sanitaria non intaccassero la qualità dell’assistenza”.

 

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Vicino l'addio a ricette rosse, in Italia l'80% è digitale

Vicino l'addio a ricette rosse, in Italia l'80% è digitale

Almeno 250mln risparmi annui per il Ssn e vantaggi per cittadini

25 settembre, 16:35

 

Chi prima chi dopo, chi più velocemente e chi a stento, tutte le Regioni hanno ormai introdotto la ricetta elettronica, portando in Italia la quota delle prescrizioni digitali all'80%. Tanto che l'addio alle ricette rosse potrebbe diventare realtà entro fine 2016, sostituite da un semplice promemoria cartaceo accompagnato da un codice digitale. Un risultato che porterà milioni di risparmi alla sanità pubblica, anche se difficili da calcolare. "Se si considera che in un anno di impegnative per farmaci se ne fanno circa 600 milioni e che ognuna costa 40 centesimi solo per la stampa e la carta fornita dal Poligrafico di Stato (con filigrana antifalsificazione), il risparmio per il solo 2017 potrebbe essere di almeno 250 milioni. A cui aggiungere i risparmi nel trasporto per portare i ricettari da Roma verso il resto d'Italia e quelli che derivano dal controllo informatizzato delle ricette al posto di quello manuale", chiarisce all'ANSA Daniele D'angelo, direttore di Promofarma, società di informatica di Federfarma.

"Questo traguardo costituisce un grande risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale, ma anche per gli italiani - sottolinea la presidente di Federfarma Annarosa Racca - perché la ricetta digitale vale su tutto il territorio del Paese.

Quindi i cittadini possono andare con l'impegnativa del proprio medico in qualsiasi farmacia italiana e avere il farmaco dispensato, pagando il ticket della propria regione di appartenenza. Spesso la gente ancora non lo sa".

In base agli ultimi dati di Promofarma, relativi a luglio, la media italiana di ricette digitali rispetto al totale di quelle emesse è del 77%. Le regioni però non procedono affatto di pari passo, ma con qualche sorpresa rispetto al solito. In cima alla classifica delle virtuose, infatti, troviamo la Campania e il Veneto con l'89,5% delle ricette dematerializzate, seguite da Molise (88,4%) e Sicilia (87,8%). In coda la Calabria (26,7%) e la provincia autonoma di Bolzano (2,6%) partite per ultime, rispettivamente a luglio e giugno, ma che negli ultimi due mesi hanno già fatto molti progressi. "Visto che i dati sono relativi a luglio, pensiamo sia realistico arrivare al 90% di ricette elettroniche in tutta Italia entro fine anno", commenta D'Angelo. Questo infatti era l'obiettivo previsto dall'Agenda Digitale, "perché anche quando il sistema sarà completamente a regime resterà sempre una quota pari a circa il 10% di farmaci per i quali continuerà ad essere utilizzata la ricetta rossa, come per i farmaci in distribuzione per conto e quelli contenenti sostanze psicotrope''.

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Contraffazione dei farmaci: all’Europa costa 10,2 miliardi di euro all’anno

Sanità e Politica

 

Contraffazione dei farmaci: all’Europa costa 10,2 miliardi di euro all’anno

 

A stimare le vendite perse per il comparto è l'Ufficio europeo per la Proprietà Intellettuale (Euipo) nella relazione "Il costo economico della violazione dei diritti di proprietà intellettuale (Dpi) nel settore farmaceutico" pubblicata oggi. Per l'Italia le perdite sarebbe di oltre 1,59 mld (5% delle vendite) e di 3.945 posti di lavoro diretti

di Redazione Aboutpharma Online 29 settembre 2016

 

Ogni anno il 4,4 % delle vendite legittime di prodotti farmaceutici sfuma in Europa a causa della contraffazione. Mancate vendite che si traducono in una perdita di 10,2 miliardi di euro per l’Europa e di 37.700 posti di lavoro nel settore farmaceutico. Un bilancio negativo a cui si aggiungono altri 53.200 posti, prendendo in considerazione anche gli effetti a catena anche sugli altri altri settori dell’economia Ue. A stimare l’impatto economico della contraffazione farmaceutica in Europa è una nuova relazione dell’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (Euipo), pubblicata oggi, dal titolo “Il costo economico della violazione dei diritti di proprietà intellettuale (Dpi) nel settore farmaceutico“.
Secondo le stime contenute nella pubblicazione, le mancate vendite del settore farmaceutico causerebbero in Italia ogni anno perdite fino a 1,59 miliardi di euro, pari al 5% delle vendite dell’industria italiana dei medicinali, cui si aggiunge la perdita di 3.945 posti di lavoro diretti. La perdita delle vendite si attesterebbe a 2,9% per la Germania (più di 1 miliardo), 3% per la Francia (oltre un miliardo), 5,9% per la Spagna (1,17 miliardi) e 3,3% (605 milioni) per il Regno Unito.In termini di entrate pubbliche totali, nell’Ue-28 la perdita annuale complessiva dovuta ai farmaci contraffatti è stimata in 1,7 miliardi di euro tra imposte sul reddito delle famiglie, contributi previdenziali e prelievo fiscale sulle imprese.
“Sappiamo, in base alle analisi svolte dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che la falsificazione riguarda sia i farmaci generici sia i medicinali innovativi  – ha dichiarato António Campinos, direttore esecutivo dell’Euipo – e interessa prodotti che vanno dagli antitumorali agli antidolorifici di costo modico. I medicinali contraffatti possono essere tossici e costituire un grave pericolo per la salute. La nostra relazione segnala anche pesanti ripercussioni sull’economia e sui posti di lavoro. L’obiettivo che ci proponiamo con i nostri dati e i nostri studi, basati su elementi oggettivi, è quello di aiutare i decisori politici nell’elaborazione di misure con cui contrastare la contraffazione dei farmaci”.
Euipo è un’agenzia decentrata dell’Unione europea con sede ad Alicante, in Spagna, che gestisce la registrazione dei marchi dell’Unione europea e dei disegni o modelli comunitari registrati e da giugno del 2012 ’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale. La relazione odierna è la nona di una
serie di studi effettuati dall’Euipo in merito all’impatto economico della contraffazione nei settori industriali dell’Ue.

IL REPORT

 

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Hiv scomparso del tutto in un uomo grazie a una nuova terapia

Medicina scienza e ricerca

 

Hiv scomparso del tutto in un uomo grazie a una nuova terapia

 

Il trattamento combina l'uso delle terapie antiretrovirali standard con un farmaco che riattiva il virus dormiente nel sangue, insieme a un vaccino che induce il sistema immunitario a distruggere le cellule infette. È stato testato su 50 persone nel Regno Unito e nella prima persona che ha completato la cura il virus non è più rilevabile nel sangue, anche se il risultato definitivo del test non arriverà prima di cinque anni

di Redazione Aboutpharma Online 3 ottobre 2016

virus hiv

È ancora presto per parlare di vittoria, ma il primo grande passo verso la cura completa dell’Hiv è stato fatto. L’infezione, mortale fino ad appena 35 anni fa, oggi grazie alle più recenti (e costose) terapie antiretrovirali può essere gestita come una qualsiasi malattia cronica. Quello che stanno provando a fare cinque università del Regno Unito, come riporta il Guardian, è debellare del tutto il virus, obiettivo in cui tutti finora hanno fallito. L’Università di Oxford, Cambridge, l’Imperial College, l’University College London e il King’s College di Londra hanno unito le forze ­– con il supporto del National Health Service (Nhs) – e ideato una terapia, ancora del tutto sperimentale, che mette insieme la terapia antiretrovirale – in grado di impedire al virus di replicarsi ma non di sradicarlo completamente – un farmaco in grado di riattivare il virus dormiente e infine un vaccino che induce il sistema immunitario a distruggere le cellule infette. La terapia in sostanza funziona in due fasi: nella prima il vaccino che aiuta l’organismo a riconoscere le cellule infette e a eliminarle; nella seconda, un farmaco chiamato vorinostat attiva le cellule virali dormienti in modo che possano essere captate e combattute dal sistema immunitario. Ed è proprio questa seconda parte che, se si verificherà completamente, potrebbe rappresentare l’ottenimento della prima cura completa contro l’Hiv: finora infatti sono state proprio le tracce di virus nascoste a riuscire a sfuggire ai trattamenti con farmaci antiretrovirali e a rappresentare la sfida principale da vincere.

Per ora sono stati sottoposti a sperimentazione 50 pazienti, di cui un uomo di 44 anni che non presenta più tracce dell’infezione nel sangue. “Sarebbe bello se questa cura fosse un successo – ha spiegato alla stampa l’uomo – il mio ultimo test del sangue è stato effettuato un paio di settimane fa e non c’erano livelli di virus rilevabili. Ho preso parte al trial per aiutare anche gli altri come me. Sarebbe un risultato enorme se, dopo tutti questi anni di prove, si trovasse davvero una cura. Il fatto che io faccia parte di questo tutto per me è incredibile”.

“Si tratta di uno dei primi seri tentativi di una cura completa per l’Hiv – ha dichiarato Mark Samuels, direttore del National Institute for Health Research – si sta esplorando la reale possibilità di curare l’infezione, una sfida enorme. È ancora presto per il raggiungimento dell’obiettivo, ma si tratta di un notevole progresso”.   “Questa terapia è stata progettata specificamente per cancellare dal corpo di tutti i segni di virus Hiv, compresi quelli dormienti” ha spiegato Sarah Fidler, consulente medico dell’Imperial College di Londra. “Ha funzionato in laboratorio e ci sono buone prove sugli esseri umani, ma dobbiamo sottolineare che siamo ancora molto lontani da qualsiasi terapia reale. Continueremo con i test medici per i prossimi cinque anni”.

Nel 2013 aveva suscitato molte speranze il cosiddetto “Mississippi baby”, una bambina nata sieropositiva curata aggressivamente fin dalle prime ore di vita, ma anche in questo caso il virus, che sulle prime sembrava sparito, è tornato qualche mese dopo aver interrotto il trattamento. Lo scorso anno i medici del Necker di Parigi hanno invece presentato il caso di una diciottenne anch’essa nata sieropositiva e curata con la terapia antiretrovirale fino ai sei anni. Nel sangue della ragazza, hanno spiegato i medici pur restando molto cauti sulle prospettive, il virus non è rilevabile ormai da 12 anni.

 

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Pronto soccorso al collasso, in attesa anche oltre 48 ore

Pronto soccorso al collasso, in attesa anche oltre 48 ore

Tdm-Simeu, solo in 13% strutture spazi per malati terminali

06 ottobre, 14:55

 

ROMA - Sovraffollamento, tempi di attesa per il ricovero in reparto che possono superare le 48 ore, adeguata attenzione alla terapia del dolore solo in sei strutture su 10 ma in modo differente a seconda delle realtà regionali, spazi dedicati al malato in fase terminale solo nel 13% delle strutture. E' questa la fotografia sullo stato di salute dei Pronto soccorso italiani scattata dal monitoraggio presentato oggi dal Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva e la Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu).

Secondo il monitoraggio, oltre due giorni di attesa per il ricovero in reparto si registrano nel 38% dei Dipartimenti di emergenza urgenza (Dea) II livello e nel 20% nei Pronto Soccorso (l'attesa è fino a 48 ore nel 40% dei Pronto soccorso). L'attesa massima è stata invece di 7 giorni (168 ore) nei reparti Osservazione breve intensiva, nuove strutture previste dal Regolamento sugli Standard qualitativi sull'assistenza ospedaliera.

E ancora: il 30% dei pazienti in pronto soccorso non ha visto preservarsi privacy e riservatezza, e la procedura di rivalutazione del dolore in tutto il percorso del paziente al pronto soccorso viene svolta da poco più del 60% delle strutture monitorate. Altro problema resta la disomogeneità della 'salute' dei Pronto soccorso a seconda delle regioni: la situazione, rileva il monitoraggio, appare infatti ''ancora oggi molto diversa fra strutture del Nord del Centro e del sud, soprattutto come conseguenza di un'organizzazione dei servizi di emergenza non ancora standardizzata sul territorio nazionale''.

Il monitoraggio fotografa 93 strutture di emergenza urgenza; dà voce a 2944 tra pazienti e familiari di pazienti intervistati; misura accessi, ricoveri e tempi di attesa di 88 strutture di emergenza urgenza. La rilevazione è stata svolta tra il 16 maggio ed il 30 novembre 2015 attraverso un questionario rivolto a familiari e pazienti. Tdm e Simeu hanno anche promosso una Carta dei Diritti al Pronto Soccorso, che definisce in otto punti i diritti irrinunciabili di tutti i cittadini, pazienti e operatori sanitari.

 

Pronto soccorso, oltre 1 italiano su 2 soddisfatto assistenza

ROMA - Oltre su due si dice soddisfatto dell'assistenza ricevuta in pronto soccorso e questo nonostante i problemi e le criticità che caratterizzano la maggioranza delle strutture di emergenza degli ospedali italiani. Il dato emerge dal monitoraggio sullo stato di salute dei pronto soccorso italiani presentato oggi da Cittadinanza Attiva insieme alla Società Italiana di Medicina-Urgenza. 

Se da un lato gli italiani intervistati denunciano varie criticità, dalle lunghe attese all'assenza del rispetto della privacy, tuttavia in oltre un caso su due si dicono ad ogni modo soddisfatti dell'assistenza ricevuta e del fatto che il pronto soccorso sia comunque una struttura sempre presente in grado di dare una risposta. Tanto che, un cittadino su tre ha affermato di essersi rivolto al pronto soccorso poiché si fida solo dell'ospedale. 

Per i cittadini, ha rilevato il coordinatore nazionale di Cittadinanzattiva, Tonino Aceti, "il pronto soccorso resta un presidio fondamentale del Servizio Sanitario Nazionale, in cui si ha una grande fiducia. Tuttavia molte e gravi sono le criticità emerse dal monitoraggio, a partire dalla scarsa trasparenza della gestione dei posti letto: addirittura, il 53% dei pronto soccorso non conosce in tempo reale i posti letto disponibili nella struttura e solo il 13% dei pronto soccorso italiani ha una funzione di 'bad management' per gestire in modo ottimale i posti letto ed evitare così attese estenuanti e sovraffollamento". 

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Attenzione soggetti a rischio, consiglio anche a sanitari

Influenza: medici famiglia, sarà più pesante, vaccinatevi

Attenzione soggetti a rischio, consiglio anche a sanitari

07 ottobre, 13:43

 

ROMA - L'influenza quest'anno sarà più pesante del previsto e per questo ''è più che mai necessario vaccinarsi presto''. L'invito arriva dai medici di famiglia riuniti a Chia Laguna per il Congresso nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg). ''L'arrivo in anticipo del virus e alcune sue mutazioni minacciano infatti una sua più vasta diffusione anche nella fascia di età 50-60 anni. Per questo è più che mai consigliato vaccinarsi tra fine ottobre e primi di novembre", raccomanda Silvestro Scotti vice segretario nazionale vicario della Fimmg.

Il nuovo virus influenzale del ceppo A/H3 quest'anno minaccia di mettere in anticipo a letto sei milioni di italiani. A far prevedere un'ondata influenzale più pesante del solito sono due fattori, spiega Tommasa Maio, che è Segretario nazionale Fimmg Continuità assistenziale: ''Il primo è il largo anticipo con il quale quest'anno, già a fine agosto, è stato isolato il virus in un bambino nato in Marocco e proveniente dalla Libia. Fatto questo che ne prefigura una più ampia diffusione, soprattutto tra le persone non ancora vaccinate. In secondo luogo, i virus A/Hong Kong (H3N2) e B/Brisbane, isolati dall'Istituto superiore di sanità, contengono piccole mutazioni che predispongono a una maggiore circolazione dell'influenza. Questo perché né i bambini, né le persone a rischio che solitamente si vaccinano possiedono gli anticorpi che fungono da barriera alla malattia".

Ogni anno, le complicanze dell'influenza provocano la morte di ottomila persone, soprattutto anziani e dunque ''quest'anno - afferma Maio - è più che mai necessario vaccinarsi per tempo, soprattutto se si appartiene a una categoria a rischio: ultrasessantacinquenni, diabetici, immunodepressi, cardiopatici, malati oncologici, donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza''. Ma la prevenzione è consigliata anche alle persone sane: il nuovo 'Calendario della vita' presentato la scorsa settimana da Fimmg, Federazione dei pediatri Fimp e Società di Igiene Siti, consiglia infatti quest'anno la vaccinazione anche per le persone sane tra i 50 e i 60 anni, che a causa della mutazione del virus saranno a breve più colpite dall'influenza.

Il vaccino è consigliato pure per i bambini sani, visto che l'influenza da 0 a 4 anni colpisce 10 volte più che tra gli anziani, ed 8 volte in più tra i 5 e i 14 anni. (ANSA).

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Disponibile in Italia un nuovo farmaco immunosoppressivo contro il rigetto post-trapianto

Disponibile in Italia un nuovo farmaco immunosoppressivo contro il rigetto post-trapianto

Si tratta di Envarsus, il medicinale di Chiesi Farmaceutici che utilizza la tecnologia MeltDose, in grado di assicurare un rilascio continuo e prolungato. La mono-somministrazione giornaliera, inoltre, facilita l’aderenza alla terapia

di Redazione Aboutpharma Online 11 ottobre 2016

 

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In una vita 3 miliardi di battiti del cuore

In una vita 3 miliardi di battiti del cuore

Il primo ad appena 16 giorni dal concepimento

12 ottobre, 16:38

 

Il primo dei tre miliardi di battiti del cuore di una vita umana media inizia presto, a 16 giorni dal concepimento. Prima di quanto si pensasse in precedenza, perché il limite era fissato a 21 giorni. E' quanto emerge da una ricerca guidata dall'Università di Oxford, nel Regno Unito, pubblicata sulla rivista eLife. Gli studiosi hanno lavorato sullo sviluppo del cuore di un topolino, scoprendo che il muscolo ha iniziato a contrarsi in una fase iniziale di sviluppo, che si forma 7 giorni e mezzo dopo il concepimento, che equivalgono a 16 giorni nell'embrione umano. Prima invece si credeva che il cuore iniziasse a battere quando il muscolo appariva come un tubo lineare, a otto giorni dal concepimento nei topolini, che nell'embrione umano equivalgono a 21. Con l'aggiunta di marcatori fluorescenti alle molecole di calcio all'interno dell'embrione animale, il team è stato in grado di osservare esattamente in quale momento il calcio da' l'impulso alle cellule del muscolo cardiaco per contrarsi e quindi diventare abbastanza coordinate per produrre un battito cardiaco.

I ricercatori hanno anche scoperto che questo inizio del battito cardiaco è essenziale perché il cuore si sviluppi correttamente e che una proteina chiamata NCX1 svolge un ruolo chiave nella generazione dei 'segnali' di calcio necessari per produrre il battito cardiaco. La speranza degli studiosi è che comprendere sempre meglio i meccanismi alla base della formazione del cuore e del battito cardiaco possa aiutare a prevenire condizioni che si presentano quando il feto si sviluppa, come le malattie congenite, che nel solo Regno Unito vengono diagnosticate in media a 4000 bimbi ogni anno.

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Ricreato femore con omero donato, 1/o caso su bimbo

Ricreato femore con omero donato, 1/o caso su bimbo

A Città della Salute di Torino, dopo 2 anni di cure il piccolo paziente sta bene

13 ottobre, 11:36

 

Era affetto da un osteosarcoma primitivo, un tumore delle ossa letale, il bambino di sei anni a cui la Chirurgia oncologica ortopedica della Città della Salute di Torino ha ricostruito e sostituito il femore con un omero rovesciato, un osso di banca da donatore proveniente dalla Banca dei tessuti.

L'intervento è stato il primo in Italia su un paziente così piccolo e nella letteratura mondiale non risultano precedenti.

Il paziente, che ora ha otto anni e ha terminato le cure oncologiche, è tornato a una vita normale.

L'eccezionale intervento è stato eseguito dall'equipe di Raimondo Piana, direttore di Chirurgia oncologica ortopedica della Città della Salute di Torino.

Il bimbo era affetto da un tumore molto raro, con una incidenza di circa 150 casi all'anno in Italia. I medici hanno proceduto con l'asportazione della parte distale del femore, l'articolazione del ginocchio. L'utilizzo di un omero, in alternativa al femore, si è resa necessaria per l'età e le piccole dimensioni del ginocchio. Il tutto è stato collegato al femore del paziente con una placca e al ginocchio ricostruendo la capsula e tutti i legamenti, preservando la tibia del paziente.

I tumori dell'osso in età pediatrica sono tumori rari. Grazie ad un approccio multidisciplinare - chemioterapia, radioterapia e chirurgia - hanno una prognosi più favorevole rispetto al passato. I bambini in età evolutiva presentano inoltre la problematica riguardante la ricostruzione che deve crescere per non determinare una differenza di lunghezza delle gambe in futuro.

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Nasce Mastermind, per sconfiggere la depressione con la telemedicina

Medicina scienza e ricerca

 

Nasce Mastermind, per sconfiggere la depressione con la telemedicina

 

Sono stati trattati oltre sei mila depressi: da una prima analisi dei dati ricavati da 2845 pazienti, si rileva che il 90% ha effettuato il trattamento da casa propria e al termine il 45% non presentava più sintomi depressivi

di Redazione Aboutpharma Online 13 ottobre 2016

 

Cinquanta ricercatori di 22 centri europei provenienti da 11 paesi da ieri sono riuniti a Torino per il coordinamento del “Progetto europeo Mastermind per la cura della depressione con strumenti di Telemedicina”. Il progetto ha comportato il trattamento di oltre 6.290 pazienti affetti da depressione lieve o moderata di Danimarca, Groenlandia, Germania, Estonia, Olanda, Turchia, Spagna, Scozia, Galles, Norvegia, oltre all’Italia che ha partecipato con i centri dell’USSL di Treviso, il CSI Piemonte e l’ASL TO3. Da una prima analisi dei dati ricavati da 2845 pazienti, si rileva che il 90% ha effettuato il trattamento da casa propria e al termine il 45% non presentava più sintomi depressivi. Nel 30% dei casi il trattamento non è stato completato per questioni tecniche determinate dalla connessione o dalla poca familiarità dello strumento. Nei centri italiani sono stati trattati circa 300 pazienti con lo strumento di terapia cognitivo comportamentale computerizzata “I-Fight Depression” (Io combatto la depressione). Il periodo di arruolamento dei pazienti in Piemonte è durato un anno (settembre 2015- settembre 2016) durante il quale i pazienti affetti da depressione lieve o moderata segnalati dai medici sono stati indirizzati ai ricercatori del progetto MasterMind dell’ASL TO3. Durante tutto il periodo i pazienti hanno potuto usufruire del supporto psicologico degli operatori dell’ASL TO3 via e-mail, via video conferenza o direttamente con appuntamenti programmati. Il gruppo di progetto del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL TO3- coordinato dal dottor Enrico Zanalda- ha trattato 156 pazienti con la psicoterapia cognitivo comportamentale computerizzata, di cui 61 anche con la videoconferenza.

 

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Nasce Mastermind, per sconfiggere la depressione con la telemedicina

Medicina scienza e ricerca

 

Nasce Mastermind, per sconfiggere la depressione con la telemedicina

 

Sono stati trattati oltre sei mila depressi: da una prima analisi dei dati ricavati da 2845 pazienti, si rileva che il 90% ha effettuato il trattamento da casa propria e al termine il 45% non presentava più sintomi depressivi

di Redazione Aboutpharma Online 13 ottobre 2016

 

Cinquanta ricercatori di 22 centri europei provenienti da 11 paesi da ieri sono riuniti a Torino per il coordinamento del “Progetto europeo Mastermind per la cura della depressione con strumenti di Telemedicina”. Il progetto ha comportato il trattamento di oltre 6.290 pazienti affetti da depressione lieve o moderata di Danimarca, Groenlandia, Germania, Estonia, Olanda, Turchia, Spagna, Scozia, Galles, Norvegia, oltre all’Italia che ha partecipato con i centri dell’USSL di Treviso, il CSI Piemonte e l’ASL TO3. Da una prima analisi dei dati ricavati da 2845 pazienti, si rileva che il 90% ha effettuato il trattamento da casa propria e al termine il 45% non presentava più sintomi depressivi. Nel 30% dei casi il trattamento non è stato completato per questioni tecniche determinate dalla connessione o dalla poca familiarità dello strumento. Nei centri italiani sono stati trattati circa 300 pazienti con lo strumento di terapia cognitivo comportamentale computerizzata “I-Fight Depression” (Io combatto la depressione). Il periodo di arruolamento dei pazienti in Piemonte è durato un anno (settembre 2015- settembre 2016) durante il quale i pazienti affetti da depressione lieve o moderata segnalati dai medici sono stati indirizzati ai ricercatori del progetto MasterMind dell’ASL TO3. Durante tutto il periodo i pazienti hanno potuto usufruire del supporto psicologico degli operatori dell’ASL TO3 via e-mail, via video conferenza o direttamente con appuntamenti programmati. Il gruppo di progetto del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL TO3- coordinato dal dottor Enrico Zanalda- ha trattato 156 pazienti con la psicoterapia cognitivo comportamentale computerizzata, di cui 61 anche con la videoconferenza.

 

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Tumore alla prostata, in arrivo un nuovo test per la diagnosi precoce

Medicina scienza e ricerca

 

Tumore alla prostata, in arrivo un nuovo test per la diagnosi precoce

 

Affiancato al Psa (antigene prostatico specifico), potrebbe portare a una diagnosi più precisa del tumore arrivando a evitare quasi il 60% delle biopsie

di Redazione Aboutpharma Online 17 ottobre 2016

Un nuovo test da affiancare al Psa (antigene prostatico specifico), per diagnosticare con più precisione il tumore alla prostata ed evitare biopsie ed esami invasivi inutili. È l’ultima novità nel campo dell’urologia, presentata al congresso della Società italiana di urologia (Siu), in corso a Venezia. Il 4K Score – questo il nome – è un test del sangue attraverso cui vengono dosate quattro callicreine, molecole della famiglia del Psa e che secondo un recente studio potrebbe evitare fino al 60% delle biopsie attualmente realizzate in seguito all’esame del Psa.  “Il nuovo test può aumentare la capacità diagnostiche dell’attuale test del Psa – spiega Vincenzo Mirone, segretario generale Siu – vengono misurati i livelli del Psa totale, il Psa libero, il Psa intatto e la callicreina 2, e i dati raccolti, associati ai risultati della visita digito-rettale e alla valutazione della familiarità per tumore alla prostata, consentono di individuare la percentuale di rischio di avere un carcinoma aggressivo prima di eseguire una biopsia. Uno studio condotto su oltre 740 uomini nell’ambito della più ampia indagine europea sul carcinoma prostatico, sottoposti a biopsia ma non a test del Psa, ha dimostrato che il 60% delle biopsie si sarebbe potuto evitare sottoponendosi al 4K Score”.

Il test per il momento non è stato ancora validato per l’uso su vasta scala e viene eseguiti solo in alcuni laboratori all’estero, di cui due in Europa. Il più vicino all’Italia è in Spagna e inviare il campione e ricevere il risultato in 4-5 giorni costa 300 euro. “L’ulteriore precisione fornita dall’esame potrebbe aiutare a superare i limiti dell’analisi del solo Psa totale – precisa Mirone – e individuare con maggior chiarezza se il tumore c’è, e soprattutto se sia o meno aggressivo”. Molti tumori infatti sono “indolenti” e non serve intervenire; mentre quelli più pericolosi possono essere riconosciuti grazie alla biopsia, che però è un esame invasivo. Il 4K Score permette di avere maggiori elementi sul tipo di tumore in esame, individuando i pazienti in cui la probabilità di una forma aggressiva è più alta. In questo senso il test permette una selezione più ristretta dei pazienti da sottoporre a biopsia, riuscendo a evitarla in molti casi con un risparmio di sofferenze e di risorse economiche.

I candidati ideali per il 4K Score sono i pazienti che non hanno mai fatto una biopsia e hanno una visita digito-rettale non sospetta ma un Psa costantemente elevato di cui non si riesce a spiegare l’origine, oppure chi ha una biopsia negativa associata a un Psa elevato e una visita digito-rettale dubbia, per capire se sia opportuno sottoporsi di nuovo al test invasivo.

In attesa che il futuro prenda piede, gli urologi sottolineano l’importanza del “vecchio” test del Psa evidenziando che non è solo un marcatore utile per individuare il tumore alla prostata, ma anche un indicatore dell’ipertrofia prostatica benigna. “Chi è contrario all’uso del Psa – conclude Mirone –  sottolinea come un uomo su 5 abbia questo valore al di sopra del range di normalità. Certamente il test da solo non può bastare e va saputo interpretare in modo corretto, altrimenti il rischio è trovare neoplasie indolenti che non daranno mai problemi clinici e aggredirle con interventi che potrebbero essere evitati. Tuttavia c’è sostanziale accordo sul fatto che un buon programma di prevenzione preveda una valutazione del Psa di base, seguita da test ripetuti con una periodicità decisa sulla base delle caratteristiche del singolo soggetto. Il primo test è consigliabile attorno ai 40 anni per chi ha avuto un padre o un fratello con tumore, mentre si può ritardare a circa 50 anni se non c’è familiarità per il carcinoma prostatico”.

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Tumore alla prostata, in arrivo un nuovo test per la diagnosi precoce

Medicina scienza e ricerca

 

Tumore alla prostata, in arrivo un nuovo test per la diagnosi precoce

 

Affiancato al Psa (antigene prostatico specifico), potrebbe portare a una diagnosi più precisa del tumore arrivando a evitare quasi il 60% delle biopsie

di Redazione Aboutpharma Online 17 ottobre 2016

 

Un nuovo test da affiancare al Psa (antigene prostatico specifico), per diagnosticare con più precisione il tumore alla prostata ed evitare biopsie ed esami invasivi inutili. È l’ultima novità nel campo dell’urologia, presentata al congresso della Società italiana di urologia (Siu), in corso a Venezia. Il 4K Score – questo il nome – è un test del sangue attraverso cui vengono dosate quattro callicreine, molecole della famiglia del Psa e che secondo un recente studio potrebbe evitare fino al 60% delle biopsie attualmente realizzate in seguito all’esame del Psa.  “Il nuovo test può aumentare la capacità diagnostiche dell’attuale test del Psa – spiega Vincenzo Mirone, segretario generale Siu – vengono misurati i livelli del Psa totale, il Psa libero, il Psa intatto e la callicreina 2, e i dati raccolti, associati ai risultati della visita digito-rettale e alla valutazione della familiarità per tumore alla prostata, consentono di individuare la percentuale di rischio di avere un carcinoma aggressivo prima di eseguire una biopsia. Uno studio condotto su oltre 740 uomini nell’ambito della più ampia indagine europea sul carcinoma prostatico, sottoposti a biopsia ma non a test del Psa, ha dimostrato che il 60% delle biopsie si sarebbe potuto evitare sottoponendosi al 4K Score”.

Il test per il momento non è stato ancora validato per l’uso su vasta scala e viene eseguiti solo in alcuni laboratori all’estero, di cui due in Europa. Il più vicino all’Italia è in Spagna e inviare il campione e ricevere il risultato in 4-5 giorni costa 300 euro. “L’ulteriore precisione fornita dall’esame potrebbe aiutare a superare i limiti dell’analisi del solo Psa totale – precisa Mirone – e individuare con maggior chiarezza se il tumore c’è, e soprattutto se sia o meno aggressivo”. Molti tumori infatti sono “indolenti” e non serve intervenire; mentre quelli più pericolosi possono essere riconosciuti grazie alla biopsia, che però è un esame invasivo. Il 4K Score permette di avere maggiori elementi sul tipo di tumore in esame, individuando i pazienti in cui la probabilità di una forma aggressiva è più alta. In questo senso il test permette una selezione più ristretta dei pazienti da sottoporre a biopsia, riuscendo a evitarla in molti casi con un risparmio di sofferenze e di risorse economiche.

I candidati ideali per il 4K Score sono i pazienti che non hanno mai fatto una biopsia e hanno una visita digito-rettale non sospetta ma un Psa costantemente elevato di cui non si riesce a spiegare l’origine, oppure chi ha una biopsia negativa associata a un Psa elevato e una visita digito-rettale dubbia, per capire se sia opportuno sottoporsi di nuovo al test invasivo.

In attesa che il futuro prenda piede, gli urologi sottolineano l’importanza del “vecchio” test del Psa evidenziando che non è solo un marcatore utile per individuare il tumore alla prostata, ma anche un indicatore dell’ipertrofia prostatica benigna. “Chi è contrario all’uso del Psa – conclude Mirone –  sottolinea come un uomo su 5 abbia questo valore al di sopra del range di normalità. Certamente il test da solo non può bastare e va saputo interpretare in modo corretto, altrimenti il rischio è trovare neoplasie indolenti che non daranno mai problemi clinici e aggredirle con interventi che potrebbero essere evitati. Tuttavia c’è sostanziale accordo sul fatto che un buon programma di prevenzione preveda una valutazione del Psa di base, seguita da test ripetuti con una periodicità decisa sulla base delle caratteristiche del singolo soggetto. Il primo test è consigliabile attorno ai 40 anni per chi ha avuto un padre o un fratello con tumore, mentre si può ritardare a circa 50 anni se non c’è familiarità per il carcinoma prostatico”.

 

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Visite, farmaci, ospedali e Asl: disagi per 4 pazienti su 10

Visite, farmaci, ospedali e Asl: disagi per 4 pazienti su 10

Tre su 4 vorrebbero trovare in farmacia medicinali e presidi

 

22 ottobre, 18:49

 

ROMA - Liste d'attesa troppo lunghe per i controlli dopo un ricovero, un'odissea avere in tempi brevi i medicinali per la terapia: per 4 pazienti italiani su dieci avere rapporti con un ospedale o una Asl territoriale per gestire la propria malattia è fonte di disagi e difficoltà. Così il 67% dei cittadini e ben il 75% (3 su 4) di coloro che hanno ha già un problema di salute accoglierebbe con sollievo il passaggio alla farmacia del territorio di molti dei servizi gestiti da Asl e ospedali, prima fra tutte la distribuzione dei medicinali erogati finora solo in ospedale.

Lo dimostra un'indagine condotta da Datanalysis su 2.000 cittadini e 500 persone con patologie croniche come diabete di tipo 2, artrite reumatoide, broncopneumopatia cronica ostruttiva, presentata a un convegno organizzato da Federfarma Servizi e Federfarma.Co. a Napoli.

Un italiano su quattro vorrebbe trovare in farmacia anche altri servizi, come una gestione integrata con ospedale e medico di famiglia, l'assistenza ad anziani, disabili e pazienti con malattie croniche, l'accesso a servizi infermieristici e fisioterapici, la possibilità di prenotare visite ed esami. La farmacia si conferma perciò un punto di riferimento essenziale, tanto che uno su tre vorrebbe un canale di comunicazione più facile e diretto, magari attraverso i social media o whatsapp.

"I distributori di farmaci e le cooperative di farmacisti sono pronti a rispondere alle esigenze e si propongono di distribuire alle farmacie territoriali anche quei farmaci e quei presidi attualmente distribuiti soltanto dalle Asl-spiega Giancarlo Esperti, direttore generale di Federfarma Servizi- grazie al nostro sistema distributivo capillare possiamo già oggi assicurare la consegna su tutto il territorio". 

 

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

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ARRIVA L'INFLUENZA ! PREVISTI 7 MILIONI DI CASI ECCO QUALI SONO I SINTOMI

Da Agenzia AGI

 

ARRIVA L'INFLUENZA !

PREVISTI 7 MILIONI DI CASI

ECCO QUALI SONO I SINTOMI

 

di Paolo Giorgi

Roma - "Debutta" ufficialmente la stagione influenzale che secondo le previsioni metterà a letto sette milioni di italiani, due in più dell'anno scorso. Scatta da oggi il protocollo di monitoraggio InfluNet, gestito dall'Istituto Superiore di Sanità, per raccogliere le segnalazione dei casi da parte di medici di famiglia e pediatri. Terminerà ad aprile 2017 e si preannuncia una stagione "calda" per i virus: secondo gli infettivologi, mentre la scorsa stagione l'influenza è stata relativamente lieve e solo l' 8% della popolazione ha contratto l'infezione, quest'anno sarà più severa. Secondo gli esperti dell'Amcli - Associazione microbiologi clinici italiani - i due virus (A/Hong Kong e B/Brisbane) hanno subito mutazioni rispetto ai ceppi che circolavano l'anno scorso e l'immunità nei loro confronti è bassa.

I SINTOMI: TOSSE, MAL DI GOLA E FEBBRE ALTA

I sintomi sono più o meno i soliti: infezioni alla vie respiratorie, con tosse e mal di gola, febbre anche alta, mal di testa e dolori alla articolazioni. Tutte cose che la passata stagione hanno fatto passare in media sei giorni a letto a chi è stato colpito all'influenza. Ma che ogni anno, secondo stime dell'Iss, provocano la morte di ottomila persone, soprattutto anziani, per le complicazioni, come polmonite e broncopolmonite, insorte dopo aver contratto il virus. "Per questo - invita Tommasa Maio, responsabile area vaccini dell'associazione Medici di famiglia - quest'anno è più che mai necessario vaccinarsi per tempo, soprattutto se si appartiene a una categoria a rischio: ultrasessantacinquenni, diabetici, immunodepressi, cardiopatici, malati oncologici, donne al secondo e terzo trimestre di gravidanza, solo per citare quelle più numerose".

Ma non c'é solo il virus influenzale: il fatto di essere vaccinati non esclude che nei mesi freddi si possa incorrere in infezioni respiratorie anche graviin quanto altri agenti patogeni respiratori (virali e batterici) sono i responsabili di oltre il 30% degli eventi, soprattutto tra i bambini. Per la terapia dei pazienti e ai fini epidemiologici, auspicano i microbiologi, è importante che si arrivi alla precisione diagnostica che viene condotta nei laboratori di Microbiologia clinica. Da alcuni lavori di ricerca condotti presso le Microbiologie degli ospedali di Torino, Napoli, Milano, e Roma, che saranno presentati a Rimini in occasione del XLV Congresso nazionale Amcli in programma dal 6 al 9 novembre, emergono dati interessanti. Si conferma una notevole presenza di Virus respiratorio sinciziale nei bambini sotto i 5 anni (Milano e Roma); sono in crescita le infezioni causate da Metapneumovirus (Napoli); frequenti le confezioni con due virus diversi o con un virus e un batterio e purtroppo spesso ad un agente virale si associa Bordetella pertussis sia negli adulti che nei bambini (Torino, Napoli, Milano, e Roma).

L'IMPORTANZA DI VACCINARSI

"Questi studi confermano l'assoluta necessità di sottoporre a vaccinazione antipertosse i nostri bambini" ricorda Pierangelo Clerici presidente Amcli e direttore di Microbiologia dell'azienda sanitaria Ovest Milanese. "Per definire con precisione quale agente patogeno è il responsabile di una infezione respiratoria, è indispensabile ricorrere ai laboratori di microbiologia clinica che hanno a disposizione metodi sempre più accurati e a largo spettro per poter arrivare rapidamente ad una diagnosi. Una diagnosi etiologica accurata è importante non solo per la cura del paziente ma anche per sorvegliare la diffusione di questi agenti nel nostro Paese" conclude Clerici. "L'identificazione di Bordetella pertussis nei materiali di origine respiratoria prevenienti da pazienti con gravi infezioni respiratorie, che era rarissima fino a non molti anni fa, sta aumentando esponenzialmente. Si tratta di una diagnosi da fare con la massima urgenza, soprattutto se sono coinvolti bambini piccoli, per permettere la corretta terapia farmacologica" dichiara Tiziana Lazzarotto, docente di microbiologa a Bologna e componente del Direttivo Amcli. (AGI)

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In arrivo l’iniezione anticoncezionale maschile: positivi i risultati del trial

Medicina scienza e ricerca

 

In arrivo l’iniezione anticoncezionale maschile: positivi i risultati del trial

Una combinazione di contraccettivi ormonali da somministrare tramite iniezione è stata testata in un trial prospettico di fase II a braccio singolo, multicentrico, su 320 uomini sani, con buoni risultati. Unico problema il tasso di eventi avversi: depressione e altri disturbi dell'umore

di Redazione Aboutpharma Online 28 ottobre 2016

 

Pari condizioni anche per la contraccezione. Presto infatti potrebbe essere disponibile un anticoncezionale maschile in grado di prevenire gravidanze indesiderate. Si tratta di una combinazione di contraccettivi ormonali – ancora da perfezionare – da somministrare tramite iniezione. Per ora il farmaco è stato testato in un trial clinico di fase Il coordinato da esperti di numerose università sotto la supervisione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

“Lo studio – spiega Mario Philip Reyes Festin, dell’Oms – ha rilevato che è possibile somministrare un contraccettivo ormonale agli uomini per ridurre il rischio di gravidanze non pianificate nelle partner. I nostri risultati hanno confermato l’efficacia di questo metodo, già precedentemente osservata in piccoli studi”.

Il trial prospettico di fase II a braccio singolo, multicentrico, ha testato la sicurezza e l’efficacia dei contraccettivi iniettabili in 320 uomini sani, fra i 18 e 45 anni d’età, tutti impegnati da almeno un anno in relazioni monogame con partner di sesso femminile dai 18 ai 38 anni. Gli uomini sono stati sottoposti a test per assicurarsi che avessero un normale numero di spermatozoi all’inizio dello studio. Ciascun volontario ha ricevuto iniezioni di 200 milligrammi di un progestinico a lunga durata d’azione chiamato noretisterone enantato e 1.000 milligrammi di un androgeno chiamato testosterone undecanoato, per 26 settimane. L’obiettivo era tentare di azzerare gli spermatozoi. Le iniezioni sono state somministrate a distanza di otto settimane, per 56 settimane in tutto. I risultati hanno confermato che gli ormoni sono efficaci nel ridurre il numero di spermatozoi a meno di 1 milione/ml entro 24 settimane in 274 dei partecipanti. Il metodo contraccettivo è stato efficace, dunque, in quasi il 96% dei volontari. Solo quattro gravidanze si sono verificate durante la fase di test di efficacia del metodo.

Gli esperti hanno però smesso di arruolare nuovi partecipanti allo studio a causa del tasso di eventi avversi, in particolare depressione e altri disturbi dell’umore. Nonostante gli effetti negativi, oltre il 75% ha riferito di essere disposto a usare questo metodo di contraccezione. “Anche se le iniezioni sono apparse efficaci nel ridurre il tasso di gravidanza, la combinazione di ormoni deve essere studiata di più per arrivare a un migliore equilibrio tra efficacia e sicurezza” ha concluso il gruppo di ricerca.

 

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In arrivo l’iniezione anticoncezionale maschile: positivi i risultati del trial

In arrivo l’iniezione anticoncezionale maschile: positivi i risultati del trial

Una combinazione di contraccettivi ormonali da somministrare tramite iniezione è stata testata in un trial prospettico di fase II a braccio singolo, multicentrico, su 320 uomini sani, con buoni risultati. Unico problema il tasso di eventi avversi: depressione e altri disturbi dell'umore

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Pari condizioni anche per la contraccezione. Presto infatti potrebbe essere disponibile un anticoncezionale maschile in grado di prevenire gravidanze indesiderate. Si tratta di una combinazione di contraccettivi ormonali – ancora da perfezionare – da somministrare tramite iniezione. Per ora il farmaco è stato testato in un trial clinico di fase Il coordinato da esperti di numerose università sotto la supervisione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

“Lo studio – spiega Mario Philip Reyes Festin, dell’Oms – ha rilevato che è possibile somministrare un contraccettivo ormonale agli uomini per ridurre il rischio di gravidanze non pianificate nelle partner. I nostri risultati hanno confermato l’efficacia di questo metodo, già precedentemente osservata in piccoli studi”.

Il trial prospettico di fase II a braccio singolo, multicentrico, ha testato la sicurezza e l’efficacia dei contraccettivi iniettabili in 320 uomini sani, fra i 18 e 45 anni d’età, tutti impegnati da almeno un anno in relazioni monogame con partner di sesso femminile dai 18 ai 38 anni. Gli uomini sono stati sottoposti a test per assicurarsi che avessero un normale numero di spermatozoi all’inizio dello studio. Ciascun volontario ha ricevuto iniezioni di 200 milligrammi di un progestinico a lunga durata d’azione chiamato noretisterone enantato e 1.000 milligrammi di un androgeno chiamato testosterone undecanoato, per 26 settimane. L’obiettivo era tentare di azzerare gli spermatozoi. Le iniezioni sono state somministrate a distanza di otto settimane, per 56 settimane in tutto. I risultati hanno confermato che gli ormoni sono efficaci nel ridurre il numero di spermatozoi a meno di 1 milione/ml entro 24 settimane in 274 dei partecipanti. Il metodo contraccettivo è stato efficace, dunque, in quasi il 96% dei volontari. Solo quattro gravidanze si sono verificate durante la fase di test di efficacia del metodo.

Gli esperti hanno però smesso di arruolare nuovi partecipanti allo studio a causa del tasso di eventi avversi, in particolare depressione e altri disturbi dell’umore. Nonostante gli effetti negativi, oltre il 75% ha riferito di essere disposto a usare questo metodo di contraccezione. “Anche se le iniezioni sono apparse efficaci nel ridurre il tasso di gravidanza, la combinazione di ormoni deve essere studiata di più per arrivare a un migliore equilibrio tra efficacia e sicurezza” ha concluso il gruppo di ricerca.

 

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Come funziona l’effetto placebo? Trovati i neuroni responsabili

Medicina scienza e ricerca

 

Come funziona l’effetto placebo? Trovati i neuroni responsabili

Identificati, grazie alla risonanza magnetica, i neuroni che si attivano quando l’effetto placebo funziona. Valutando l'intensità di attivazione dei "neuroni placebo", gli scienziati potrebbero in futuro, predire, quali pazienti possono essere curati solo con un placebo

di Redazione Aboutpharma Online 28 ottobre 2016

 

Come funziona l’effetto placebo? Da tempo la comunità scientifica se lo chiede e di recente uno studio pubblicato su PLOS Biology ha evidenziato qualche elemento in più. Grazie al lavoro condotto dai ricercatori della Northwestern Medicine and the Rehabilitation Institute of Chicago (RIC), infatti, per la prima volta è stata localizzata nel cervello l’area in cui ha origine l’effetto placebo contro il dolore. Si tratta di una parte del “giro frontale” che con la sua attività conferisce un effetto terapeutico antidolorifico tangibile a una pillola di placebo. La scoperta apre le porte alla possibilità di eseguire una risonanza per stabilire a priori se un paziente potrà essere curato semplicemente con un placebo, nel caso in cui il suo cervello reagisca intensamente a esso.

Gli esperti hanno osservato il cervello di due gruppi di pazienti con dolore cronico al ginocchio a causa di osteoartrite. Uno dei due gruppi è stato trattato con un analgesico “finto” – un placebo – mentre agli altri è stato somministrato un vero antidolorifico. La risonanza magnetica ha mostrato che quando un paziente del gruppo placebo riferiva una riduzione significativa del dolore (quindi quando il placebo aveva funzionato bene), nel giro frontale si accendeva un gruppo di neuroni che si potrebbero quindi battezzare “neuroni del placebo antidolorifico”.

Per confermare la validità di questa scoperta, i ricercatori hanno coinvolto altri due gruppi di pazienti ed hanno studiato le reazioni del loro cervello in risposta al placebo. Solo vedendo l’intensità di attivazione dei neuroni placebo, gli scienziati hanno potuto predire con un’accuratezza del 95% quali pazienti avrebbero riferito una riduzione del dolore in seguito alla “cura finta”. In questo modo potrebbe davvero divenire possibile selezionare quei pazienti che possono essere curati anche solo con un placebo.

 

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Antibioticoresistenza, 29 mosse per evitare le infezioni durante le operazioni. Ecco le linee guida dell’Oms

Medicina scienza e ricerca

 

Antibioticoresistenza, 29 mosse per evitare le infezioni durante le operazioni. Ecco le linee guida dell’Oms

Si va da semplici precauzioni, come far sì che pazienti facciano la doccia prima di andare sotto i ferri, al modo migliore per disinfettare le mani strofinandole per bene, al consiglio di utilizzare suture antibatteriche. Gli antibiotici vanno usati prima e durante l'operazione, non dopo.

di Redazione Aboutpharma Online 3 novembre 2016

 

Ventinove mosse per evitare le infezioni da super batteri in sala operatoria e ridurle del 39% in tutto il mondo. Doccia prima dell’intervento, niente rasoio, antibiotici solo prima e dopo l’operazione. Queste sono alcune delle raccomandazioni che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diffuso contro la proliferazione dei superbugs nelle sale operatorie. Queste linee guida in ventinove punti pubblicate ieri su The Lancet infection diseases sono state redatte da venti dei maggiori esperti mondiali in materia. Che siano dovute a interventi chirurgici, trapianti di organi, parti cesarei o protesi, le infezioni causate da batteri che penetrano nelle incisioni fatte durante le operazioni minacciano la vita di milioni di pazienti ogni anno e contribuiscono alla diffusione della temuta resistenza agli antibiotici, che sta mettendo a rischio le conquiste della medicina moderna. Nei paesi a basso e medio reddito, l’11% dei pazienti che si sottopongono a intervento chirurgico contrae infezioni, con conseguenti ricoveri più lunghi, maggiori costi medici e aumento della mortalità. Ma il problema riguarda anche i paesi ricchi: negli Stati Uniti, ad esempio, i pazienti, a causa delle infezioni post operatorie, spendono complessivamente 400 mila giorni in più in ospedale ogni anno per un costo complessivo di 900 milioni di dollari.

L’Oms vuole fare chiarezza e avviare una campagna seria contro le infezioni ospedaliere. Queste linee guida sono il primo tentativo organico, a livello internazionale, di mettere a sistema le conoscenze scientifiche sul tema. Comprendono 13 raccomandazioni per il periodo che precede l’intervento chirurgico e 16 per la prevenzione durante e dopo l’operazione. Si va da semplici precauzioni, come far sì che pazienti facciano la doccia prima di andare sotto i ferri, al modo migliore per disinfettare le mani strofinandole per bene, al consiglio di utilizzare suture antibatteriche. Rasare peli è fortemente sconsigliato e, se non si può fare a meno di tagliare i capelli, meglio usare le forbici. Una raccomandazione importante riguarda l’uso degli antibiotici. Da usare solo prima e durante l’intervento, non dopo. L’utilizzo prolungato porterebbe ad un rafforzamento dei ceppi batterici e al peggioramento dello stato clinico del paziente.

 

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Infezioni, in Italia un nuovo antibiotico contro i “super batteri”

 

 

Infezioni, in Italia un nuovo antibiotico contro i “super batteri”

Da Msd una nuova arma contro i gram-negativi resistenti ai farmaci: ceftozolano/tazebactam ha ottenuto la rimborsabilità per il trattamento di pielonefriti acute e infezioni complicate intra-addominali e delle vie urinarie

di Redazione Aboutpharma Online 10 novembre 2016

 

La guerra ai super batteri e il contrasto all’antibiotico-resistenza, che sempre più preoccupa governi e organizzazioni internazionali, può contare su un’arma in più­: arriva in Italia un nuovo antibiotico (ceftozolano/tazebactam) che aggredisce i batteri gram-negativi resistenti alle terapie già disponibili e responsabili dell’insorgenza di molte infezioni ospedaliere. È quanto ha annunciato oggi l’azienda Msd in una conferenza stampa, dopo che il farmaco (nome commerciale Zerbaxa) ha ottenuto nelle scorse settimane la rimborsabilità in classe H da parte dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) per il trattamento di infezioni intra-addominali complicate, pielonefrite acuta e infezioni complicate delle vie urinarie.

Il nuovo antibiotico, spiega l’azienda, è composto da ceftolozano, una nuova cefalosporina, e tazobactam, un inibitore delle beta-lattamasi dall’uso ben consolidato nella pratica clinica. Ceftolozano colpisce l’integrità della parete cellulare dei batteri Gram-negativi sensibili, eludendo inoltre i molteplici meccanismi di resistenza messi in atto dai patogeni, mentre tazobactam protegge ceftolozano, facendo sì che non venga inattivato da parte degli enzimi beta-lattamasi prodotti dai batteri Gram-negativi.

Oltre a garantire una risposta efficace a molte infezioni, il nuovo antibiotico – rappresentando una valida opzione per i clinici – può contribuire a preservare le terapie disponibili, razionalizzando l’uso dei farmaci carbapenemici, riducendo così il rischio di sviluppare resistenze. “E’ il primo di una serie di nuovi antibiotici – spiega Pierluigi Viale, ordinario di Malattie Infettive all’Università di Bologna – è in grado di rispondere ai criteri dell’antimicrobial stewardship: il suo spettro d’azione molto mirato, quasi chirurgico, permette di utilizzarlo nei confronti di specifici profili di resistenza massimizzando quindi l’efficacia della terapia, evitando cosi l’ulteriore selezione di specie resistenti”. Ridurre l’uso dei carbapenemici, aggiunge Carlo Tascini –  direttore della 1° Divisione di Malattie Infettive a indirizzo Neurologico dell’Ospedale Cotugno di Napoli – significa limitare l’azione “dei selettori più potenti di germi Gram-negativi multiresistenti nell’intestino dei pazienti fragili, ricoverati a lungo in ospedale”.

Da tempo i clinici segnalano l’importanza di nuove, potenti opzioni terapeutiche in grado di contrastare le infezioni causate dai batteri Gram-negativi, in rapido aumento in tutto il mondo. Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae e Pseudomonas aeruginosa rappresentano il 70% di tutti i patogeni Gram-negativi, causa più comune di infezioni di grande impatto clinico ed epidemiologico come le infezioni intra-addominali e le infezioni del tratto urinario. In Italia le infezioni correlate all’assistenza (ICA) colpiscono ogni anno circa 284.100 pazienti con circa 4.500-7.000 decessi.

Con il nuovo antibiotico Msd conferma l’impegno continuo nella lotta, cominciata 125 anni fa, alle malattie infettive: “La nostra ambizione è quella di essere riconosciuti come il partner di riferimento della sanità pubblica nella lotta all’antibiotico-resistenza, con la nostra offerta olistica di valore che parte dalla prevenzione attraverso i vaccini e arriva fino alla cura sia della salute umana che degli animali”, commenta Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato dell’azienda.

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Lazio, addio al ticket sanitario regionale

Lazio, addio al ticket sanitario regionale

Il governatore Zingaretti ha firmato un decreto che abolisce, a partire dal primo gennaio 2017, il contributo aggiuntivo richiesto per le prestazioni: “Per i cittadini risparmio di 20 milioni di euro"


I cittadini del Lazio non pagheranno più il ticket regionale richiesto finora, in aggiunta a quello nazionale, per accedere alle prestazioni sanitarie: dai 15 euro per risonanze e Tac ai 4 euro per le visite specialistiche. Un decreto illustrato oggi alla stampa dal presidente della Regione, Nicola Zingaretti, abolisce il ticket a partire dal primo gennaio 2017.

“Per i cittadini – spiega il governatore – si tratta di un risparmio di 20 milioni di euro all’anno. Questo intervento era stato chiesto dai sindacati negli ultimi anni. I prossimi riguarderanno le liste di attesa. Il nostro obiettivo è continuare nel risanamento della sanità del Lazio, coniugandolo però con qualità, diritti, inclusione e giustizia sociale”.

Il ticket regionale era stato introdotto nel 2008, quando iniziò il commissariamento della sanità del Lazio che aveva un buco di un miliardo e 693 milioni di euro. Disavanzo che nel 2015 si è ridotto a 332 milioni di euro.

 

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Papillomavirus, online le storie dei pazienti per diffondere l’importanza dei vaccini

Papillomavirus, online le storie dei pazienti per diffondere l’importanza dei vaccini

Al via il progetto “Ho una storia da raccontare” promosso dalla Favo, la federazione delle associazioni di volontariato in oncologia. Oggi 9 Regioni vaccinano gratuitamente maschi e femmine al 12esimo anno di età. Il nuovo Piano Nazionale punta a rendere omogenea l’offerta su tutto il territorio


“Ho una storia da raccontare”. Si chiama così il progetto di sensibilizzazione lanciato oggi dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo), con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur Msd, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della vaccinazione contro il Papillomavirus umano (Hpv). Le storie sono quelle di pazienti che hanno sperimentato sulla propria pelle l’infezione da Hpv. Testimonianze che saranno raccolte su un sito web dedicato, accanto a contenuti informativi affidabili.

Il Papillomavirus virus, spiegano i promotori dell’iniziativa, si trasmette tramite il contatto cute-cute, soprattutto attraverso i rapporti sessuali. È il secondo agente patogeno responsabile di cancro nel mondo. È causa di lesioni, condilomi, infertilità e può essere causa di varie forme di cancro, come il carcinoma del collo dell’utero o della cervice uterina, il primo tumore riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come totalmente riconducibile a un’infezione.  “È importante sapere e far sapere che i nostri figli possono prevenire il rischio di ammalarsi di alcuni tipi di tumore con una semplice vaccinazione, un piccolo gesto che si trasforma in un investimento in salute”, spiega Elisabetta Iannelli, segretario generale della Favo.

I vaccini disponibili. In Italia sono già disponibili i vaccini bivalente e quadrivalente (efficaci rispettivamente su 2 e 4 tipi di Hpv), mentre il vaccino nonovalente (contro 9 sierotipi di Hpv) sarà disponibile a breve. Se per la prevenzione secondaria del tumore del collo dell’utero esistono il Pap-test e l’Hpv-test, la vaccinazione è l’unico strumento di prevenzione primaria in grado di prevenire le lesioni precancerose e cancerose dovute al Papillomavirus e potenzialmente pericolose per la vita.

Oggi, in Friuli Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Molise, Calabria, Sardegna (ASL di Sassari e Olbia) e Sicilia, la vaccinazione anti-Hpv è offerta gratuitamente sia alle femmine che ai maschi nel 12° anno di età. Il nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2016-2018 punta a estendere l’offerta in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale.

 

 

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Il supercomputer Watson diventa tutor per gli studenti di medicina

Medicina scienza e ricerca

Il supercomputer Watson diventa tutor per gli studenti di medicina

La tecnologia di Ibm entra all’Humanitas University: offrirà piattaforme di studio personalizzato attraverso la scelta di contenuti, simulazioni, commenti e approfondimenti basati sul livello di conoscenze del singolo studente

di Redazione Aboutpharma Online 15 novembre 2016 

Il supercomputer Watson diventa tutor degli studenti e assistente dei docenti, con la prima applicazione in Europa del cognitive computing Ibm ai percorsi di formazione di una facoltà di medicina. È quanto prevede un progetto di collaborazione sottoscritto tra Ibm, Humanitas University e Humanitas Research Hospital.

L’iniziativa prevede la creazione e la sperimentazione di un tutor Cognitivo per assistere sia i medici sia gli studenti di medicina. Alimentato da Watson Developer Cloud, il tutor offrirà piattaforme di studio personalizzato attraverso la scelta di contenuti, simulazioni, commenti e approfondimenti basati sul livello di conoscenze del singolo studente, mediante una semplice interfaccia quale può essere un’app. Il progetto risponde alla necessità di Humanitas University di rendere più efficiente ed efficace il percorso formativo degli studenti di Medicina del 3° anno di studi, nel loro passaggio dalla teoria alla pratica clinica. Attualmente il ruolo di tutor è affidato ai medici dell’ospedale, e al loro lavoro in reparto a fianco degli studenti chiamati ad affrontare i primi casi e le prime diagnosi.

Il Medical Cognitive Tutor è una piattaforma di studio personalizzabile in base al livello di conoscenza del singolo studente attraverso la scelta di contenuti, simulazioni, commenti e approfondimenti. Partendo quindi da un caso con dati di pazienti reali non identificabili dovranno definire gli elementi utili per arrivare a una diagnosi: quali sono i sintomi e categorizzarli con attributi medici, quali i fattori temporali, fare un’anamnesi per poi formulare diverse ipotesi diagnostiche. Il sistema fornisce poi un feedback personalizzato e “intelligente” per ogni studente. Il sistema consente una rivalutazione continua delle ipotesi diagnostiche basate su nuove informazioni cliniche. Watson consente di monitorare la progressione degli studenti, gli errori e le aree di miglioramento durante il processo di apprendimento.

Humanitas University mette a disposizione degli studenti il suo patrimonio di dati di casi reali fatto di cartelle mediche anonime, referti, immagini, test di laboratorio ed esami e procedure diagnostiche, oltre che la letteratura scientifica più aggiornata, che saranno immagazzinati in Watson. Come avviene per tutte le soluzioni cognitive in campo medico, il sistema non sostituisce i docenti di medicina, ma li assiste nella loro attività attraverso una selezione ragionata di casi e per mezzo di un pannello che permette il controllo sulle scelte e sulle misure adottate dagli studenti.

“L’innovazione continua è uno dei nostri principali obiettivi da sempre  sia in ambito medico sia in quello educativo. Riteniamo molto interessante e sfidante questa collaborazione con  Ibm” commenta Giorgio Ferrari, Consigliere Delegato Humanitas University. “Questo accordo è una ulteriore dimostrazione della nostra volontà di continuare a investire nella formazione dei medici di domani utilizzando strumenti e approcci sempre più all’avanguardia, fondamentali in un  settore cruciale come la sanità”.

Il progetto viene sviluppato da personale medico di Humanitas che ha collaborato con i ricercatori di Ibm Italia e del Research Center Ibm di Zurigo. “La collaborazione con Humanitas è per noi preziosa perché ci permette di mettere in campo, primo caso in Europa, una soluzione che utilizza la tecnologia cognitiva applicata al settore della salute. Nel contempo ciò testimonia il valore del nostro impegno dedicato ai processi di digitalizzazione del Paese che, va detto, non si limita alle partnership con organizzazioni di eccellenza di questa portata”, commenta l’amministratore delegato di Ibm Italia, Enrico Cereda.

 

(NDR). Ci conforta apprendere che l’Italia partecipa ad un progetto così straordinario.

La Redazione del sito di EMA-ROMA

 

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Asl e ospedali, ecco la commissione che selezionerà i futuri direttori generali

Sanità e Politica

Asl e ospedali, ecco la commissione che selezionerà i futuri direttori generali

Il ministro Lorenzin ha firmato il decreto di nomina. Il primo compito sarà quello di costituire l’albo degli idonei. Poi le Regioni, attingendo all’elenco, potranno selezione le figure di vertice in base alle competenze

di Redazione Aboutpharma Online 17 novembre 2016 

Nasce la commissione che selezionerà, secondo criteri di merito e competenza, i direttori generali delle aziende sanitarie locali, degli ospedali pubblici e degli altri enti del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha firmato il decreto di nomina dell’organismo che selezionerà i soggetti idonei a ricoprire l’incarico.

“Con la nomina della Commissione – spiega il ministero in una nota – ha inizio la procedimentalizzazione del reclutamento delle figure di vertice degli enti del Servizio sanitario nazionale, volta ad agganciare ad un’attenta valutazione di profilo tecnico la selezione delle professionalità ritenute maggiormente competenti a ricoprire l’incarico. La Commissione procederà, previa pubblicazione di apposito avviso pubblico di selezione per titoli, a formare un elenco nazionale di idonei all’incarico di direttore generale. Le Regioni potranno, quindi, nominare i vertici delle proprie aziende sanitarie unicamente attingendo all’elenco nazionale di idonei”.

La Commissione sarà composta da Gabriella Palmieri, vice avvocato generale dello Stato; Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di sanità (Css); Francesco Bevere, direttore generale dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas); e dai due componenti designati dalla Conferenza Stato-regioni (Giancarlo Ruscitti e Claudio Costa).

 

 

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L’Ocse promuove la sanità italiana, ma lancia l’allarme su diseguaglianze e antibiotico-resistenza

Sanità e Politica

 

L’Ocse promuove la sanità italiana, ma lancia l’allarme su diseguaglianze e antibiotico-resistenza

Nel report “Health at glance: Europe 2016” luci e ombre. Aspettativa di vita e qualità dell’assistenza oltre la media. Preoccupano invece i bisogni sanitari insoddisfatti tra i redditi bassi, l’uso eccessivo di antimicrobici, il ricorso limitato ai generici. Quanto alla spesa sanitaria, il divario con Francia e Germania ancora troppo ampio

di Redazione Aboutpharma Online 23 novembre 2016

Gli indicatori sullo stato di salute degli italiani e sulla qualità dell’assistenza rimangono fra i migliori in Europa. Attenzione, però, alle diseguaglianze crescenti, agli investimenti in sanità che non tengono il passo di Paesi come Francia e Germania, al limitato utilizzo dei farmaci generici e al consumo eccessivo e inappropriato di antibiotici. Si può riassumere così il messaggio che l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, invia oggi al nostro Paese con il report “Health at glance: Europe 2016”.

Assistenza di qualità.  Secondo l’Ocse, fiore all’occhiello dell’Italia è in particolare l’assistenza sanitaria per alcune condizioni potenzialmente letali. Il report mostra, per esempio, che il tasso di mortalità a seguito di un ricovero ospedaliero per infarti e ictus è significativamente ridotto in Italia, ed è fra i più bassi in Ue nel 2013. Ma ci sono anche stati miglioramenti nella gestione di condizioni croniche come l’asma e l’insufficienza cardiaca congestizia, misurati dalla riduzione in ricoveri ospedalieri negli ultimi anni.

Aspettativa di vita. Assistenza di qualità che, secondo gli esperti Ocse, è tra i fattori che contribuiscono alle buone performance del nostro Paese per quanto riguarda l’aspettativa di vita. Un parametro – sottolinea il report – per cui l’Italia rimane salda al secondo posto in Europa, dopo la Spagna. Nel 2014 l’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto la media 83.2 anni maggiore di oltre due anni rispetto media pesata europea (80.9). A questo proposito, il report ricorda in una nota come l’Istat abbia recentemente riportato una riduzione nell’aspettativa di vita in Italia nel 2015. Un calo che “è stato attribuito ad un aumento ciclico (temporaneo) del tasso di mortalità fra gli over 75, che non dovrebbe avere effetti a lungo termine”.

Diseguaglianze. L’elogio all’Italia però si ferma qui. L’analisi dell’Ocse passa alle criticità: la percentuale di popolazione che riporta esigenze di cure mediche e dentali non soddisfatte è in crescita, in particolare per i gruppi a basso reddito, con un conseguente potenziale aumento delle disuguaglianze nel settore sanitario. I cittadini con “esigenze insoddisfatte” – a causa di “costi eccessivi, distanza geografica e tempi di attesa” – erano il 5% nel 2009 e sono diventati il 7% nel 2014. Ma la percentuale è doppia nei gruppi a reddito più basso (14%). Ancora più numerosi coloro che hanno rinunciato al dentista: dal 7% nel 2009 al 10% del 2014, con numeri molto più alti anche in questo caso nei gruppi a basso redito (20% nel 2014).

Spesa sanitaria. Anche sul fronte degli investimenti in sanità si può fare di più: la spesa sanitaria totale rappresenta il 9.1% del PIL italiano nel 2015, meno della media pesata della Ue di 9.9%, e significativamente meno di Germania (11.1%), Svezia (11.1%) e Francia (11%). Più di tre quarti (76%) della spesa sanitaria in Italia sono finanziati pubblicamente, poco meno della media Ue (79%).

Farmaci. Infine, un’attenzione particolare è dedicata al capitolo farmaci. In primo luogo ai generici e al loro potenziale per la sostenibilità del sistema sanitario. La quota del mercato dei farmaci generici in Italia – sottolinea l’Ocse – rimane relativamente bassa, rappresentando il 18% del volume del consumo farmaceutico totale (per un valore di 9%) nel 2014, rispetto a una media Ue di 52% del volume (per un valore di 24%).

Bocciati anche sul consumo di antibiotici. “L’insuccesso degli sforzi volti a ridurre la prescrizione di antibiotici in Italia nell’ultimo decennio è preoccupante”, scrive l’Ocse. Il consumo di antibiotici in Italia nel 2014 è superiore del 25% alla media Europea (il quinto consumo più alto). Un dato allarmante, anche alla luce della rilevanza mondiale che sempre più assume il fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Con il suo fardello in termini di costi per la salute dei pazienti e per il sistema.

 

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Il 45% degli italiani è insoddisfatto del Ssr, aumentano quelli che rinunciano a curarsi

Sanità e Politica

 

Il 45% degli italiani è insoddisfatto del Ssr, aumentano quelli che rinunciano a curarsi

Lo rivela la ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata oggi a Venezia, in occasione dell'evento ‘Secondo pilastro sanitario e bilateralità territoriale nella prospettiva della Riforma del Titolo V° della Costituzione'.

di Redazione Aboutpharma Online 24 novembre 2016

Gli italiani non sono soddisfatti dei servizi sanitari regionali. Per il 45% dei connazionali (+2,4% rispetto al 2015) si è registrato un netto peggioramento negli ultimi due anni. E sono sempre di più quelli che rinunciano alle cure: oltre 2 milioni in Campania, un milione e 700 mila in Sicilia, un milione e mezzo nel Lazio, 1 milione in Lombardia, e a seguire Puglia, Calabria e Piemonte. Lo rivela la ricerca Censis-Rbm Assicurazione Salute presentata oggi a Venezia, in occasione dell’evento ‘Secondo pilastro sanitario e bilateralità territoriale nella prospettiva della Riforma del Titolo V della Costituzione’.

Secondo lo studio, i più insoddisfatti sono i cittadini del Sud e delle isole. La motivazione dello scontento deriva per lo più dalle lunghe liste d’attesa, dalla lunghezza delle code nelle varie strutture e dalla mancanza di coordinamento tra strutture, servizi e personale, che costringe a girare da un ufficio all’altro. “In 5 anni, dal 2011 al 2016, gli italiani che rinunciano alle cure sono passati da 9 milioni a 11 milioni – ricorda Carla Collicelli, Advisor Censis – così abbiamo assistito al boom della spesa sanitaria privata, arrivata a oltre 34 milioni di euro. Sono, infatti, 10,2 milioni gli italiani che hanno aumentato rispetto a qualche anno fa il ricorso al privato”.

Tra i dati più interessanti emersi ci sono i tempi di attesa per le visite specialistiche: per effettuare una colonscopia senza biopsia si devono aspettare 143 giorni, per una risonanza magnetica 75 giorni e per una mammografia 66. Se non si accede, quindi, alla sanita privata si corre il rischio che malattie gravi non vengano diagnosticate in tempo. “Oggi siamo abituati a un sistema in cui gli erogatori del Servizio sanitario nazionale (Ssn) sono affiancati da erogatori privati, che spesso lavorano in convenzione, però è un sistema di monofinanziamento, il finanziamento è quello delle tasse, pagate dal cittadino, che sostengono il Ssn – sottolinea Marco Vecchietti, Consigliere delegato Rbm Assicurazione Salute – Quando in realtà le strutture del Ssn o del privato in convenzione non sono in grado di erogare il servizio, ciascuno di noi apre il portafoglio, ovviamente chi i soldi li ha. Noi diciamo: affianchiamo a questo sistema che è doppio in offerta, anche un sistema di finanziamento doppio, via fiscalità generale e uno che organizzi la spesa privata del cittadino, ottenendo una riduzione dei costi unitari delle prestazioni. Chi si convenziona con noi, la stessa prestazione sanitaria privata che vende al cittadino, a noi la vende ad un prezzo più basso, ma è naturale perché noi acquistiamo per 7 milioni di persone, è ovvio che non possa fare lo stesso prezzo che fa al singolo. Perché quindi non lavoriamo insieme per spiegare ai cittadini che questa alleanza serve, che sarebbe a beneficio di tutti?”.

Nel contesto del Ssn che indietreggia, il settore industria prevede un primo livello di protezione per i dirigenti e per i loro familiari con il Fasi e l’integrazione di secondo livello con Assidai. “Fasi e Assidai costituiscono un modello di sanità integrativa eccellente per governance, solidità finanziaria e per la scelta di politiche sanitarie che puntano a prevenzione, assistenza socio-sanitaria e copertura di tutto il nucleo familiare – evidenzia Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager – La detassazione del welfare che è presente nella Legge di Bilancio 2017 va nella giusta direzione: se si incentivano gli imprenditori e il sistema produttivo diventa consapevole che la produttività del business dipende anche dalla salute dei propri lavoratori, si può raggiungere una massa critica sufficiente a estendere la platea di beneficiari. La leva fiscale può far funzionare il sistema sanitario in una logica di collaborazione pubblico-privato che abbatte la spesa che i cittadini sostengono di tasca propria, quando ci riescono e non sono, invece, costretti a rinunciare alle cure”.

Dal Canto suo, il Veneto è una Regione che vanta un’esperienza di bilateralità in campo assistenziale e sanitario, in particolare l’esperienza recentemente abbracciata con Sani. Il Veneto dimostra l’importanza della sanità integrativa che parla con il territorio e intercetta i bisogni di prossimità dei lavoratori e dei cittadini. “Noi immaginiamo un ruolo sempre più importante per i Fondi sanitari territoriali, a prescindere da quale sarà il risultato del referendum sulla riforma costituzionale, che ridisegna le competenze in materia di sanità tra Stato e Regioni – dichiara Gerardo Colamarco, segretario generale Uil Veneto – Promuoviamo insieme a Confartigianato Imprese, Cna, Casartigiani, Cgil e Cisl un Fondo sanitario integrativo regionale per i lavoratori delle imprese artigiane del Veneto, il ‘Sani.In.Veneto’, che ha l’obiettivo di mettere a disposizione dei lavoratori dipendenti delle aziende aderenti trattamenti e prestazioni socio-sanitarie integrative e complementari al Ssr.  ‘Sani.In.Veneto’ vuole porsi come una ‘seconda gamba’ strutturale del Servizio sanitario del Veneto contribuendo a garantire più elevati livelli assistenziali. Si tratta di un’importante opportunità anche perché prevede, a differenza di quella nazionale, l’inclusione di tutti i settori (nessuno escluso, dopo l’adesione del settore edile) e di tutte le forme di rapporto di lavoro”.

Presente anche la Confcommercio Veneto che ha siglato un accordo con Rbm grazie al quale si potrà garantire in Veneto agli imprenditori associati a Confcommercio un Piano sanitario analogo a quello che la Contrattazione collettiva nazionale riserva ai lavoratori dipendenti delle imprese del terziario.

 

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Le meningi sono una fonte di nuovi neuroni per il cervello

Medicina scienza e ricerca

Le meningi sono una fonte di nuovi neuroni per il cervello

Un lavoro dell’Università di Verona pubblicato su Cell Stem Cell ha messo in luce come le cellule staminali neuronali si trovino anche nelle membrane che avvolgono il sistema nervoso centrale. Lo studio potrebbe avere un significato molto importante per lo sviluppo di terapie per la cura delle malattie neurodegenerative

di Redazione Aboutpharma Online 25 novembre 2016

Una nuova fonte di cellule staminali neurali per anni trascurata e sottovalutata. Sono le meningi, membrane che avvolgono il sistema nervoso centrale, che uno studio condotto dall’Università di Verona, ha portato alla ribalta. Negli ultimi decenni con la scoperta che il cervello non è statico ma in grado di crescere svilupparsi, ripararsi e adattarsi ai cambiamenti, la plasticità cerebrale è stata oggetto di approfonditi studi scientifici. Ricerche che hanno evidenziato il ruolo chiave delle cellule staminali in questo processo, pensando però che si trovassero solo all’interno del tessuto cerebrale e non nelle membrane che lo ricoprono.

Lo studio, pubblicato su Cell Stem Cell, ha invece mostrato come in realtà le cellule staminali neuronali si trovino anche in questa zona del cervello, fino a oggi considerata solo un “rivestimento” senza alcuna rilevanza neurologica. “Le cellule staminali identificate nelle meningi in un precedente studio del 2012 sono in grado di generare nuovi neuroni funzionali in vivo nel cervello dopo la nascita” spiega Ilaria Decimo del dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica dell’Università di Verona, una delle ideatrici dello studio multicentrico svolto in collaborazione con Francesco Bifari dell’università Statale di Milano . “Originano durante lo sviluppo embrionale e, dopo la nascita, migrano dalle meningi verso l’interno del cervello.  Qui danno origine a nuovi neuroni della corteccia encefalica capaci di connettersi e comunicare con i circuiti neuronali già esistenti. Il nostro studio aggiunge un importante tassello nella comprensione degli eventi che contribuiscono alla formazione dei neuroni del cervello, rivelando che dopo la nascita le meningi aggiungono nuovi neuroni nella corteccia cerebrale”.

La dimostrazione della presenza di staminali neurali nelle meningi potrebbe assumere un significato molto importante per lo sviluppo di terapie per la cura delle malattie neurodegenerative. Il prossimo passo della ricerca sarà quello di studiare il ruolo delle cellule staminali delle meningi nelle malattie in cui i neuroni sono danneggiati, come la lesione del midollo spinale, l’ictus, l’Alzheimer, la sclerosi multipla e altre malattie neurodegenerative.

“Ora dobbiamo capire come possiamo sfruttare questa loro capacità di formare nuovi neuroni per riparare il cervello e il midollo spinale danneggiato dalle malattie neurodegenerative” ha concluso la ricercatrice.

 

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Aterosclerosi in pazienti con malattia coronarica: regressione significativa della placca con evolocumab

Aziende

 

Aterosclerosi in pazienti con malattia coronarica: regressione significativa della placca con evolocumab

 

A dirlo i risultati completi dello studio di Fase III GLAGOV sull’anticorpo monoclonale in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata annunciati da Amgen all’ultimo congresso dell’American hearth association (Aha) e pubblicati su Jama

di Redazione Aboutpharma Online 28 novembre 2016

 

Evolocumab, in aggiunta alla terapia statinica ottimizzata, determina una regressione della placca aterosclerotica statisticamente significativa in pazienti con malattia coronarica. A dirlo sono i risultati completi dello studio di Fase III GLAGOV, che utilizza l’imaging dell’ultrasonografia intravascolare, presentati dall’azienda Amgen al congresso dell’American heart association (Aha) 2016 e contemporaneamente pubblicati sul Journal of the American Medical Association (Jama). Evolocumab – spiega l’azienda – è un anticorpo monoclonale completamente umano che inibisce la proproteina convertasi subtilisina/kexina tipo 9 (PCSK9), una proteina deputata alla degradazione dei recettori LDL che, quindi, riduce la capacità del fegato di eliminare il colesterolo LDL, il cosiddetto colesterolo “cattivo”, dal sangue. L’anticorpo monoclonale si lega alla proteina PCSK9 impedendole di legarsi a sua volta ai recettori delle LDL sulla membrana epatica. In assenza della PCSK9, sulla membrana epatica sono presenti più recettori delle LDL in grado di eliminare il colesterolo LDL dal sangue.

Lo studio GLAGOV ha valutato se il trattamento con evolocumab, indicato per il trattamento di particolari popolazioni di pazienti con livelli di colesterolo LDL elevati, sia in grado di modificare l’accumulo di placca aterosclerotica nelle coronarie di pazienti già in terapia statinica ottimizzata, utilizzando l’imaging dell’ultrasonografia intravascolare (IVUS), al basale e alla settimana 78.

Lo studio ha raggiunto il suo endpoint primario dimostrando che il trattamento con evolocumab ha determinato una regressione statisticamente significativa rispetto al basale del volume percentuale dell’ateroma (PAV), ovvero la percentuale del lume dell’arteria occupata dalla placca. Inoltre, l’aggiunta di evolocumab ha prodotto una regressione della placca in PAV in una percentuale di pazienti maggiore rispetto a quelli in trattamento con placebo.

“Lo studio GLAGOV rappresenta una pietra miliare per il trattamento dell’ipercolesterolemia, i cui risultati sono estremamente interessanti – commenta Furio Colivicchi, direttore Uoc  di Cardiologia, ACO San Filippo Neri (Roma) –  non solo è il primo studio nel quale sono stati raggiunti livelli di colesterolemia LDL così bassi (36mg/dL), ma è anche il primo studio nel quale si è dimostrata una regressione importante della placca aterosclerotica con un inibitore del PCSK9 rispetto alla terapia statinica ottimizzata. Sebbene conoscessimo l’efficacia terapeutica di questo farmaco in termini di riduzione dell’ipercolesterolemia, fino ad oggi non avevamo nessun dato sugli effetti vascolari”.

Lo studio GLAGOV ha confermato il profilo di sicurezza di evolocumab. L’incidenza degli eventi avversi emergenti correlati al trattamento è stata comparabile nei due gruppi (rispettivamente 67.9% evolocumab, 79.8% placebo).

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Esami di laboratorio, 3 su 10 inutili o addirittura dannosi

Esami di laboratorio, 3 su 10 inutili o addirittura dannosi

Biochimici clinici, rischio sovradiagnosi e 'sindrome Ulisse' per pazienti

Redazione ANSA ROMA 

30 novembre 201615:03

 

Spesso inutili se non, addirittura, dannosi. Ben tre esami di laboratorio su 10 sono infatti inappropriati, generando anche un notevole spreco in termini di risorse economiche. A mettere in guardia dall'eccesso di test è il presidente della Società di medicina di laboratorio (Società italiana di biochimica clinica e biologia molecolare Sibioc), Marcello Ciaccio, sottolineando come il rischio sia quello di falsi positivi, come per la funzionalità della tiroide, di sovradiagnosi e di un moltiplicarsi confuso di esami.
    "Se si continua così - avverte Ciaccio in occasione del convegno nazionale Sibioc al ministero della Salute - il Servizio sanitario nazionale non potrà più essere garantito".
    Gli esami di laboratorio sono fondamentali perché influenzano fino al 70% delle diagnosi mediche e dei successivi trattamenti, ma ne va definito il ruolo in rapporto diretto col clinico, affermano gli esperti della Sibioc. Prendiamo i test di funzionalità tiroidea: "L'opinione diffusa - rileva Renato Tozzoli del Presidio Ospedaliero S. Maria degli Angeli, Pordenone - è che più esami si fanno, meglio è. E' vero invece il contrario: più profili di test vengono effettuati maggiore è la possibilità di risultati discordanti, il che complica la diagnosi per il medico e si concretizza la cosiddetta 'sindrome di Ulisse' del malato che, come fece Ulisse per il Mediterraneo - conclude - è costretto ad un viaggio continuo per fare altri test, non perché sia veramente malato, ma perché sono stati prescritti test non adeguati". 

In altre aree, invece, i test genetici diventano prioritari. È il caso della celiachia (oggi il laboratorio è in grado di effettuare diagnosi senza biopsia intestinale, con grande vantaggio per il malato) e della malattia renale cronica, che colpisce in Italia circa 2,2 mln di persone. La medicina di laboratorio svolge, in quest'ultimo caso, un ruolo centrale per l'identificazione dei fattori di rischio e la diagnosi precoce. Ma l'appropriatezza, avvertono gli esperti della Sibioc, entra in campo soprattutto in cardiologia e oncologia. Nel caso del dolore toracico acuto, per esempio, alcuni esami risultano ormai obsoleti e va invece scelto, affermano gli specialisti, "il solo esame appropriato, la troponina cardiaca, che permette di dimostrare che il 30% dei pazienti con dolore cardiaco senza segni elettrocardiografici ha un infarto ben definito. E nel cancro, i marcatori tumorali devono essere richiesti in modo adeguato". E proprio per favorire una maggiore appropriatezza degli esami, la Sibioc 'punta' sui medici di base, ai quali saranno destinati vari corsi gratuiti di formazione a distanza sui test in alcune grandi patologie croniche.

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Sangue artificiale, dagli States arriva un globulo rosso sintetico

Medicina scienza e ricerca

 

Sangue artificiale, dagli States arriva un globulo rosso sintetico

Si chiama ErythroMer e lo studio, ancora in fase preclinica, è stato condotto dalla Washington University School of Medicine di St. Louis. Non sostituirà in toto il sangue vero, ma permetterà a medici e paramedici di intervenire più in fretta in casi di emergenza, sia a seguito di incidenti stradali che in zone di guerra.

di Redazione Aboutpharma Online 5 dicembre 2016

 

Un sangue artificiale in polvere per le emergenze? Ora forse sì, o almeno è quello che sperano gli studiosi della Washington University School Medicine di St.Louis che stanno conducendo le sperimentazioni.

Il team ha creato infatti dei globuli rossi artificiali che effettivamente ‘catturano’ l’ossigeno nei polmoni e lo rilasciano ai tessuti dell’organismo. Non solo. Questo sangue artificiale, chiamato ErythroMer, può essere liofilizzato, rendendo più facile per i medici di guerra, quelli di pronto soccorso e i paramedici di averlo a disposizione, come ha dichiarato Allan Doctor, specialista di terapia intensiva alla Washington University School of Medicine di St. Louis, che ha presentato la ricerca al meeting annuale della Società americana di ematologia a San Diego. “È una polvere secca che sembra paprika, in sostanza”, ha detto Doctor alla stampa americana. “Può essere conservata in un sacchetto di plastica che il medico può portare con sé in ambulanza o in uno zaino, per un anno o più. Quando c’è bisogno di usarlo, si può riempire il sacchetto con acqua sterile, mescolare”, e il sangue artificiale “è pronto per essere infuso”.

Il globulo rosso artificiale, più piccolo di un normale globulo rosso, è costituito da proteine di emoglobina umana purificata rivestite con un polimero sintetico. L’emoglobina è il componente dei globuli rossi che trasporta l’ossigeno attraverso il corpo. La ricerca di un sostituto del sangue è in corso da più di ottant’anni, ma i tentativi precedenti erano sempre falliti. Il rivestimento polimerico sintetico di questo globulo rosso artificiale, che avrebbe risolto i problemi incontrati in precedenza dagli studiosi, è stato sviluppato dal ricercatore principale dello studio, Dipanjan Pan, dell’University of Illinois a Urbana-Champaign. I test di laboratorio su topi e ratti hanno dimostrato che i globuli rossi artificiali sono in grado di fornire in modo efficace l’ossigeno ai tessuti, assicurano i ricercatori. “Abbiamo sostituito il 70% del volume di sangue del topo” con il sangue artificiale. “Questi topi erano indistinguibili da quelli che avevano ricevuto una trasfusione da un altro animale”, spiega Doctor.

I globuli rossi artificiali non potranno mai sostituire completamente quelli naturali. Anche perché sono in grado di liberare solo ossigeno e non hanno le altre funzioni del sangue, ricordano gli studiosi. Ma occorrerà del tempo prima che questo prodotto della ricerca sia disponibile. Secondo Doctor, bisogna passare prima ai test su conigli e scimmie, e poi sull’uomo. Insomma, potrebbero “volerci 10 anni per avere una risposta definitiva e capire se” i globuli rossi artificiali funzionano sull’uomo.

 

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Influenza: a letto già mezzo milione di italiani. L’allarme: il 45% degli anziani non si vaccina

Sanità e Politica

 

Influenza: a letto già mezzo milione di italiani. L’allarme: il 45% degli anziani non si vaccina

 

Secondo il bollettino di sorveglianza InfluNet dell’Istituto di superiore di sanità 500mila italiani sono stati colpiti dal virus in meno di due mesi. L’appello di Happy Ageing per la prevenzione tra gli over 65

di Redazione Aboutpharma Online 9 dicembre 2016

 

L’influenza stagionale ha messo ko mezzo milione di italiani in meno di due mesi, con un’incidenza lievemente superiore rispetto alle stagioni precedenti. È il bilancio fornito da InfluNet, il bollettino di sorveglianza epidemiologica delle sindromi influenzali coordinato dall’Istituto superiore di sanità (Iss).

I dati. Nella settimana dal 28 novembre al 4 dicembre 2016 l’incidenza settimanale (numero di casi per 1.000 assistiti rapportati all’intera popolazione italiana), sono stati circa 115mila, cioè 20mila in più della settimana precedente e per un totale di circa 469mila casi a partire dall’inizio della sorveglianza stagionale. Il valore dell’incidenza totale è pari a 1,89 casi per mille assistiti. Ma tra i bimbi sotto i 4 anni, la fascia più colpita, si registrano quasi 6 casi su mille. Le regioni con più segnalazioni sono state Piemonte, P.A. di Trento, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Lazio e in Campania, in cui sono stati registrati 3 casi per mille assistiti. Tuttavia, sottolinea il bollettino, “l’incidenza osservata in alcune regioni è fortemente influenzata dal ristretto numero di medici e pediatri che hanno inviato, al momento, i loro dati”.

Anziani e vaccini. C’è ancora tempo per proteggersi dall’influenza e dalle sue complicanze, grazie ai vaccini. Armi di prevenzione fondamentali per i soggetti a rischio e per gli anziani ancora sottoutilizzate. A lanciare l’allarme è HappyAgeing, l’Alleanza italiana per l’invecchiamento attivo: il 45% degli anziani non si vaccina contro l’influenza. E tra gli over 50 solo il 10% è vaccinato contro la polmonite pneumococcica, malattia infettiva che “provoca decessi di oltre 20 volte superiori di quelli provocati dall’influenza con oltre 9 mila morti l’anno”.

In Italia – osserva HappyAgeing, citando i dati Ocse sul confronto tra le vaccinazioni antinfluenzali tra gli over 65 nel 2004 e nel 2014- si è verificato un calo di circa il 10%. L’Italia occupa il 18simo posto, Messico e Corea del Sud sono i più virtuosi con percentuali dell’80%. Degli oltre 9 mila adulti intervistati, di cui oltre mille nel nostro Paese solo il 20% sa che esiste un vaccino contro la polmonite. L’1% sa che la malattia è responsabile di più del doppio dei decessi rispetto agli incidenti d’auto. Il 95% conosce la malattia a livello superficiale e il 36% ignora che alcune forme di polmonite possano essere contagiose.

 

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Scompenso cardiaco, dal 2017 un nuovo farmaco per ridurre la mortalità

Medicina scienza e ricerca

 

 Scompenso cardiaco, dal 2017 un nuovo farmaco per ridurre la mortalità

 

Con il 2017 sarà disponibile un nuovo farmaco a base di sacubitril e valsartan che ridurrebbe del 15% la mortalità della patologia. Il medicinale è un inibitore del recettore dell'angiotensina e della neprilisina e riduce la fibrosi miocardica

di Redazione Aboutpharma Online 9 dicembre 2016

 

“Nei prossimi mesi sarà disponibile un nuovo farmaco che ridurrà il rischio di mortalità di questi pazienti del 15%”. A fare il punto sulle persone affette da scompenso cardiaco è Ciro Inolfi, direttore del dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università Magna Grecia di Catanzaro ad AdnKronos Salute.
“All’inizio del 2017 sarà disponibile un farmaco a base di sacubitril e valsartan, un inibitore del recettore dell’angiotensina e della neprilisina. Una novità assoluta – sottolinea Inolfi – già passata
al vaglio di un grande studio condotto su migliaia di pazienti, lo studio Paradigm, che ne ha sancito sia la sicurezza che l’efficacia”. Il medicinale “può essere prescritto a meno che non si sia in presenza di ipotensione o di iperpotassiemia. Rispetto ai farmaci tradizionali – continua – provoca l’aumento dei livelli di Anp (Peptide natriuretico atriale) con l’effetto benefico di far perdere acqua e sodio e di ridurre la fibrosi miocardica”.

La patologia colpisce oltre un milione di italiani l’anno, ovvero l’1,5% della popolazione. Percentuale che sale al 6-10% dopo i 65 anni. Lo scompenso cardiaco rappresenta una delle prime causa di morte in Italia e spiega l’esperto, è responsabile di oltre centonovantamila ricoveri l’anno. È la seconda causa di ricovero dopo il parto naturale e la prima tra gli over 65. Sempre secondo i dati forniti dal cardiologo, la spesa totale per la patologia in Italia “ammonta a tre miliardi di euro l’anno circa (il 2% della spesa sanitaria complessiva). Mentre la spesa media per la gestione di un paziente è di quasi dodicimila euro l’anno (l’85% della spesa è rappresentata dai costi di ricovero)”. Nel mondo, invece, per lo scompenso cardiaco si spendono ogni anno cento miliardi di euro. Cifra destinata a raddoppiare entro il 2030.

 

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Appello alla responsabilità sociale in difesa del Ssn

Sanità e Politica

 

Appello alla responsabilità sociale in difesa del Ssn

 

Presentato all'Ospedale di Monza un documento in cinque punti per la tenuta del sistema universalistico. Francesco Longo (Bocconi): "Servono scelte dolorose che i medici in primis dovrebbero spiegare ai cittadini" a partire dalla riconversione degli ospedali inutili e pericolosi

di Stefano Di Marzio 13 dicembre 2016

 

Nessuno si senta escluso. Per difendere la tenuta del Servizio sanitario nazionale serve un grande atto di responsabilità sociale che accomuni politica, amministratori pubblici, professionisti e cittadini e renda condivise anche le scelte più dolorose, come ad esempio la chiusura e la riconversione dei piccoli ospedali, in nome dell’appropriatezza e della sicurezza, prima ancora che dei conti economici. Un atto, quindi, che nasca dalla diffusa consapevolezza (e conseguenti comportamenti a tutti i livelli) che in tutto il mondo e anche in Italia le cose congiurano per un pericoloso default. Quali? Arcinote e in ordine sparso: i bisogni di salute sono crescenti (aumento cronicità, invecchiamento popolazione etc.); un Ssn fin troppo “sobrio” ha tagliato tutto il tagliabile, razionando le prestazioni soprattutto nelle aree più deboli del Paese; già oggi ampie fette di popolazione italiana, socialmente deprivate, scontano l’effetto di un diffuso undertreatment in termini di minore aspettativa di vita (dai 2 ai 4 anni in meno al Sud); la spesa per il welfare non aumenterà né sul breve né sul lungo periodo; la povertà e l’esclusione sociale sono in aumento dappertutto; nuove, efficaci e costose terapie si affacciano sul mercato. E molto altro ancora.
Come si reagisce? Con quali armi? All’ospedale San Gerardo di Monza è stato presentato oggi il documento
“5 W per la sostenibilità del sistema sanitario”, nel corso di un convegno cui hanno preso parte l’assessore regionale al Welfare della Lombardia Giulio Gallera; il vice presidente della Giunta lombarda Fabrizio Sala; Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità; Matteo Stocco, Direttore generale Asst di Monza; Cristina Messa, Rettore dell’Università di Milano Bicocca; Francesco Longo, docente di Economia delle Aziende Sanitarie all’Università Bocconi; Eugenio Anessi Pessina, docente di Public Management all’Università Cattolica di Milano; Sergio Harari, Direttore dell’Unità di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano.
Il quadro è a tinte fosche ma qualcosa si deve tentare. Se è vero che è sempre più difficile garantire efficacia e sicurezza con meno risorse (Stocco) e che i dati di contesto economico sono “deprimenti” (Ricciardi sintetizza il freschissimo
rapporto di Openpolis ripreso oggi dalla stampa), lo è altrettanto il fatto che le leggi regionali possono tentare di riallocare al meglio, ad esempio verso le cure intermedie, l’investimento sugli ospedali (Gallera schematizza la Riforma lombarda in atto da poco più di un anno). Uno dei temi più scottanti toccati a Monza è però quello della produttività delle strutture sanitarie. Ne parlano Anessi Pessina e Francesco Longo. Che non usa mezzi termini: “Il 36% degli ospedali italiani non possiede i requisiti minimi per la clinical competence: non hanno casistiche sufficienti che giustifichino la presa in carico di pazienti. Sarebbe necessario riallocare le risorse, concentrare tecnologia, spostare le persone, sia i professionisti che i malati verso ospedali Hub e riconvertire le strutture piccole e inutili. Sono scelte certamente dolorose, dovrebbero essere i medici in primis a sostenerle e spiegarle all’opinione pubblica. Purtroppo sono quasi sempre i professionisti a contrastare le misure che invece servirebbero”.

 

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Rapporto Sic, l’allarme di Senior Italia sulla spesa sanitaria a carico delle famiglie: 110 euro al mese sono troppi

Aziende

 

Rapporto Sic, l’allarme di Senior Italia sulla spesa sanitaria a carico delle famiglie: 110 euro al mese sono troppi

 

Presentato oggi a Roma il decimo rapporto “Sanità in cifre”: per i cittadini aumenta “pesantemente” la spesa destinata a farmaci e prestazioni. Preoccupazione anche per la carenza di personale sanitario

di Redazione Aboutpharma Online 15 dicembre 2016

 

“La sanità ci è costata, di tasca nostra, il 15% in più, passando da una media di 95 euro a 110 euro mensili. Cifre estremamente pesanti”. È questa la preoccupazione principale che emerge dal decimo “Rapporto Sic: la sanità in cifre 2015” secondo Roberto Messina, presidente di Senior Italia-Federanziani. I costi, prima di tutto, e poi le carenze organizzative della sanità pubblica: “Siamo spaventati perché avremo meno medici e operatori. Solo in un anno abbiamo perso, non sostituiti, 26mila dipendenti del Servizio sanitario nazionale”.

Out of pocket. Le famiglie italiane, secondo i dati del Rapporto dell’Istat sulla “Spesa per i consumi delle famiglie” citato nel report di Senior Italia, spendono di più per le prestazioni sanitarie e i servizi che riguardano la salute. Nel 2014 si è speso in media 109,45 euro al mese contro i 95,63 euro del 2013, con un aumento pari al 15%, passando da circa 1.147,5 a 1.313,4 euro all’anno, ben 166 euro in più. Il 4,4% della spesa totale delle famiglie è destinato ai servizi sanitari e alle spese per la salute, in crescita dal 3,9% di un anno prima.

Ssn ridimensionato. Quanto all’organizzazione della sanità pubblica, i dipendenti del Servizio sanitario nazionale sono scesi di 16.523 unità tra il 2010 e il 2012. Dato evidentemente legato alle politiche di contenimento della spesa e al blocco del turn over.

La spesa sanitaria. Ampio spazio è dedicato nel Rapporto Sic alle dinamiche della spesa sanitaria. Nello specifico, la spesa sanitaria corrente di Conto Economico è passata da 96.137 a 111.186 milioni di euro dal 2005 al 2015, con un incremento in valore assoluto pari a 15.049 milioni ed un tasso di crescita medio annuo dell’1,5%. Negli ultimi anni la spesa sanitaria ha continuato a crescere, ma i ritmi di questo incremento hanno subito rallentamenti: si tratta – sottolinea Senior Italia- dei “ primi risultati del processo di responsabilizzazione attuato per vincere la sfida dei sistemi sanitari nell’assicurare un’offerta sanitaria adeguata alle esigenze della popolazione sempre più longeva”. La maggior parte delle risorse viene assorbita dalle prestazioni sociali in natura (beni e servizi da produttori market) per il 35,4%, e dai redditi da lavoro dipendente per il 31,3%.

I farmaci. Nel 2015 la spesa farmaceutica nazionale totale (pubblica e privata) è stata pari a 28,9 miliardi di euro, di cui quasi il 76,3% rimborsato dal Ssn. La spesa farmaceutica privata è aumentata del 13,45% in 5 anni, passando da 6.046 nel 2010 a 6.859, mentre l’aumento tra il 2014 e il 2015 è stato quasi del 3%.
L’aumento ha interessato tutte le categorie di farmaci acquistabili out of pocket: i medicinali di classe A (+3,1%) acquistati privatamente, classe C acquistati con ricetta (+2,1%), e automedicazione (+4,7%). In altre parole la razionalizzazione della spesa pubblica ricade inesorabilmente sul cittadino privato, e questo potrebbe avere effetti anche sugli esiti clinici associati alle terapie farmacologiche.
Le fasce di età superiori ai 64 anni evidenziano una spesa pro capite per i medicinali a carico del Ssn fino a 3 volte superiore al valore medio nazionale. Inoltre, per ogni cittadino “senior” il Ssn deve affrontare una spesa farmaceutica oltre 6 volte superiore rispetto alla spesa media sostenuta per soggetti più giovani.

Lo scenario demografico. Infine, uno sguardo ai processi demografici che inevitabilmente generano ricadute sul sistema sanitario. Se la popolazione appare in lieve diminuzione, molto marcato è il processo di invecchiamento della stessa, con un aumento della speranza di vita alla nascita e dell’indice di vecchiaia. In Italia, a fronte di una diminuzione della popolazione, che al 31 dicembre del 2015 risulta essere diminuita di 130.061 unità rispetto allo stesso periodo del 2014, prosegue l’inesorabile processo di invecchiamento, con la speranza di vita alla nascita che per i maschi è pari a 80,2 anni (era 79,8 nel 2013), mentre quella delle femmine è pari a 84,9 anni (84,6 anni nel 2013). L’indice di vecchiaia, dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e oltre e quella con meno di 15 anni, l’indicatore che meglio sintetizza il grado di invecchiamento della popolazione, al 31 dicembre 2014 è pari al 157,7 per cento, ancora in crescita rispetto all’anno precedente (154,1). L’età media degli italiani nel 2014 è 44,4 anni. L’aumento della proporzione di popolazione anziana determina una serie di cambiamenti dal punto di vista epidemiologico, come l’aumento di incidenza e prevalenza di patologie croniche e tumori.

 

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Ipertensione: lo studio “Escape” sdogana il “vecchio” canrenone

Medicina scienza e ricerca

 

Ipertensione: lo studio “Escape” sdogana il “vecchio” canrenone

 

I risultati dello studio - condotto da ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista britannica Cardiovascular Therapeutics - sono stati presentati nel corso di un incontro organizzato in occasione del 77° Congresso della Sic, in corso a Roma

di Redazione Aboutpharma Online 17 dicembre 2016

Ipertensione

E’ come dire “due piccioni con una fava”.

Fatto uno: uno studio italiano ha trovato la quadra del mix di terapie che serve a bloccare l’“escape” dell’aldosterone, ovvero quel meccanismo difensivo dell’organismo per cui dopo alcuni mesi di terapie antiipertensive di prima linea l’organismo torna a produrre l’ormone – l’aldosterone, appunto –  che oltre ad essere coinvolto nell’ipertensione ha il brutto vizio di ispessire e danneggiare vasi cuore e reni.

Fatto due: in base ai risultati ottenuti della miscela antiipertensiva perfetta entra a far parte a pieno titolo un farmaco – il canrenone – di vecchia data, a basso costo (circa 80 euro per un anno di terapia= pochi centesimi al giorno), metabolicamente neutro, ingiustamente escluso dai trattamenti perché mal utilizzato in precedenza. Insomma un asso rimasto ingiustamente nascosto nella manica dei cardiologi, che oggi ne riscoprono la validità, rivedendo anche le tradizioni terapeutiche dell’ultimo decennio.

A “sdoganare” il canrenone sono i risultati dello studio Escape – condotto da ricercatori italiani su 175 pazienti ipertesi e pubblicato sulla rivista britannica Cardiovascular Therapeutics – presentato oggi alla stampa nel corso di un incontro organizzato in occasione del 77° Congresso della Società Italiana di Cardiologia (Sic), in corso a Roma.

Il killer silenzioso

Dell’ipertensione si parla tanto che alla fine siamo tutti convinti di saperne abbastanza, ma non è così. Non a caso gli esperti parlano di “killer silenzioso”: l’iperteso, in genere –  finché non ha sintomi, ovvero finché non è vittima di un brutto evento – “si sente” benissimo. Il problema è che quando l’evento c’è il danno è fatto. E  in genere è sufficientemente grave da richiedere un ricovero ospedaliero e lasciare strascichi. Mai come in questo caso la parola chiave  è “prevenzione”. Eppure se ne fa poca o non abbastanza. Anche se basterebbe misurare un po’ di più la pressione per individuare il campanello d’allarme che fa scattare controlli e terapie.

Ciò acquisito, secondo gli esperti gli italiani colpiti da ipertensione arteriosa sono 17 milioni. E non c’è questione di quote “rosa”: il disturbo coinvolge il 33% degli uomini, il 31% delle donne, in entrambi i sessi è causa scatenante di un numero elevatissimo di complicanze cardiovascolari come ictus, infarto, insufficienza renale cronica e determina ogni anno a livello mondiale 7.5 milioni di decessi.

Prevenzione insufficiente, dicevamo. Ma insufficienti pare siano anche le cure attualmente praticate: quasi l’80% dei pazienti in trattamento con i farmaci di prima linea – Ace-Inibitori o Sartani – non raggiungono il corretto livello di pressione arteriosa. Il danno e la beffa, insomma: assumono farmaci ma non raggiungono l’obiettivo; la loro ipertensione è “sottotrattata”. E’ questo che ha indotto gli esperti a rivedere i percorsi terapeutici inaugurati una quindicina d’anni fa con lo sviluppo degli antiipertensivi individuando un nuovo approccio terapeutico che consente di ridurre ulteriormente e in modo significativo sia la pressione sistolica che la pressione diastolica esercitando in contemporanea un’azione di protezione per salvaguardare gli organi bersaglio del “killer silenzioso”: cuore, vasi e reni.

Lo studio Escape

Condotto interamente nel nostro Paese da ricercatori italiani col supporto della società farmaceutica belga Therabel, lo studio Escape (Efficacy and Safety of Canrenone as Add-on in Patients With Essential Hypertension) ha valutato utilizzo ed efficacia del canrenone, in aggiunta agli Ace-Inibitori o Sartani più diuretico, nel trattamento dell’ipertensione arteriosa, arruolando 175 pazienti ipertesi (età media 57 anni) divisi in due gruppi: uno trattato con canrenone 50 mg e l’altro con canrenone 100 mg. In entrambi i casi la posologia era di una volta al giorno, per tre mesi.

All’inizio e dopo tre mesi di trattamento sono stati valutati, tra gli altri, pressione arteriosa (sistolica e diastolica), frequenza cardiaca, profilo glicemico, profilo lipidico e l’aldosterone, ovvero il principale responsabile della genesi e dell’ingravescenza dell’ipertensione. Dalla ricerca è emerso – in entrambi i gruppi, per entrambi i dosaggi – che il farmaco riduce in modo significativo la pressione sistolica e   diastolica, esercitando un’azione di protezione dai danni che possono essere generati dall’aldosterone (aumento dei valori pressori, irrigidimento dei vasi, ispessimento del cuore e problemi a livello renale).

“Abbiamo confrontato i risultati del canrenone a 50 mg e a 100 mg e verificato anche la sicurezza dal punto di vista metabolico – spiega Giovanni Vincenzo Gaudio, dirigente medico dell’AO di  Gallarate (Varese), coordinatore nazionale dello studio Escape. –  Non solo è ben tollerato, ma rispetto ad altre terapie, con l’uso del canrerone si contrasta la possibilità di una ‘fuga’ dell’aldosterone, bloccando a valle il sistema renina-angiotensina-aldosterone (ras)”.

Come già accennato, il blocco del sistema renina-angiotensina-aldosterone con le terapie di prima linea (antiipertensivo e associato al diuretico) determina, inizialmente, una riduzione dei livelli di aldosterone che, dopo alcuni mesi tendono, però, a risalire nuovamente fino a superare in molti casi i valori pre-trattamento. Questo fenomeno è dovuto al fatto che l’organismo attiva meccanismi alternativi che inducono, comunque, alla produzione dell’ormone. In questi pazienti l’uso di un antagonista recettoriale dell’aldosterone potrebbe aiutare ad ovviare a questo problema.

“Controllare i valori pressori vuol dire evitare danni a diversi distretti del corpo umano – spiega Giuseppe Derosa, Responsabile Dipartimento Diabete e Malattie Metaboliche del Policlinico San Matteo di Pavia.  – In particolare, l’aumento della pressione arteriosa produce danni a livello delle arterie dei vari organi (cuore, cervello, rene, retina) a causa del sommarsi di ripetuti microtraumi alla parete vascolare protratti per mesi o anni”. “Anche il cuore viene danneggiato da elevati valori pressori – prosegue Derosa – come tutti i muscoli, quando viene sottoposto ad un lavoro maggiore, diventa ipertrofico. A livello renale, invece, l’ipertensione può produrre una progressiva riduzione di volume e della funzionalità renale con perdita di proteine nelle urine fino ad arrivare all’insufficienza renale. A livello oculare, infine, l’ipertensione può determinare negli anni, la cecità”.

L’obiettivo ora è quello di far arrivare il messaggio ai medici di Medicina generale – vero front office dell’ipertensione e spesso troppo “attendisti” nella modifica del percorso terapeutico –  spiegando loro che l’associazione è una tappa obbligata per il trattamento corretto della patologia e che almeno il 50% dei pazienti che finiscono  in ospedale per un evento cardiovascolare grave avrebbe potuto evitarselo se fosse stato ben compensato.

 

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Dall’Ema nuovo invito a monitorare l’epatite B con i nuovi farmaci antivirali per l’epatite C

Dall’Ema nuovo invito a monitorare l’epatite B con i nuovi farmaci antivirali per l’epatite C

L'Ema suggerisce di fare lo screening per l'epatite B su tutti i pazienti prima di iniziare il trattamento con i nuovi farmaci antivirali per l'epatite C, e continuare a monitorare i malati affetti da entrambe le forme di epatite


Continua il monitoraggio dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) sui nuovi farmaci antivirali per l’epatite C in seguito alla riattivazione dell’epatite B tramite gli antivirali di ultima generazione. Le ultime indicazioni dell’Ema dicono ricordano infatti di fare lo screening per l’epatite B su tutti i pazienti prima di iniziare il trattamento con i nuovi farmaci antivirali per l’epatite C, e continuare a monitorare i malati affetti da entrambe le forme di epatite secondo le attuali linee guida.
I nuovi superfarmaci per l’epatite C, venduti in Europa, sono quelli che contengono come principio attivo daclatasvir, dasabuvir, ledipasvir, simeprevir, sofusbuvir, paritaprevir, ombitasvir e ritonavir. Il Comitato di farmacovigilanza e valutazione del rischio (Prac) dell’Ema, sulla base della revisione dei casi, pensa che la riattivazione dell’epatite B in persone trattate con questi antivirali sia dovuta alla riduzione del virus dell’epatite C (nei casi di co-infezione il virus dell’epatite B viene soppresso) per via del farmaco, e la mancanza di azione dell’antivirale sul virus dell’epatite B. Da qui la raccomandazione di mettere un avviso sul foglio informativo dei farmaci sulla riattivazione dell’epatite B e su come minimizzarla, e l’invito alle aziende farmaceutiche a fare uno studio per valutare il rischio di tumore al fegato nei pazienti con epatite C cronica e cirrosi trattati con tali farmaci. Il parere del Prac, avallato anche dal Comitato per i medicinali a uso umano (Chmp), sarà ora valutato dalla Commissione Europea, che dovrà prendere una decisione vincolante per tutta l’Ue.

 

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Tempo di bilanci: gli avvenimenti principali del 2016 in sanità

Sanità e Politica

 

Tempo di bilanci: gli avvenimenti principali del 2016 in sanità

 

Dal decreto taglia esami, ai nuovi Lea, i vaccini, il calo degli aborti, passando per Fertility day e l’approvazione di leggi importanti come “Dopo di noi”, le principali vicende del 2016 in sanità

di Redazione Aboutpharma Online 23 dicembre 2016

 

Fine anno e tempo di bilanci. Anche per la sanità che durante il 2016 ha fatto i conti con decreti e campagne di sensibilizzazione contestate ma anche con l’approvazione di leggi importanti e la firma dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza. Da gennaio a dicembre, le tappe più importanti dell’anno che sta per concludersi:

TAGLIA ESAMI: Il 20 gennaio entra in vigore il decreto “taglia-esami”, la stretta su 200 prestazioni accusate si essere usate spesso in maniera inappropriata. Dopo molte polemiche, a luglio viene superato e le sanzioni lasciano il posto a senso della responsabilità.

RESPONSABILITA’ MEDICA: Il 28 gennaio la Camera da il via libera al Ddl sulla responsabilità professionale del personale sanitario. Il testo depenalizza l’atto medico e introduce assicurazione obbligatoria di professionisti e strutture. Atteso da un decennio, sarà approvato definitivamente dal Senato nel 2017.

DOPO DI NOI: Il 14 giugno viene approvata la legge sul Dopo di noi, a favore dell’assistenza delle persone con disabilità quando i genitori non ci saranno più. Prevede più case famiglia e meno istituti, maggior peso alla volontà della persona disabile, detrazioni fiscali e uno stanziamento di 270 milioni in tre anni.

ADDIO A MAX E EUTANASIA: Il 20 luglio l’addio a Max Fanelli, malato di Sla che invano aveva chiesto l’eutanasia. Sarebbero almeno un centinaio ogni anno, secondo l’associazione Coscioni, gli italiani “costretti ad andare all’estero a morire”.

LEGGE SCREENING: Il 4 agosto, diventa legge l’estensione degli screening neonatali a tutte le Regioni. Una quarantina di esami potranno essere effettuati alla nascita attraverso un unico prelievo di sangue per individuare malattie metaboliche ereditarie che, se curate per tempo, possono consentire una vita normale.

FERTILITY DAY: A fine agosto esplode la polemica per il Fertility Day. Le locandine scelte per promuovere la giornata del 22 settembre scatenano le ire degli italiani sui social.

CESSATO ALLARME ZIKA: Il 18 novembre l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara che l’epidemia del virus Zika, non è più un’emergenza di sanità internazionale. In Italia sono stati registrati circa 60 casi importati e nessun contagio autoctono.

AIFA ED EPATITE C: Il 19 ottobre cambio al vertice Aifa: Mario Melazzin succede a Luca Pani e diventa il nuovo direttore. Spetterà a lui, già presidente, il compito di ricontrattare i prezzi dei farmaci innovativi contro l’epatite C. A fine 2016 intanto sono 63.602 i trattamenti avviati.

VACCINI: Il 23 novembre la regione Emilia Romagna approva una legge che prevede l’obbligo vaccinale per i bimbi che si iscrivono al nido. Accolta con entusiasmo dal mondo della scienza e della politica, trova molte regioni pronte a seguirne l’esempio. Ma il Codacons la ritiene “incostituzionale” e avvia una class action.

FARMACI INNOVATIVI: Con l’approvazione della Legge bilancio 2017 viene confermato, dopo mesi di battaglie, il Fondo Sanitario a 113 miliardi per il 2017. Tra le tante novità, tra cui un fondo di 500 milioni annui vincolato ai farmaci innovativi per l’Epatite c e altri 500 mln per gli oncologici innovativi.

LORENZIN TER: Il 12 dicembre viene presentato il nuovo Governo Gentiloni. Tra le conferme, quella di Beatrice Lorenzin al Ministero della Salute. Per lei, è il terzo mandato. Era stata nominata da Enrico Letta nel 2013 e confermata nel 2014 da Renzi.

CALANO ABORTI: La nuova relazione al Parlamento sull’aborto evidenzia un calo di quasi il 10% annuo rispetto al 2015, in buona parte merito, sottolinea il Ministero della Salute, del maggiore utilizzo di pillola contraccettiva dei 5 giorni dopo.

BIOTESTAMENTO: Il 20 dicembre ricorrono i 10 anni dal giorno in cui il medico Mario Riccio staccò il respiratore di Piergiorgio Welby. L’Italia ancora non ha una legge sul fine vita e il testo in discussione alla Camera rischia di non essere approvato per tempo. Ma il 3 novembre il Tribunale ha autorizzato a staccare i macchinari che tenevano in vita Walter Piludu.

NUOVE CURE IN ARRIVO: Il 21 dicembre Lorenzin firma i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, attesi da 15 anni. Il testo prevede, su tutto il territorio italiano, cure gratuite per fecondazione assistita, endometriosi, autismo e un centinaio di nuove malattie rare, oltre a nuovi vaccini.

 

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Il grafene entra in sala operatoria contro i super-batteri

Il grafene entra in sala operatoria contro i super-batteri

Ricercatori italiani studiano l'applicazione di un idrogel antimicrobico a ferri chirurgici e protesi


La lotta ai super-batteri si fa anche in sala operatoria. Ad esempio rivestendo i ferri chirurgici e le protesi con sostanze antimicrobiche. Una di queste è l’ossido di grafene le cui proprietà sono state sperimentate da un gruppo di ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Isc-Cnr), dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università degli Studi dell’Aquila. Gli scienziati hanno pubblicato un lavoro sulla rivista Scientific Reports che prende le mosse dagli allarmanti dati sull’antibiotico-resistenza (400 mila persone infettate in Europa dal 2009 a oggi). “Abbiamo realizzato un rivestimento con un idrogel a base di ossido di grafene – spiega Massimiliano Papi dell’Università Cattolica – la cui azione antibatterica è dovuta alla struttura in fogli, in grado di tagliare la membrana della cellula batterica o di avvolgerne la superficie, contrastando così lo sviluppo di batteri resistenti ai farmaci”.

 

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Meningite, tavolo tecnico al ministero: nessuna emergenza, vaccini disponibili senza problemi

Sanità e Politica

Meningite, tavolo tecnico al ministero: nessuna emergenza, vaccini disponibili senza problemi

Ricciardi (Iss): “Non c'è nessuna emergenza meningite. La richiesta dei vaccini è aumentata, ma la situazione è assolutamente tranquilla". Esclusi problemi di approvvigionamento

di Redazione Aboutpharma Online 5 gennaio 2017 

 

Non c’è “alcuna evidenza di emergenza di sanità pubblica relativa alla meningite a livello nazionale”.  Escluse anche “difficoltà di reperimento dei vaccini nel Paese” o interruzioni “nell’approvvigionamento degli stock”. È quanto afferma il ministero della Salute in un comunicato diffuso dopo una riunione tecnica convocata oggi dalla Direzione generale della Prevenzione sanitaria a cui hanno partecipato anche referenti dell’Istituto superiore di sanità (Iss), dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), del Comando dei Nas, di Farmindustria e della Regione Toscana. Ovvero i soggetti già da tempo coinvolti in un tavolo per il monitoraggio della meningite in Toscana.

“Non c’è nessuna emergenza meningite”, commenta all’Adnkronos Salute il presidente dell’Iss, Walter Riccairdi. La richiesta dei vaccini – aggiunge – “è aumentata, ma la situazione è assolutamente tranquilla”. Dal ministero, infine, l’invito a seguire il calendario vaccinale e a consultare il proprio medico in merito all’opportunità e alle tempistiche delle vaccinazioni.

 

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Sanità, oltre 2 euro su 10 vengono sprecati: indispensabile recuperarli

 

Sanità e Politica

Sanità, oltre 2 euro su 10 vengono sprecati: indispensabile recuperarli

A lanciare l’allarme la rivista The Lancet e l’Ocse: il sovra-utilizzo e il sotto-utilizzo di servizi e interventi sanitari hanno raggiunto proporzioni epidemiche, mettendo a rischio la sopravvivenza dei sistemi sanitari di tutto il mondo

di Redazione Aboutpharma Online 10 gennaio 2017

 

TAC e RMN per lombalgia e cefalea, antibiotici per infezioni virali delle vie respiratorie, densitometria ossea, test pre-operatori (ECG, Rx torace, ecostress) in pazienti a basso rischio, antipsicotici negli anziani, nutrizione artificiale in pazienti con demenza in fase avanzata e in pazienti oncologici terminali, catetere vescicale a permanenza, imaging cardiaco in pazienti a basso rischio, screening oncologici di efficacia non documentata (PSA, CA-125), tagli cesarei senza indicazioni cliniche.
Sono solo alcune degli esempi di sovra-utilizzo riportati da una serie di articoli “Right Care” pubblicati su The Lancet, in cui vengono messi in luce esempi di sprechi in sanità, sia in termini di sovra-utilizzo di interventi sanitari di efficacia non dimostrata e sotto-utilizzo di interventi sanitari efficaci. A fare eco anche il report dell’OCSE Tackling Wasteful Spending on Health, con esempi che convivono in tutti i sistemi sanitari a livello di popolazioni, percorsi assistenziali e singoli pazienti, che peggiorano esiti clinici, psicologici e sociali, determinando una impropria allocazione di risorse e generando sprechi evitabili.

Il messaggio è unanime: “I fenomeni di overuse e underuse di servizi e interventi sanitari (farmaci, test diagnostici, procedure chirurgiche, etc.) costituiscono oggi una vera e propria pandemia: oltre a mettere a rischio la sostenibilità di tutti i sistemi sanitari, sovra- e sotto-utilizzo non riflettono l’etica della medicina e della sanità, in quanto minano la possibilità di una copertura sanitaria equa e sostenibile e del diritto universale all’assistenza sanitaria”.
A ricordarlo è la Fondazione Gimbe che lo scorso giugno aveva presentato in Senato il Rapporto sulla sostenibilità del SSN 2016-2025: “La serie di The Lancet e il rapporto OCSE – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sono perfettamente in linea con quanto riportato dal nostro rapporto. Secondo le nostre stime, infatti, in Italia circa 11 miliardi di euro l’anno vengono erosi da sovra- e sotto-utilizzo di servizi e prestazioni sanitarie, a cui si aggiungono oltre 13 miliardi di euro relativi a frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, complessità amministrative e inadeguato coordinamento dell’assistenza”.

In particolare dal report Ocse emerge come la spesa sanitaria abbia ripreso a crescere nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse, e che ogni 10 euro spesi in sanità sino a 2 vengono sprecati, in quanto non migliorano la salute e il benessere delle persone o addirittura li peggiorano: un’enorme opportunità dunque per recuperare preziose risorse ed aumentare il value for money. “Considerato che la maggior parte degli interventi sanitari si colloca in un’area grigia, dove il profilo rischio/beneficio non è così netto – continua Cartabellotta – è indispensabile prendere in considerazione le preferenze dei pazienti. Ecco perché è impossibile migliorare l’appropriatezza degli interventi sanitari senza un coinvolgimento di cittadini e pazienti attraverso il processo decisionale condiviso, strategia di efficacia documentata per ridurre sprechi, aspettative irrealistiche di malati e familiari e contenzioso medico-legale. Il processo di disinvestimento e riallocazione suggerito dal nostro Rapporto viene legittimato come strategia irrinunciabile per garantire la sostenibilità di tutti i sistemi sanitari, che richiede una vera e propria “chiamata alle armi” di tutti gli stakeholders del Ssn”.

 

 

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Mai tante donazioni di organi come nel 2016. E si accorciano le liste d’attesa per i trapianti

Medicina scienza e ricerca

Mai tante donazioni di organi come nel 2016. E si accorciano le liste d’attesa per i trapianti

I donatori sono stati 1.596 contro i 1.489 del 2015. Più di tremila i pazienti trapiantati. Finora tre casi di "donazione samaritana". Ecco i nuovi dati presentati oggi dal Centro Nazionale Trapianti al ministero della Salute

di Redazione Aboutpharma Online 10 gennaio 2017

 

Un anno eccezionale per le donazioni di organi e i trapianti in Italia. Nel 2016 abbiamo avuto 1.596 donatori contro i 1.489 dell’anno precedente e 1.282 di dieci anni fa. Ed è cresciuto del 13% il numero di pazienti trapiantati: 3.736 contro i 3.327 del 2015. Sono questi i dati principali forniti oggi dal Centro nazionale trapianti (Cnt) durante la presentazione del report di attività 2016 al ministero della Salute. La regione più ‘generosa’ si conferma la Toscana, con in generale il Nord che supera il sud per donatori pro capite. Al contrario le “opposizioni” alla donazioni (stabili intorno a una media nazionale del 30%) sono presenti di più nel Mezzogiorno.

I numeri dei trapianti. Il trend positivo è confermato anche dall’aumento dei “donatori utilizzati”, che superano per la prima volta quota 1.300 contro i 1.165 del 2015. Quanto ai trapianti effettuati, l’incremento di attività vale un po’ per tutti gli organi, che si attestano su questi dati: 2.086 per il rene, 1.235 per il fegato, 267 per il cuore, 154 per il polmone e 69 per il pancreas. Tra i “donatori utilizzati” si registrano “finalmente – sottolinea il Cnt – diverse donazioni dopo accertamento di morte con criteri cardiocircolatori, cioè con una modalità che potrebbe ulteriormente sviluppare le donazioni ed i trapianti in Italia, come sta avvenendo nelle principali nazioni europee”. Le donazioni a “cuore fermo (DCD)” sono passate da 9 a 21 tra il 2015 e il 2016, mentre i trapianti da 6 a 13.

Liste d’attesa. Tra le buone notizie, i numeri sulle liste d’attesa: per la prima volta la lista del rene e quella del polmone sono in diminuzione rispetto all’anno precedente (circa 300 pazienti in meno nel primo caso). Al 31 dicembre 2016, i pazienti in lista di attesa sono 8.856: la maggior parte di questi per ricevere un trapianto di rene (6.598); 1.041 di fegato, 742 di cuore e 346 di polmone.

Donazioni “samaritane”. Nel 2016 – spiega il ministero – sono state realizzate anche due catene di trapianti di rene da vivente in modalità cross-over innescate da una “donazione samaritana”. L’ultima catena si è sviluppata tra dicembre 2016 e gennaio 2017: grazie al terzo donatore samaritano nel nostro Paese, sono state coinvolte 5 coppie donatore/ricevente incompatibili tra loro. I centri trapianto che hanno sviluppato questa catena di solidarietà sono stati 4 (Vicenza- Ospedale San Bartolo, Palermo- Ospedale Civico, Pisa- Ospedale di Cisanello e Parma- Ospedale Riuniti), in collaborazione la Polizia di Stato.

Donatori di midollo osseo. Cresce anche l’attività di donazione e trapianto di cellule staminali emopoietiche: nel 2016, gli iscritti al Registro italiano donatori di midollo osseo (Ibmdr) sono stati 498mila contro i 469mila del 2015. I trapianti da donatore volontario adulto sono stati 742 (contro i 704 del 2015) mentre i trapianti da donatore familiare semi-compatibile (noto come trapianto aploidentico) sono stati 360 (mentre nel 2015 erano 338).

L’impegno continua. Con il nuovo anno, ministero e Cnt puntano a rafforzare l’impegno sul fronte della comunicazione. Il primo obiettivo sarà sicuramente di provare a ridurre quel 30% di opposizioni alla donazione. Ai cittadini sarà ancora chiesto di esprimere il consenso alla donazioni di organi e tessuti in occasione del rinnovo della carta d’identità: con questa modalità, hanno detto “sì” 380mila cittadini in 1.350 comuni italiani. Infine, proseguirà la campagna “Diamo il meglio di noi”, iniziativa dedicata alle grandi organizzazioni pubbliche e private per diffondere tra i propri dipendenti la cultura del dono e aumentare il numero delle dichiarazioni di volontà. Con l’obiettivo di coinvolgere le Regioni e moltiplicare le iniziative sul territorio.

 

Nota della Redazione del Sito

Naturalmente siamo molto soddisfatti dai notevoli risultati conseguiti dalle organizzazioni Ospedaliere, con una delle quali, che opera presso l'Azienda Ospedaliera S. Camillo di Roma abbiamo un rapporto di collaborazione, aiutate da efficenti Associazioni di Volontariato, così come EMA-ROMA da sempre collabora con alcuni Trasfusionali di Roma.

Ma a questa soddisfazione si contrappone la grande delusione causata dai risultati che invece da molti anni caratterizzano il settore "Donazioni di Sangue", tanto che da anni si parla di Emergenza Sangue. Risultato - i Trasfusionali degli Ospedali del Lazio e di Roma attualmente sono senza scorte di sangue, tanto che molti interventi chirurgici vengono rinviati.

Perchè tanta differenza tra enti simili? Quali i motivi? Perchè manca costantemente un organo così vitale come il sangue destinato alla salute dei cittadini?

Per inefficienza, disinteresse e scarsa professionalità dei responsabili. Esistono altri motivi quando le cose non funzionano? E come ricorrono ai ripari i responsabili, tra l'altro  ignorando la prevenzione che da anni invochiamo? Acquistando in continuazione importanti quantità di sacche e spendendo somme notevoli versate dai contribuenti, arricchendo i bilanci di altre Regioni meglio organizzate e meglio dirette! Formula non più facilmente praticabile, poichè anche altrove oggi esistono difficoltà di approvvigionamento.

Da anni e con tutte le amministrazioni che si sono susseguite EMA-ROMA ha chiesto un incontro tra competenti, per affrontare il problema ed esaminare la proposta che abbiamo presentato più volte, l'unica che a nostro avviso può risolvere il problema e cioè, quella di coinvolgere in modo corretto e assiduo i circa sei milioni di abitanti residenti nel Lazio. Se da questo calcolo eliminiamo i non maggiorenni, coloro che hanno superato l'età che gli consente di donare (60 anni e 65 per i donatori abituali) coloro che non godono di buona salute, i timorosi, gli indifferenti, ecc, resta un serbatoio di candidati che, se infornati in modo corretto, possono garantire cisterne di sangue!

Abbiamo persino inviato una copia del  "Piano annuale di Comunicazione" da noi proposto, dove elenchiamo i media da utilizzare e persino alcuni spot pubblicitari idonei. Consigliando persino l'utilizzo di un numero telefonico adatto (Es. il 060606 del Comune di Roma) dotandolo di un gingle particolare, che fornisca solo le prime nozioni importantie, quali - dove risiede e dove svolge la sua attività colui o colei che chiede chiarimenti, fornire gli indirizzi e gli orari di esercizio e le coordinate telefoniche dei Trasfusionali più vicini e quelli delle Associazioni di volontariato. In anni di attività abbiamo appurato che molti candidati che intendono intervenire non sanno neppure a chi rivolgersi e come muoversi!

E' solo un inizio, ma è indispensabile e urgente iniziare. Esistono molteplici esempi della Solidarietà umana che gli italiani dimostrano ogni giorno aiutando il prossimo. Vogliamo ignorarlo?

La Redazione del Sito 

 

 

 

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Rapporto Aiop 2016: Ssn in difficoltà, serve una “manutenzione straordinaria”

 

 

 

 

 

 

 

 

Rapporto Aiop 2016: Ssn in difficoltà, serve una “manutenzione straordinaria”

Presentato oggi a Roma il 14esimo report dell'Associazione italiana ospedalità privata, in cui è descritto un “sistema sanitario in deflazione”, che arretra sul piano degli investimenti, ha un deficit di efficienza, penalizza il privato e costringe una famiglia su 5 a rimandare le cure o a rinunciarvi


Un sistema sotto-finanziato, incapace di riorganizzarsi e di liberare risorse combattendo le inefficienze. Un’offerta di servizi meno adeguata, costi per gli utenti in aumento e un serio problema di equità: il 26% delle famiglie italiane rinvia le cure o vi rinuncia per ragioni economiche. È, a grandi linee, il ritratto del Servizio sanitario nazionale (Ssn) tracciato dal 14esimo rapporto annuale “Ospedali&Salute” presentato oggi a Roma dall’Associazione italiana ospedalità privata (Aiop) e realizzato da Ermeneia-Studi & Strategie di Sistema. Il report descrive un sistema sanitario “in deflazione”, in cui la capacità di risposta ai bisogni di salute si contrae, la spesa pubblica in sanità arranca rispetto agli altri Paesi europei, le inefficienze non vengono aggredite come si dovrebbe e troppo poco spazio – dice l’Aoip – è lasciato all’iniziativa privata. Con il cittadino che, alla fine, paga il conto, in termini economici ma anche sul piano dei diritti.

Risorse insufficienti. Dalle analisi condotte e dal confronto con gli altri Paesi europei – spiega Aiop – emerge innanzitutto un processo di “deflazione da sottofinanziamento. Nel triennio 2012-2014, infatti, la spesa sanitaria pubblica risulta ancorata al 6,8% del Pil, mentre risulta in crescita quella degli altri Paesi G7 (8,2%). Anche la spesa ospedaliera pubblica complessiva è ferma nel nostro Paese al 3,9% del Pil.

Macchina inefficiente. Emerge poi una “deflazione da inefficienza della macchina ospedaliera pubblica”. Tradotto: gli ospedali pubblici dovrebbero, ma non la fanno ancora, rivedere “in maniera significativa le modalità organizzative e gestionali” per liberare risorse da re-investire. Il report Aiop dedica ampio spazio a questo tema, concentrandosi quest’anno sui “sovraricavi” degli ospedali italiani (l’anno scorso, invece, sui “sovracosti”). Per “sovraricavi”- spiega Aiop – si intendono “quelle forme di riconoscimento talvolta troppo ampie di ricavi ‘impropri’ che, come tali, contribuirebbero inevitabilmente al ripiano implicito delle perdite”. Nel dettaglio, l’analisi fa riferimento alle “attività a funzione”, ovvero quelle attività assistenziali che non hanno una copertura a tariffa predefinita per DRG (es. Pronto Soccorso, programmi di assistenza ad alto tasso di personalizzazione, programmi sperimentali, trapianti ecc…). Secondo l’analisi di Aiop, i “sovraricavi” oscillano tra 1,4 e 1,7 miliardi di euro per le aziende ospedaliere, a cui si aggiunge una cifra tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro per gli ospedali a gestione diretta. Nel complesso, un valore tra i 2,6 e i 3,2 miliardi di euro. “Una maggiore trasparenza dei bilanci – incalza Aiop – aiuterebbe a misurare il livello di efficienza delle strutture”.

Meno servizi. Il report segnala poi “una deflazione da razionamento di fatto dei servizi offerti nell’ambito dell’ospedalità pubblica”. La causa di questo fenomeno è riconducibile “all’impatto generato dai provvedimenti di spending review, intrapresi nel quadro delle politiche di austerità degli ultimi 5 anni”. Dal 2009 al 2014 – segnala Aiop – si riduce il numero dei posti letto (-9,2%), il numero di ricoveri (-18,3%), delle giornate di degenza (-14,0%), del personale (-9,0% tra il 2010 e il 2014); dal 2009 al 2015, aumentano in parallelo gli oneri per gli utenti, con i ticket per le prestazioni che crescono del 40,6%, le visite intramoenia a pagamento presso gli ospedali pubblici del 21,9% e i ticket per i farmaci del 76,7%. Una contrazione dei servizi della sanità pubblica che “spinge i pazienti a cercare soluzioni alternative presso le strutture private, accreditate e non; a ricorrere a strutture ospedaliere presenti in altre regioni rispetto a quella di residenza; addirittura a rimandare o a rinunciare alle cure”. Da un’indagine sui caregiver condotta nel 2016 da Aiop emerge come il 16,2% delle famiglie italiane abbia rimandato una o più prestazioni e che il 10,9% delle famiglie abbia rinunciato a curarsi.

Il ruolo del privato. Secondo Aiop “la difficoltà dell’ospedalità pubblica nel fare un’effettiva ristrutturazione e riorganizzazione” alimenta a sua volta una “deflazione dovuta al trasferimento di oneri economici e normativi sul comparto ospedaliero privato accreditato nel suo complesso”. Trasferire “sistematicamente” oneri economici aggiuntivi sulla componente privata finirebbe – sottolinea Aiop – con “innescare anche per quest’ultima un processo di erosione dei servizi forniti ai pazienti”. La spesa ospedaliera riconosciuta al privato accreditato – sottolinea Aiop – si è ridotta del 9,4% tra il 2010 e il 2014, contro una diminuzione pari a meno della metà per le strutture ospedaliere pubbliche (-4,1%).

Una “manutenzione straordinaria”. Il trend descritto dal report Aiop mette in discussione “il principio universalistico e solidale del nostro Ssn”. Per questo, sottolinea l’associazione, diventa necessario “procedere a una manutenzione straordinaria” del sistema. “Serve – afferma il presidente di Aiop, Gabriele Pellissero – un percorso evolutivo che conduca verso forme di neo-welfare, in cui far convergere le responsabilità e le risorse del pubblico con a fianco le responsabilità e risorse dei cittadini, delle aziende, del mondo della rappresentanza degli interessi e di quello del terzo settore. Tutto questo, allo scopo di ridisegnare un sistema di protezione e promozione della salute che rispetti il principio universalistico e solidale, ma che sia anche compatibile con le condizioni che viviamo oggi e che vivremo domani”.
Al mondo del privato, un messaggio del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: “Da una corretta interazione tra il settore pubblico e privato in sanità può derivare una risposta più completa e omogenea ai bisogni di salute della nostra collettività”, si legge in una nota.

Il Rapporto in sintesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

14° Rapporto Annuale “Ospedali & Salute/2016” Sintesi  
 
 
Il giorno 12 gennaio 2017, alle ore 10.00, presso il Senato della Repubblica – Palazzo Giustiniani, Sala Zuccari – Via della Dogana Vecchia 29, Roma, viene presentato il 14° Rapporto Annuale “Ospedali & Salute/2016”, promosso dall’AIOP – Associazione Italiana Ospedalità Privata e realizzato dalla società Ermeneia – Studi & Strategie di Sistema di Roma (sotto la direzione di Nadio Delai). La predisposizione di un Rapporto con cadenza annuale permette di individuare e interpretare i fenomeni che caratterizzano gli ultimi dodici mesi. Ma consente anche di cogliere quei processi di fondo che, alimentati dai problemi non risolti nel corso del tempo, provocano dei fenomeni di vero e proprio “accumulo”, i quali influenzano il sistema sanitario e ospedaliero, non solo come si presenta oggi, ma anche come può diventare nel medio periodo. 1. Il processo analizzato quest’anno è riportabile ad una sostanziale deflazione di sistema, in quanto risulta in grado di investire più ambiti contemporaneamente.  Esiste innanzitutto una deflazione da sottofinanziamento che non data certo da oggi, ma che risulta evidente ormai da tempo come emerge dal confronto con altri Paesi, per ciò che riguarda la spesa pubblica destinata alla salute. Tanto per esemplificare (cfr. tabella 1), nel quadriennio 2011-2014 la spesa sanitaria pubblica prima si contrae e poi resta bloccata, per il nostro Paese, al 6,8% del PIL e quella ospedaliera pubblica e accreditata si attesta al 3,9% del PIL. E questo mentre gli altri Paesi del G7 passano, nello stesso periodo, dal 7,9% all’8,2% nel primo caso e dal 4,1% al 3,5% nel secondo caso. Ma bisogna anche considerare che il segno “-” del PIL italiano è diventato (lievemente) positivo solamente nel 2015, con un +0,4%, e quindi il rapporto spesa/PIL oltre che essere costante nel tempo nel caso italiano, viene ad essere calcolato su una base stabilmente decrescente nel triennio 2012-2014. A questo si aggiunga che la spesa sanitaria e la spesa ospedaliera pubblica (a prezzi costanti) diminuiscono nel nostro Paese, tra il 2010 e il 2014, rispettivamente del -3,7% e del 5,8%. 
2. Esiste poi una deflazione derivante dall’inefficienza della “macchina” ospedaliera pubblica, in quanto quest’ultima non riesce a “liberare” risorse come potrebbe, qualora fosse in grado di rivedere in maniera significativa le proprie attuali modalità organizzative e gestionali. Il che permetterebbe di investire le risorse così recuperate sul miglioramento delle strutture, delle attrezzature e dei servizi per gli utenti.  A tale proposito è stata effettuata anche quest’anno un’articolata stima che ha riguardato quelli che sono stati definiti come “Sovraricavi” (mentre l’anno scorso si erano stimati i “Sovracosti”), con riferimento ad una voce specifica, quella delle attività “a funzione”, la cui valorizzazione “reale” è stata calcolata a partire da quanto esposto nei Conti Economici consuntivi 2015 delle Aziende Ospedaliere, mentre successivamente è stato stimato l’analogo valore per gli Ospedali a gestione diretta. Tali Sovraricavi, prudentemente valutati, risultano compresi tra 1,4 e 1,7 miliardi di euro per le Aziende Ospedaliere, a cui si possono aggiungere tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro per gli Ospedali a gestione diretta: in totale si sarebbe dunque davanti ad un valore complessivo compreso tra i 2,7 e i 3,2 miliardi di euro, su cui bisognerebbe procedere con un’operazione combinata di efficientamento e di maggiore trasparenza (cfr. tabella 2). Ma queste cifre potrebbero ulteriormente aumentare a seguito dei criteri che saranno adottati per poter applicare un riconoscimento forfetario delle suddette attività “a funzione”, in base a quanto disposto da un apposito Decreto Ministeriale sul tema1. 3. La difficoltà dell’ospedalità pubblica nel fare effettiva ristrutturazione e riorganizzazione secondo una logica di maggiore efficienza alimenta a sua volta una deflazione dovuta al trasferimento di oneri economici e normativi sui soggetti di offerta dei servizi ospedalieri privati accreditati nel loro complesso. Si ricordi a tale proposito che la spesa ospedaliera riconosciuta al privato accreditato nel suo complesso si contrae tra il 2010 e il 2014, a prezzi costanti (cfr. tabella 3), nella misura del -9,4%, contro una diminuzione pari a meno della metà per le strutture ospedaliere pubbliche (4,1%). Senza contare che le strutture private accreditate nel loro complesso assorbono il 13,8% della spesa ospedaliera pubblica totale contro l’86,2% delle strutture pubbliche a cui – come appare ovvio – dovrebbe far capo un impegno proporzionalmente maggiore dal punto di vista dell’efficientamento e quindi con un adeguato risparmio di spesa (tanto più che le strutture private accreditate col suddetto 13,8% di spesa loro riconosciuta forniscono il 28,2% delle giornate di degenza complessive, garantendo il 23,3% dei ricoveri per acuti a livello nazionale), come evidenzia sempre la tabella 3. 
                                               
 1 D.M. di attuazione dell’Art. 1, comma 526 della Legge di Stabilità 2016, sulla base dell’Art. 8-sexies del D.lgs 502/1992 e successive modificazioni. 
Si tenga poi presente che l’obiezione – talvolta avanzata – circa il presunto basso livello di complessità delle prestazioni fornite dalle strutture accreditate nel loro complesso2 non sembra corrispondere per nulla ai dati oggettivi. È stato infatti calcolato che l’incidenza delle prestazioni di alta complessità che fanno capo agli Ospedali privati accreditati è pari – come media nazionale – al 17,5% contro il 13,9% degli ospedali pubblici, ma tale differenza in favore dei primi si ripete in tutte le circoscrizioni geografiche e per quasi tutte le Regioni, come evidenzia la tabella 4. 4. E infine esiste una deflazione da razionamento di fatto dei servizi offerti nell’ambito dell’ospedalità pubblica. L’origine in questo caso del fenomeno ha a che fare con l’impatto dei provvedimenti di spending review, intrapresi nel quadro delle politiche di austerità, il quale per le strutture pubbliche ha evidenziato la difficoltà di rispondere sul piano dell’efficientamento profondo del proprio modo di operare, anche per le ben note rigidità che presenta il sistema pubblico. Ma il risultato è stato inevitabilmente quello di una riduzione e di un progressivo peggioramento dei servizi rivolti ai pazienti. Tanto per esemplificare (cfr. tabella 5): − nel periodo 2009-2014 si riduce il numero dei posti letto (-9,2%), il numero di ricoveri (-18,3%) e delle giornate di degenza (-14,0%), tendenze queste che comprendono certamente anche uno sforzo di maggiore appropriatezza delle prestazioni e di riconduzione delle dotazioni a standard internazionali, ma a ciò si è affiancata la contrazione, il ritardo o il peggioramento delle prestazioni fornite, accentuato anche dalla progressiva riduzione del personale (-9,0% tra il 2010 e il 2014); − aumentano in parallelo gli oneri per gli utenti, visto che nel periodo 2009-2015 i ticket per le prestazioni crescono del 40,6%, quelle per le visite intramoenia a pagamento presso gli Ospedali pubblici del 21,9% e quelli dei ticket per i farmaci del 76,7%; mentre le addizionali Irpef crescono con costanza (almeno fino al 2015) raggiungendo, salvo un paio di Regioni, incrementi tra il 23,6% e il 124,0%; − col risultato che la percezione del logoramento del Sistema Sanitario Nazionale raggiunge nel 2016 il 67,2% dei care-giver (ma con un incremento rispetto all’anno prima pari al 5,5%), mentre i pazienti cercano soluzioni alternative presso le strutture private (accreditate e non), a cui si aggiunge la spinta ad utilizzare strutture ospedaliere presenti in altre Regioni rispetto a quella di residenza: il tutto portando inevitabilmente anche a fenomeni di rimando e/o di rinuncia alle prestazioni.                                                
 2 Esse comprendono Policlinici privati, Irccs privati e Fondazioni private, Ospedali classificati, Presidi USL, Enti di ricerca, Case di cura private. 
Si ricorda anche come i Piani di Rientro abbiano spesso peggiorato la deflazione da razionamento in quanto, applicando una logica essenzialmente di tipo economico-finanziario (con l’obiettivo esplicito di ridurre i costi), hanno finito col ridurre (ma non col tutelare abbastanza) quantità e qualità dei servizi. In particolare a proposito di rimandi e rinunce alle cure, fenomeni che sono ormai emersi da qualche anno, si è voluto sollevare il tema delle conseguenze di tali fenomeni sull’outcome di salute degli italiani in una prospettiva di medio periodo. Pur sapendo come sia difficile misurare in maniera appropriata la correlazione che può esistere tra tali fenomeni oggi e l’impatto che essi potranno avere domani sullo stato di salute dei cittadini. E tuttavia si è voluto ragionare attorno ad alcune stime, costruite sui dati ottenuti dall’apposita indagine sui care-giver di quest’anno, che non solo ha rilevato i fenomeni di rimando e di rinuncia nel 2016, ma ha anche approfondito il relativo processo di accumulo, mettendo in relazione i rimandi e le rinunce sperimentate in precedenza nel 2015 e addirittura nel 2014. Il risultato (cfr. tabella 6) è che il 16,2% delle famiglie italiane ha rimandato una o più prestazioni nel 2016 (fenomeno che ha coinvolto tra 4 e 8 milioni di persone) e che il 10,9% delle famiglie ha invece rinunciato, sempre nell’anno 2016 (con 2,7-5,4 milioni di persone interessate): il tutto con una differenziazione – come è ovvio – tra disagi gravi e disagi leggeri, come viene esplicito nella tabella richiamata. Se poi si considerano le famiglie che hanno rimandato e/o rinunciato a una o più prestazioni nel 2015 e nel 2014, si vede come tale processo di accumulo interessi rispettivamente il 41,6% delle famiglie per quanto riguarda il 2015 (pari a 1,1-2,2 milioni di persone) e il 40,2% per il 2014 (pari ancora a 1,12,2 milioni di persone). L’intreccio tra rimandi e rinunce nel singolo anno solare e quello presente negli anni che lo precedono serve a ricordarci inoltre come le esigenze di controllo e di riduzione della spesa – pure necessarie – corrono il rischio tuttavia di avere delle ripercussioni negative non solo sull’outcome di salute dei cittadini tra qualche anno (anche a seguito del processo di progressivo invecchiamento della popolazione), ma anche di trasformarsi in costi aggiuntivi da un possibile aggravamento delle condizioni dello stato di salute, che in qualche modo vengono “spostati” in avanti ma non “eliminati”. 5. Bisogna dunque prendere atto che il sentiero si sta facendo stretto, in quanto non si può ragionevolmente ritenere di mantenere un modello basato su un processo di tipo deflattivo che negli anni finisce inevitabilmente per ipotecare il principio universalistico e solidale che, almeno formalmente, si ribadisce essere alla base del nostro Sistema Sanitario Nazionale. Diventa 
perciò necessario procedere ad una “manutenzione straordinaria” di quest’ultimo che deve tener conto della forbice (inevitabile): − tra la crescita (ben nota) della domanda di servizi e la non parallela disponibilità di risorse; − tra strutture ospedaliere di punta, caratterizzate da un’elevata qualità delle prestazioni e strutture di tipo intermedio che invece non sempre riescono a garantire una qualità accettabile e mediamente diffusa in tutte le Regioni italiane; − e tra significative differenze interne alle strutture ospedaliere (siano esse di alto o di medio livello) quanto a capacità di permanente efficientamento sul fronte gestionale e a capacità di tenuta, in parallelo, dei servizi per i pazienti. La conseguenza è che bisognerà far crescere l’abilità delle strutture di “fare di più e meglio con meno”, riuscendo così a liberare risorse oggi bloccate dalla difficoltà di procedere ad una ristrutturazione e riorganizzazione sostanziale delle strutture pubbliche. E in questo una maggiore trasparenza dei bilanci aiuterebbe a misurare, anno per anno, gli impegni di revisione gestionale effettivamente messi in atto, potendo così meglio confrontare il livello di efficienza delle diverse strutture all’interno del pubblico e tra strutture pubbliche e private accreditate. In realtà la manutenzione straordinaria richiamata evoca l’esigenza di ripensare lo stesso Patto con i Cittadini per quanto riguarda la tutela e la promozione della salute, di cui peraltro i cittadini stessi sono ben consapevoli, visto che già l’anno scorso il 77% dei care-giver intervistati riconosceva che ormai “non sarà più possibile dare tutto a tutti” e il 71% ribadiva l’esigenza di “promuovere un nuovo sistema di welfare, in cui possano convergere coperture pubbliche, coperture assicurative private (individuali, collettive, aziendali, di categoria o di territorio) allo scopo di creare una situazione di migliore equilibrio tra esigenze crescenti delle persone e possibilità di dare risposte eque e solidali nel loro insieme”. Bisogna dunque uscire dalla trappola deflattiva richiamata, la quale oggi finisce col punire gli utenti più deboli e col delegittimare il sistema attraverso il suo progressivo logoramento nei fatti e nella relativa percezione da parte di utenti e cittadini. 
 
 
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Carenze di sangue in nove Regioni, appello ai donatori

 

 

Carenze di sangue in nove Regioni, appello ai donatori

Nel Lazio la situazione più critica. Secondo il Centro nazionale sangue (Cns), maltempo e malanni di stagione hanno scoraggiato l’afflusso ai centri trasfusionali. Le associazioni in campo per promuovere le donazioni


Mancano scorte di sangue in nove Regioni italiane, soprattutto nel Lazio, ma anche in Abruzzo, Toscana, Campania, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche, e Puglia. In totale, mancano all’appello 2.600 unità di globuli rossi. Per quali ragioni? Probabilmente a causa dell’epidemia influenzale che tiene a letto molti italiani e del maltempo che sta scoraggiando l’accesso ai centri dove è possibile donare. È questo, in sintesi, il quadro descritto dal Centro nazionale sangue (Cns), che ha inviato alle Strutture regionali per il coordinamento delle attività trasfusionali (Src) un invito “a coordinarsi con le associazioni di donatori per far fronte all’emergenza”.

“La mobilitazione – spiega Giancarlo Maria Liumbruno, direttore del Centro Nazionale Sangue – deve riguardare però tutte le regioni, non solo quelle che hanno carenze; l’autosufficienza per quanto riguarda il sangue, infatti, è sovraziendale e sovraregionale e in questi casi diventa vitale la compensazione coordinata tra regioni”.

La carenza di sangue può mettere a rischio l’esecuzione di interventi chirurgici e di terapie per pazienti con malattie come la talassemia che necessitano di continue trasfusioni. L’invito per tutti i donatori è contattare l’associazione di appartenenza o il Servizio Trasfusionale di riferimento per programmare una donazione. “Le associazioni e federazioni dei donatori di sangue – sottolinea Aldo Ozino Caligaris, portavoce del Civis (Coordinamento interassociativo volontari italiani sangue) – devono intensificare la chiamata dei donatori periodici e associati sulla base di quanto concordato con le Src attraverso una programmazione straordinaria per cercare di sopperire alle necessità contingenti. È inoltre fondamentale il coinvolgimento di nuovi volontari che possano garantire in maniera costante la disponibilità di emocomponenti, al fine di assicurare la necessaria terapia trasfusionale ai cittadini che ne hanno bisogno”.

Nota della Redazione

E noi continuiamo ad affermare da anni che............. Senza il coinvolgimento dei residenti nel Lazio grazie ad una campagna annuale di informazione e di sensibilizzazione......Non risolviamo il problema!!!!!!! E questo è compito delle istituzioni!!!

E senza un parco adeguato di Autoemoteche regionali capaci ed efficenti, da anni costituito da 3 mezzi di cui uno da soli due lettini, non si aiutano le Raccolte esterne! Per far fronte a questa deficenza EMA-ROMA ne ha acquistata una affrontando una spesa importante!

 

 

 

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Morbo di Alzheimer, una molecola sintetica può bloccarne i danni

Morbo di Alzheimer, una molecola sintetica può bloccarne i danni

Nel mirino la proteina tau, che contribuisce al normale funzionamento dei neuroni del cervello, ma che può portare alla formazione di grovigli tossici. I ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno dimostrato che i livelli della proteina tau possono essere ridotti


Speranze contro il morbo di Alzheimer da uno studio americano. Nel mirino la proteina tau, che contribuisce al normale funzionamento dei neuroni del cervello. In alcune persone, però, si raccoglie in grovigli tossici che danneggiano le cellule cerebrali, tipici appunto dell’Alzheimer. Ora i ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis hanno dimostrato che i livelli della proteina tau possono essere ridotti – invertendo addirittura alcuni dei danni neurologici provocati dai ‘grovigli’ – da una molecola sintetica che ha come bersaglio le istruzioni genetiche necessarie per produrre la proteina tau. Lo studio, condotto su topi e scimmie, è pubblicato su ‘Science Translational Medicine’. I risultati suggeriscono che la molecola sintetica – un oligonucleotide antisenso – potrebbe trattare le malattie neurodegenerative caratterizzate da anomalie della tau. “Abbiamo dimostrato che questa molecola abbassa i livelli della proteina tau, prevenendo e in alcuni casi invertendo il danno neurologico”, ha detto Timothy Miller, docente di neurologia e autore senior dello studio. “Questo composto è il primo ad aver dimostrato di invertire i danni legati al cervello e ad avere anche il potenziale per essere usato nei pazienti”.

Miller e colleghi hanno studiato topi geneticamente modificati che producono una forma mutante di tau umana, che si accumula facilmente. I ricercatori hanno somministrato una dose di oligonucleotide anti-tau o un placebo a topi di nove mesi ogni giorno per un mese, e hanno poi misurato gli accumuli di proteina nel cervello quando i topi avevano dodici mesi. Ebbene, i risultati mostrano delle importanti riduzioni dei livelli di proteina, suggerendo che il trattamento non solo ha fermato, ma ha anche invertito i danni da accumulo di tau. Gli animali trattati sono vissuti più a lungo degli altri, mostrando migliori capacità cognitive e mnemoniche. Trattamenti con oligonucleotidi recentemente sono stati approvati dalla Food and Drug Administration per due malattie neuromuscolari: Duchenne e atrofia muscolare spinale (Sma). L’oligonucleotide per la Sma è stato scoperto da Ionis Pharmaceuticals, che ha collaborato con il team di Miller per sviluppare il trattamento al centro di questo studio. La Washington University detiene brevetti congiunti con Ionis Pharmaceuticals per l’uso di oligonucleotidi mirati a ridurre i livelli di tau.
I ricercatori hanno trattato inoltre gruppi di scimmie, rilevando importanti benefici. “Si tratta di un promettente nuovo approccio, ma dobbiamo condurre ulteriori test” prima di passare alla sperimentazione sull’uomo, conclude Miller.

 

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Mal di schiena cronico, dati real life promuovono ossicodone/naloxone contro dolore neuropatico

Aziende

Mal di schiena cronico, dati real life promuovono ossicodone/naloxone contro dolore neuropatico

Nello studio OXYNTA, condotto su 261 pazienti, la combinazione si è rivelata superiore del 55,5% al tapentadolo nel procurare sollievo dal dolore, ridurre la disabilità e migliorare la qualità di vita, a fronte di una buona tollerabilità

di Redazione Aboutpharma Online 26 gennaio 2017

 

Dati “real life” provenienti da uno studio su 261 pazienti con mal di schiena cronico associato a dolore neuropatico promuovono la combinazione ossicodone/naloxone. A confronto con tapentadolo, altro farmaco appartenente alla classe degli oppioidi, l’associazione si è rivelata superiore del 55,5% nel procurare sollievo dal dolore, ridurre la disabilità e migliorare la qualità di vita, a fronte di una buona tollerabilità. Lo spiega l’azienda Mundipharma in una nota, illustrando i dati dello studio OXYNTA.

Lo studio – spiega Mundipharma – è stato condotto per 12 settimane in condizioni di vita “reale” su di età compresa tra 20 e 71 anni, inseriti nel German Pain Registry e affetti da lombalgia cronica con componente neuropatica e dolore moderato-severo, che non avevano tratto beneficio o avevano avuto effetti collaterali da precedenti trattamenti con altri analgesici. Sono stati randomizzati in cieco 128 pazienti al trattamento con ossicodone-naloxone e 133 hanno ricevuto tapentadolo. L’endopoint primario prevedeva una valutazione combinata di 6 parametri: 3 relativi all’efficacia (miglioramento del 30% del dolore, della disabilità e della qualità di vita) e 3 relativi alla tollerabilità (assenza di eventi avversi a livello del sistema nervoso centrale, no abbandono della terapia per effetti collaterali e funzionalità intestinale nella norma). Ossicodone/naloxone ha raggiunto l’endpoint primario combinato, dimostrandosi superiore a tapentadolo (39,8% contro 25,6%), con un incremento del 55,5% nel tasso di risposta dei pazienti. Questi risultati sarebbero riconducibili alla sua maggiore attività analgesica, che ha consentito di ottenere miglioramenti più significativi sul dolore, la disabilità e la qualità di vita. I profili di tollerabilità dei due farmaci sono stati sostanzialmente sovrapponibili.

“I risultati dello studio – riassume Stefano Masiero, ordinario di Medicina Fisica e Riabilitativa, Università degli Studi di Padova – hanno evidenziato che l’associazione ossicodone/naloxone non solo si è dimostrata non inferiore a tapentadolo e ben tollerata ma ha avuto un’efficacia analgesica superiore per quanto riguarda il miglioramento del dolore, della disabilità ad esso correlata e della qualità di vita. L’auspicio è che questi dati contribuiscano in futuro a ridurre abitudini prescrittive poco corrette e l’abuso di farmaci, soprattutto FANS, talvolta responsabili di serie complicanze, come quelle gastroenteriche o cardiovascolari”.

“La lombalgia costituisce uno dei motivi più frequenti di ricorso al medico di medicina generale e determina da un minimo di 3,5 prestazioni a settimana a 2 visite al giorno”, aggiunge Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, il sindacato dei medici di famiglia. “Se in molti casi – aggiunge – può esserci, nella prima fase, una forma infiammatoria che giustifica l’uso per breve tempo di FANS o COXIB, in presenza di una componente neuropatica la terapia deve rapidamente orientarsi verso altri farmaci. Gli analgesici oppioidi sono stati a lungo ghettizzati a un utilizzo nel solo dolore da cancro. Negli ultimi anni, grazie alle semplificazioni introdotte dalla Legge 38 e a una maggiore cultura in materia, è cresciuta la fiducia verso questi farmaci da parte dei medici di famiglia, complice anche la disponibilità di nuove formulazioni, più maneggevoli e meglio tollerate, come l’associazione che unisce all’ossicodone il suo antagonista naloxone”.

La lombalgia cronica – ricorda la nota di Mundipharma – è una tra le più comuni e invalidanti condizioni dolorose, colpisce quasi un adulto su quattro. Nel 20-35% dei casi, può presentare una componente neuropatica, dovuta alla compressione o lesione di un nervo, che rende particolarmente difficile la gestione del problema, richiedendo un approccio specifico con terapie in grado di agire su un dolore più intenso e di natura più complessa. “È fondamentale offrire ai pazienti soluzioni terapeutiche che siano efficaci contro il dolore e, al tempo stesso, ben tollerate. L’impegno di Mundipharma va da sempre in questa direzione”, sottolinea Amedeo Soldi, Medical Director Mundipharma Pharmaceuticals.

 

 

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Salute sul web, molti italiani si fidano delle prime informazioni che trovano. Arriva il decalogo anti-bufale

Sanità e Politica

Salute sul web, molti italiani si fidano delle prime informazioni che trovano. Arriva il decalogo anti-bufale

Più dell’88% degli italiani s’informa in rete, ma il 44% non presta attenzione all’affidabilità delle fonti. Da Ibsa Foundation una guida per documentarsi online in sicurezza

di Redazione Aboutpharma Online 26 gennaio 2017

 

Quasi nove italiani su dieci consultano il web per ricerca informazioni sulla salute. Non tutti si fidano, ma ben il 44% ritiene che rivolgersi a “dottor Google” sia “poco o per nulla rischioso”. È quanto emerge da un sondaggio commissionato da Ibsa foundation for scientific research e presentato oggi a Roma in occasione del workshop “E-Health tra bufale e verità: le due facce della salute in rete”, promosso insieme a Cittadinanzattiva.

“L’enorme possibilità offerta dalla rete in tema di disponibilità di informazioni può trasformarsi in un pericolo se gli utenti non sono in grado di valutare l’affidabilità di quello che trovano – spiega Silvia Misiti, direttore della Ibsa foundation for scientific research – Questo è tanto più vero quanto più sono delicate le aree oggetto delle ricerche. La decisione di iniziare dalle associazioni di pazienti è scaturita dal fato che rappresentano un anello di congiunzione sempre più prezioso tra il mondo dei medici e la necessità dei pazienti che rappresentano”.

Incrociando i dati relativi alla frequenza dell’utilizzo del web nella ricerca di informazioni sulla salute e il grado di fiducia della rete stessa, emerge che gli intervistati della fascia di età 24-34 anni vedono nella rete un “supporto” ma sono più “diffidenti” rispetto ai 45-54enni. “Diffidenti a priori” (usano poco il web e lo percepiscono come fonte “ad alto rischio”) sono, invece, gli ultra 65enni. Notevoli anche le differenze rispetto al titolo di studio: a ricorrere alla rete in cerca di informazioni sulla salute è il 96% dei laureati contro il 24,5% di chi non è andato oltre la licenza elementare. Scarsa anche l’attenzione verso le fonti: il 44% si affida per abitudine ai primi risultati della pagina con una differenza rilevante tra i 18-24enni (55%) e gli ultra 65enni (22,7%).

“È soprattutto quando il cittadino è a caccia di informazioni sulla salute sul web, e questo accade sempre più spesso, che le nozioni di base diventano l’unica arma per difendersi da informazioni parziali o scorrette – spiega Antonio Gaudioso, segretario generale Cittadinanzattiva – ma quando parliamo di “health literacy” non ci riferiamo solo a questo: maggiori competenze significano anche un migliore rapporto tra medico e paziente. Un circolo virtuoso che spesso si traduce in una terapia più efficace e quindi una salute migliore. È una materia di cui in Italia si parla ancora troppo poco ma che ha e avrà una rilevanza sempre maggiore”.

Per imparare a difendersi dalle bufale in rete arriva anche il primo decalogo sulla “health literacy”. Tra i consigli, prestare massima attenzione alle fonti, privilegiando le pagine ufficiali di organizzazioni riconosciute e affidabili; fare attenzione a forum e blog, fonti “insidiose” che suscitano empatia ma non è detto abbiano affidabilità scientifica; controllare la data di pubblicazione dei contenuti che potrebbero non essere più attuali; non cercare solo conferme; fare attenzione all’effetto paura quando cerchiamo sul web sintomi (veri o presunti). E ancora: non vergognarsi di chiedere al medico di ripetere, se parla rapidamente o con termini troppo tecnici; farci accompagnare da qualcuno nelle visite più importanti; ripetere quello che si è capito rispetto alla patologia e al percorso di cura prima di congedarci dal medico; capire a cosa servono i farmaci che si prendono. Infine, diffidare dai siti che dicono come curarci ma confrontarsi con un professionista da cui ricevere informazioni e le cure adatte alla sua condizione.

IL DECALOGO

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Pediatria, negli anni mancheranno sempre più medici dei bambini

Persone e Professioni

Pediatria, negli anni mancheranno sempre più medici dei bambini

Secondo il segretario regionale del Lazio della Federazione italiana medici pediatri, Teresa Rongai, tra il 2020 e 2025 ci saranno circa 4.600 pediatri in meno. Il mancato ricambio generazionale rischia di mettere a rischio la sostenibilità del sistema

di Redazione Aboutpharma Online 1 febbraio 2017

 

In Italia mancano i pediatri. A lanciare l’allarme è Teresa Rongai, segretario regionale Fimp (Federazione italiana medici pediatri) per il Lazio ad AdnKronos Salute. “A Roma, ma anche in molte altre città d’Italia, i pediatri attivi hanno raggiunto il massimale di ottocento bambini assistiti in convenzione. Una quota a cui si possono aggiungere ottanta piccoli pazienti in deroga – spiega l’esperta – tra fratellini di assistiti e neonati entro 3 mesi di età. Si calcola che nel 2010-15 abbiamo “perso” 1.750 pediatri, mentre in base ai dati anagrafici tra il 2015 e il 2020 ne andranno in pensione 3.630“.
Un’emorragia di dottori dei bambini “che la Fimp prevedeva e segnalava già dal 2014. E che nel 2015 ha visto un record di 7-800 pediatri pensionati in tutta Italia. Ma che non è destinata a fermarsi – avverte Rongai – Tra il 2020 e 2025 avremo ben 4.600 pediatri in meno. C’è, insomma, un problema di sostenibilità del sistema, con il quale i genitori italiani sono costretti a fare i conti. Ci chiamavamo pediatri di libera scelta perché le famiglie potevano scegliere liberamente lo specialista di fiducia vicino casa. Ora, di fatto, questa possibilità di scelta in molti casi non c’è più”.
E la situazione rischia di peggiorare visto il mancato ricambio generazionale. “Oggi sono circa undicimila i pediatri di libera scelta attivi, mentre ne servirebbero almeno tremila in più. Dalla nostra specialità escono però solo 280 giovani l’anno, troppo pochi per sanare le uscite”, chiarisce l’esperta.
Secondo il segretario regionale Fimp Lazio, insomma, è arrivato il momento di ripensare la programmazione. “E bisogna farlo in fretta, anche perché la gobba pensionistica avrà il suo apice nel 2020-30”, ricorda Rongai.

 

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Spesa farmaceutica, ospedaliera fuori controllo: a ottobre 2016 tetto sfondato per 1,55 miliardi

Spesa farmaceutica, ospedaliera fuori controllo: a ottobre 2016 tetto sfondato per 1,55 miliardi

Ecco i nuovi dati dell’Agenzia italiana del farmaco, relativi ai primi dieci mesi dell’anno scorso. In rosso tutte le Regioni, tranne la P.A. di Trento. Territoriale con i conti in ordine grazie a fondo innovativi e payback. Convenzionata in calo e ticket in aumento

di Redazione Aboutpharma Online 6 febbraio 2017

 

Nei primi dieci mesi del 2016 la spesa farmaceutica ospedaliera – che pesa circa 4,77 miliardi di euro – ha sfondato il tetto programmato (3,5% sul totale del Fondo sanitario nazionale) per oltre 1,55 miliardi. Uno scostamento dell’1,7%, solo in lieve miglioramento rispetto al dato di settembre (1,8%). È quanto emerge dal monitoraggio dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) relativo al periodo gennaio-ottobre 2016. A livello regionale, la spesa farmaceutica in corsia ha superato l’asticella del 3,5% in tutte le Regioni, con la sola eccezione della Provincia Autonoma di Trento.

Diverso lo scenario per la spesa territoriale, che si attesta al di sotto del tetto programmato (11,35%) per 49,5 milioni di euro. Un dato, spiega Aifa, al netto delle stime sull’impatto del fondo per i farmaci innovativi e del payback dovuto dalle aziende alle Regioni. Senza il calcolo di queste voci si avrebbe uno sforamento di circa 1,53 miliardi.

Quanto alla spesa complessiva (ospedaliera e territoriale), la media nazionale si è attestata al 16,49% (15,16 miliardi) rispetto al tetto programmato del 14,85%, con uno scostamento assoluto pari a circa 1,5 miliardi. Anche nel caso della spesa complessiva la maggior parte delle Regioni è in rosso, con l’eccezione di Veneto, Valle D’Aosta, Trento e Bolzano.

Il confronto tra il periodo gennaio-ottobre 2016 e lo stesso arco di tempo dell’anno precedente conferma il trend in discesa per la spesa convenzionata in farmacia: quella netta (senza sconti a carico della filiera e ticket) si riduce a 6.842 milioni di euro, con una flessione del 3,6% (256 milioni in valore assoluto). Cresce, invece, la spesa a carico dei cittadini, intesa come somma del ticket per ricetta e dell’eventuale quota di compartecipazione sul prezzo del farmaco a brevetto scaduto rispetto a quello di riferimento: in aumento dell’1,1% rispetto ai primi dieci mesi del 2015. In aumento, a doppia cifra, la spesa per la distribuzione diretta di fascia A: raggiunge quota 4,55 miliardi di euro, con un balzo del 16,1 per cento.

 

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Papillomavirus, uno sconosciuto per circa un terzo dei giovani under24

Papillomavirus, uno sconosciuto per circa un terzo dei giovani under24

Tra i ragazzi italiani (12-24 anni), c’è ancora bisogno di informazione: il 36% non ne ha mai sentito parlare. Ecco cosa è emerso da un’indagine del Censis sulle malattie sessualmente trasmesse


Il 36,4% dei giovani italiani di 12-24 anni non ha mai sentito parlare del Papillomavirus umano (Hpv). Una minoranza rispetto al restante 63,6% che dice di saperne qualcosa, ma che rimanda comunque alla necessità di fare uno sforzo in più sul piano dell’informazione. È uno dei dati che emerge dall’indagine “Conoscenza e prevenzione del Papillomavirus e delle patologie sessualmente trasmesse tra i giovani in Italia” realizzata dal Censis con il supporto di Sanofi Pasteur-Msd e distribuita da Msd Italia.

Tra le ragazze – spiega il Censis – la quota di chi dice di aver sentito parlare del virus sale all’83,5%, mentre tra i maschi si riduce al 45%. Rispetto alle modalità di trasmissione dell’Hpv, la gran parte cita i rapporti sessuali completi (82%), ma una quota inferiore sa che l’Hpv si può trasmettere anche attraverso rapporti sessuali non completi (58%). Per il 64,6% il preservativo è uno strumento sufficiente a prevenire la trasmissione del virus, ma solo il 18% è consapevole del fatto che non è possibile eliminare i rischi di contagio se si è sessualmente attivi. L’80,0% degli “informati” sa che si tratta di un virus responsabile di diversi tumori, soprattutto di quello al collo dell’utero; il 62,4% sa che si stratta di un virus che causa diverse patologie dell’apparato genitale, sia benigne che maligne ma che molto spesso rimane completamente asintomatico; il 37,1% sa invece che l’Hpv è responsabile di tumori che riguardano anche l’uomo, come quelli anogenitali. Infine, un terzo pensa che questo virus colpisca solo le donne e il 26,4% sa che si tratta di un virus responsabile dei condilomi genitali.

Estendendo lo sguardo alla totalità delle infezioni e malattie sessualmente trasmesse, soltanto il 6,2% non ne ha mai sentito parlare, ma il dato sale 18,7% nella fascia di età 12-14 anni. È l’Aids la patologia che viene citata più spesso (89,6%). Solo il 23,1% indica la sifilide, il 18,2% la candida. Con percentuali tra il 15% e il 13% vengono citate la gonorrea, le epatiti e l’herpes genitale. Tra le fonti di informazione, prevale l ruolo dei media (tv, riviste, internet), utilizzate dal 62,3%. Poi viene riconosciuto come significativo il contributo della scuola (53,8%), ma con differenze rilevanti tra le diverse aree geografiche del Paese: si passa da oltre il 60% al Nord al 46% al Centro e al 48% al Sud.

Più in generale, l’indagine esplora il rapporto tra giovanissimi e sessualità. L’età media al primo rapporto sessuale è di 16,4 anni. Sale a 17,1 quella del primo “rapporto completo”. Il 74,5% si protegge sempre per evitare infezioni e malattie a trasmissione sessuale. La distinzione tra contraccezione e prevenzione non è sempre chiara tra i giovani: il 70,7% usa il profilattico come strumento di prevenzione, ma il 17,6% dichiara di ricorrere alla pillola anticoncezionale, collocandola erroneamente tra gli strumenti di prevenzione piuttosto che tra i mezzi di contraccezione.

 

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Si può licenziare un dipendente per incrementare i profitti aziendali?

Legal & Regulatory

Si può licenziare un dipendente per incrementare i profitti aziendali?

La decisione della Cassazione sulla liceità del licenziamento per incrementare i profitti aziendali mette l'Italia in linea con altri Paesi europei, tra cui Paesi Bassi e Regno Unito. La Francia, invece, considera legittimo il licenziamento solo se intimato a fronte di crisi aziendale

di Antonella Negri e Arianna Colombo, membri del Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede 16 febbraio 2017

 

La recentissima Cass. n. 25201 del 7 dicembre 2016, in contrasto con il prevalente orientamento giurisprudenziale, ha ammesso la possibilità di licenziare un dipendente anche con l’unica finalità di riorganizzare l’impresa per incrementarne i profitti, a prescindere dalla sussistenza di una crisi o di una sfavorevole situazione aziendale o, comunque, della necessità di sostenere spese straordinarie.
Nella libertà di iniziativa economica ex art. 41 Cost. – argomenta la Corte – rientra anche la facoltà per il datore di lavoro di optare per una ristrutturazione aziendale che abbia l’effetto di snellire l’organico aziendale con l’unico fine di ottenere una maggiore efficienza gestionale e produttiva o incrementare la redditività di impresa (e quindi il profitto).
Resta fermo il limite del divieto di un uso strumentale del licenziamento, che dovrà comunque poggiare su una effettiva soppressione della posizione: continua, dunque, ad essere vietata, sottolinea la Corte, la mera sostituzione del lavoratore licenziato con un dipendente neo-assunto, meno retribuito e adibito alle medesime mansioni.
E resta confermata  la verifica dell’effettività e non pretestuosità dei motivi indicati nella lettera di licenziamento e del nesso causale tra questi motivi e il licenziamento stesso. È necessario, dunque, prestare particolare attenzione, nel redigere la lettera di licenziamento, evitando di  menzionare  motivi diversi da quelli effettivi (quali, ad esempio, situazioni sfavorevoli, crisi o cali di fatturato inesistenti) o a rappresentare situazioni aziendali non rispondenti alla realtà o non coerenti con essa. L’impossibilità di dimostrare in giudizio i motivi addotti e il nesso con l’intimato licenziamento condurrebbe, infatti, alla illegittimità del licenziamento per mancanza di veridicità o per pretestuosità delle ragioni addotte dall’imprenditore.

La recente decisione della Cassazione è in linea con la disciplina vigente in altri paesi europei in materia di licenziamento per motivi economici.
Ad esempio, sia in Regno Unito sia nei Paesi Bassi, il licenziamento è legittimo anche in assenza di una crisi economica dell’impresa. Secondo il diritto inglese, infatti, il datore di lavoro può legittimamente licenziare un dipendente qualora ritenga che l’attività svolta da quest’ultimo non sia sufficientemente redditizia, fermo il rispetto di alcuni requisiti procedurali (es. consultazioni sindacali).
Anche nei Paesi Bassi è ammesso il licenziamento al fine di incrementare il profitto, purchè il datore di lavoro riceva dalla competente agenzia governativa l’autorizzazione al licenziamento.
Più stringente la disciplina in Francia, dove il licenziamento di un lavoratore per incrementare il profitto non è invece ammesso. La legge francese, infatti, considera legittimo il licenziamento solo se intimato a fronte di crisi aziendale, di cessazione dell’attività, di cambiamenti tecnologici o di riorganizzazione per salvaguardare la competitività dell’azienda.

 

A cura di Antonella Negri e Arianna Colombo, membri del Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede

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Se i farmaci veterinari costano 10 volte di più di quelli umani

Sanità e Politica

Se i farmaci veterinari costano 10 volte di più di quelli umani

La denuncia sulla distorsione del prezzo arriva dall’associazione Codici, che aggiunge come sia necessaria “una contrattazione del prezzo che porti a una politica su o equa e controllata

di Redazione Aboutpharma Online 15 febbraio 2017

 

Farmaci che costano anche 90-100 volte in più rispetto quelli per uso umano seppure identici. È il caso del ketoprofene per uso veterinario che seppure identico raggiunge cifre esorbitanti. La denuncia sulla distorsione del prezzo arriva dall’associazione Codici, che aggiunge come sia necessaria “una contrattazione del prezzo che porti a una politica su o equa e controllata. “Non è più accettabile che anche quando le molecole per uso veterinario siano uguali a quelle utilizzate per gli umani, arrivino a costare così tanto”. L’Associazione è intervenuta in Commissione Igiene e Sanità nell’ambito dell’esame delle due proposte di legge n. 499/2013 e 500/2013. Per Codici, le Pdl “non avvicinano affatto la normativa dei farmaci veterinari a quelli utilizzati nel trattamento umano; e meno che mai garantiscono pari tutela di salute a condizioni decisamente economiche, sia per gli utenti che per il sistema sanitario veterinario nel suo complesso”.

Il problema dei farmaci veterinari inizia a farsi sentire anche nel nostro Paese dove, sempre secondo l’associazione, ci troviamo di fronte a una vera e propria distorsione del mercato dei farmaci veterinari, con prodotti raggiungono in media costi superiori anche di 10 volte rispetto a quelli umani. “I costi delle cure per gli animali non sono più accettabili – aggiunge Codici – e pongono l’obbligo per le autorità nazionali di garantire la tutela della salute degli animali, anche per prevenire eventuali trasmissioni di malattie agli umani. È al vaglio della Commissione europea il nuovo Regolamento europeo dei farmaci veterinari, che consentirà, molto probabilmente, l’uso in deroga dei farmaci veterinari non più a “cascata” ma a “ventaglio”, dando piena possibilità di scelta al veterinario di una qualsiasi altra opzione terapeutica disponibile, in caso di mancanza di farmaco veterinario”.

“A nostro avviso – continua – il nuovo Regolamento europeo dei farmaci veterinari regolamenta in modo più soddisfacente per i consumatori la commercializzazione dei farmaci generici veterinari. Prevedendo l’identificazione del farmaco con il nome del principio attivo e non più gli attuali nomi commerciali e sarà imposta la dicitura “medicinale generico”, per una più facile e immediata identificazione da parte dei consumatori”.

Il problema però non riguarda solo i proprietari di animali d’affezione, ma anche Asl e Comuni che gestiscono numeri rilevanti di randagi e anche chi per esempio utilizza i cani nel lavoro (forze dell’ordine, protezione civile, non vedenti, pastori). L’elevato costo dei farmaci veterinari impedisce l’effettiva tutela della salute degli animali, rendendo impossibile per molte persone acquistare i farmaci necessari.

Nel frattempo aumentano anche le proteste dei consumatori, soprattutto tramite la sottoscrizione di petizioni promosse da alcune associazioni animaliste, con l’obiettivo di scuotere il ministero della Salute che finora sembra essersi disinteressato del problema. I medicinali veterinari non hanno alcun meccanismo di regolamentazione dei prezzi contrariamente a quanto avviene per quelli umani, che sono rimborsabili dal Ssn. “I prezzi – conclude Codici – sono determinati dalle dinamiche del mercato, in relazione a costi di produzione, autorizzazione all’immissione in commercio e rapporto domanda-offerta, caratterizzato da un mercato di dimensioni inferiori rispetto a quello dei medicinali umani e ripartito fra poche imprese, che sembra abbiano ogni interesse a tenere prezzi alti”.

 

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Dispositivi medici difettosi, anche gli organismi notificati sono responsabili nell’immissione in commercio

Dispositivi medici difettosi, anche gli organismi notificati sono responsabili nell’immissione in commercio

In cosa si incorre quando un medical device viene immesso in commercio e non risponde ai criteri previsti dalle normative comunitarie


Con la sentenza del 16 febbraio 2017, nella causa C-219/15, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha affermato un importante principio, che sancisce la responsabilità degli organismi notificati per inadempimento colpevole, qualora non abbiano posto in essere gli adempimenti necessari in presenza di indizi che portino a ritenere che un dispositivo medico possa non essere conforme ai requisiti stabiliti dalle disposizioni contenute nelle direttive dell’Unione europea che disciplinano la materia.
Come è noto, l’
articolo 2 della Direttiva 93/42 stabilisce che gli “Stati membri adottano le disposizioni necessarie affinché i dispositivi possano essere immessi in commercio e/o messi in servizio unicamente qualora rispondano alle condizioni prescritte dalla presente direttiva, siano correttamente forniti ed installati, siano oggetto di un’adeguata manutenzione e siano utilizzati in conformità della loro destinazione”. È altrettanto noto che per i dispositivi ad alto rischio (di classe III), come le protesi mammarie al silicone, il fabbricante, al fine dell’apposizione della marcatura CE, deve seguire la procedura di valutazione di conformità che richiede l’intervento di un organismo notificato. L’organismo notificato, previa verifica della conformità del prodotto ai requisiti indicati dalla direttiva, rilascia un certificato di conformità, effettuando successivamente controlli attraverso ispezioni e valutazioni periodiche per accertarsi che il fabbricante applichi il sistema di qualità approvato. Attraverso una procedura di rinvio pregiudiziale promossa dalla Corte federale tedesca (Bundesgerichtshof), alla Corte viene chiesto di interpretare se la disposizioni introdotte dalla direttiva 93/42 impongano all’organismo notificato incaricato della revisione (audit) del sistema di qualità di operare a tutela di tutti i potenziali pazienti e quindi se, in caso di violazione colposa degli obblighi posti a suo carico, esso possa essere chiamato a rispondere direttamente e illimitatamente nei confronti dei pazienti interessati. Alla Corte viene chiesto inoltre di precisare se, sempre in sede di interpretazione delle norme contenute nella direttiva (rectius del suo allegato II), venga posto a carico degli organismi notificati un obbligo generale o quantomeno circostanziato di controllo dei dispositivi nonché di visionare la documentazione aziendale del fabbricante e o di compiere ispezioni impreviste. Nella fattispecie all’origine della controversia pendente davanti al giudice nazionale, una paziente (la sig.ra Schmitt) si era fatta applicare in Germania delle protesi mammarie fabbricate in Francia. Tale fabbricante, successivamente fallito, era stato assoggettato negli anni precedenti a ripetute visite (preannunciate) da parte dell’organismo notificato (la TÜV Rheinland) senza peraltro che lo stesso provvedesse mai all’esame della documentazione commerciale o al controllo dei dispositivi. Ad esito dell’accertamento da parte delle autorità francesi della non conformità agli standard di qualità delle protesi mammarie a base di silicone industriale impiantate sulla signora Schmitt, quest’ultima decise di farsele rimuovere chiedendo la condanna della TÜV Rheinland al pagamento di quarantamila euro per non aver adempiuto in modo sufficiente ai propri obblighi.
La Corte, dopo aver rilevato come la direttiva sia volta a proteggere i destinatari finali dei dispositivi medici e come spetti in primis al fabbricante garantire la conformità del dispositivo medico ai requisiti posti dalla direttiva 93/42, constata come analoghi obblighi siano posti a carico anche degli Stati membri e degli organismi notificati, con particolare riferimento alle attività di sorveglianza del mercato.
Alla luce di quanto sopra, la Corte, rilevato come l’intervento dell’organismo notificato sia volto a proteggere i destinatari finali dei dispositivi medici, conclude nel senso che un inadempimento colpevole, da parte di detto organismo degli obblighi ad esso incombenti, in forza della direttiva nell’ambito della procedura relativa alla dichiarazione di conformità CE, può far sorgere la sua responsabilità nei confronti di tali destinatari, nel rispetto delle condizioni stabilite dal diritto nazionale.

A cura di Vincenzo Salvatore, membro Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede 

“Home page Brexit e il futuro europeo“

 

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Governance, risorse economiche e meno sprechi, ecco i tre passi per un miglior Ssn

Sanità e Politica

Governance, risorse economiche e meno sprechi, ecco i tre passi per un miglior Ssn

Al convegno Innovazione e Sostenibilità organizzato a Roma hanno parlato i big dell'healthcare italiano. La rotta tracciata è quella di seguire una governance che sappia far fruttare le qualità del sistema Italia riducendo al minimo i costi inutili

di Redazione Aboutpharma Online 22 febbraio 2017

 

Attenzione alle risorse economiche, governance, misurazione degli sprechi. Ecco i tre passi per garantire le migliori cure ai pazienti e investire in ricerca e innovazione. Quanto è emerso durante l’evento “Innovazione e Sostenibilità” organizzato ieri a Roma, indica la strada da seguire.
“Il Convegno di oggi ha l’obiettivo di sensibilizzare l’intera comunità del mondo della Salute sul notevole sviluppo che stanno avendo a livello mondiale le nuove terapie innovative. Il nostro compito sarà quello di garantire il più rapido accesso alle nuove terapie e, in particolar modo – ha detto Francesco Rossi, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e Past President della Società Italiana di Farmacologia (Sif) – ai nuovi farmaci biologici/biotecnologici, che attualmente ricoprono un ruolo chiave nel trattamento di numerose patologie gravi e invalidanti, come quelle di natura neoplastica e autoimmunitaria.
“Nonostante il momento di crisi economica che sta attraversando il nostro Paese oramai da tempo, bisogna auspicare a una sempre maggiore partnership pubblico-privato, senza però trascurare di valorizzare la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica”, ha spiegato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto superiore di Sanità.
Alessandro Aiuti, Direttore UO di Pediatria Immunoematologica, Ospedale San Raffaele, Milano, ha aggiunto che “la terapia genica è un approccio di medicina personalizzata che potrebbe offrire un trattamento curativo per alcune forme di malattie genetiche ereditarie e tumori. I risultati degli studi clinici sono molto promettenti”. Inoltre, secondo Aiuto, l’alleanza tra accademia, no profit ed industria sarà essenziale per accelerare il percorso di sviluppo clinico di questi farmaci innovativi.
Alla base di questo ottimismo c’è una sorta di rinascimento della ricerca. Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria, spiega che “nel giro di poche decine di anni gli scenari per il trattamento delle patologie sono totalmente cambiati. Oggi sono settemila i farmaci in sviluppo nel mondo. Ecco perché una nuova e buona governance, unita alla certezza e alla prevedibilità delle regole, è necessaria per garantire il sistema e rendere l’Italia sempre più attrattiva e competitiva”.
Durante l’incontro si è parlato anche dell’aumento della domanda legata all’evoluzione demografica e alla cronicizzazione di molte patologie. Per rispondere alle nuove esigenze, l’arrivo dei generici, secondo Enrique Häusermann, Presidente di Assogenerici, è stato provvidenziale. “Questo meccanismo virtuoso rappresenta il valore distintivo delle nostre aziende. Generici equivalenti e biosimilari sono un’occasione di cui anche in futuro il Servizio sanitario nazionale ed il Paese non potranno permettersi di fare a meno”.
Häusermann snocciola i dati. “Tra il 2006 ed il 2016, grazie al filgastrim biosimilare, il numero dei pazienti trattati è aumentato di oltre il 53%. Le nostre sessanta aziende, per metà a capitale italiano, che danno lavoro a diecimila addetti investendo cento milioni di euro l’anno con un fatturato di 2,7 miliardi, sono pronte a dare il loro contributo. Ma per farlo serve un patto di stabilità pluriennale che non può che essere il frutto di un dialogo trasparente tra tutte le parti interessate. Le soluzioni giuste – continua il numero uno di Assogenerici – vanno trovate al tavolo della governance e vanno trovate in fretta, prima che l’avvento di nuovi farmaci innovativi attesi dai nostri pazienti esponga il sistema all’obbligo di “selezioni” insopportabili o imponga ai cittadini nuove rinunce alla cura”.
Infine l’evoluzione digitale, quella con la quale ogni aziende deve e dovrà fare i conti nell’immediato futuro. “In un mondo sempre più digital – sottolinea Andrea Mantovani, Country Market Access Head, Sanofi, Milano – è impensabile immaginare un rimborso dei farmaci che non tenga conto della Real World Evidence (esperienza clinica che il paziente vive ogni giorno al di fuori dello studio clinico). Allo stesso modo è fondamentale tenere conto del reale impatto sulla qualità di vita del paziente e degli outcome clinici anche in relazione alle condizioni di accesso già negoziate in precedenza”.

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Diabete, dieta “mima-digiuno” resetta le cellule del pancreas

 

 

Diabete, dieta “mima-digiuno” resetta le cellule del pancreas

Con un piano alimentare che simula gli effetti positivi ottenibili con sola acqua riattiverebbe le cellule beta per secernere insulina e tenere sotto controllo i livelli di glucosio. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Cella dagli scienziati del laboratorio di Valter Longo


Una particolare dieta detta ‘mima-digiuno’ (Dmd) potrebbe essere usata per sconfiggere il diabete: infatti è risultata capace di riprogrammare cellule adulte del pancreas e ripristinare la funzione dell’organo, ovvero la produzione dell’ormone insulina che serve per regolare la quantità di zucchero nel sangue (glicemia). Lo rivela uno studio italiano condotto nel laboratorio di Valter Longo, lo scienziato che lavora tra la University of Southern California di Los Angeles e l’Ifom di Milano, e che ha ideato questo speciale piano alimentare che mima gli effetti positivi ottenibili col digiuno (solo acqua), ma senza digiunare e quindi senza troppe difficoltà e soprattutto senza rischi. La nuova ricerca è stata pubblicata sulla rivista Cell e mostra le potenzialità della dieta di Longo sia sul diabete giovanile (di tipo 1 in cui le cellule produttrici di insulina non ci sono più perché hanno subito un attacco da parte del sistema immunitario) sia per il diabete più diffuso, di tipo 2 o insulino-resistente, quello legato anche all’obesità.
La Dmd è caratterizzata da alcuni giorni al mese di alimentazione con poche calorie e cibi ben selezionati (ad esempio pochi zuccheri, pochi grassi saturi, poche proteine etc) mentre per il resto del tempo si può seguire un’alimentazione normalissima. In questo lavoro Longo ha mostrato che la Dmd promuove la crescita di nuove cellule produttrici di insulina riducendo i sintomi del diabete di tipo 1 e tipo 2 nei topi. Gli stessi effetti sono stati ottenuti in provetta su cellule di pancreas umano. In pratica la dieta riaccende dei geni embrionali e trasforma cellule pancreatiche non adibite alla produzione di insulina in ‘cellule beta’, il cui lavoro è appunto quello di produrre l’ormone. Gli sviluppi di questo studio hanno una portata enorme perché potrebbero condurre in futuro a una cura del diabete di tipo non farmacologico ma solo attraverso questa particolare alimentazione.

 

 

 

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Morbillo, a gennaio un nuovo picco epidemico

Regioni

Morbillo, a gennaio un nuovo picco epidemico

I dati del bollettino Morbillo&rosolia news dell'Istituto superiore di sanità (Iss) certificano nuovi casi in quindici regioni italiane. I focolai sono stati in tutto 238. Piemonte, Lombardia, Lazio e Toscana le aree più colpite

di Redazione Aboutpharma Online 24 febbraio 2017

 

Il morbillo torna a colpire. Nel mese di gennaio è stato registrato un nuovo picco epidemico, con un aumento dei casi rispetto ai mesi precedenti e a gennaio 2016. Sono stati segnalati infatti 238 casi in quindici regioni, di cui la maggior parte (83,2%) concentrati in Piemonte, Lombardia, Lazio e Toscana. Nessun caso di rosolia invece è stato segnalato lo scorso mese. A segnalarlo è il bollettino Morbillo&rosolia news dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Per quanto riguarda il morbillo, i focolai di gennaio sono stati segnalati in ospedale, nelle scuole (incluso un asilo nido) e nelle famiglie. L’età media delle persone colpite è stata di ventisei anni, con un 24,8% di casi tra bambini con meno di cinque anni (di cui sedici bambini sotto l’anno di età). Il 46,7% è stato ricoverato e un ulteriore 12,6% è andato al Pronto soccorso. Il 27,3% ha avuto almeno una complicanza, tra cui stomatite, diarrea, cheratocongiuntivite, polmonite, otite, epatite, insufficienza respiratoria, encefalite e convulsioni. Dall’inizio del 2013 sono stati segnalati 5.312 casi di morbillo di cui 2.258 nel 2013, 1.696 nel 2014, 258 nel 2015, e 862 nel 2016. Prima di quest’ultimo picco, ce n’erano stati altri a gennaio e marzo 2014. Dal secondo semestre del 2014 avevano ripreso a calare per poi aumentare di nuovo da novembre 2015. Sulla rosolia il bollettino segnala che dall’inizio del 2013 sono stati segnalati 130 casi, di cui 65 nel 2013, 26 nel 2014, 15 nel 2015 e 24 nel 2016.

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Farmaci veterinari, Roberto Del Maso al vertice di Boehringer Ingelheim Animal Health in Italia

Aziende

Farmaci veterinari, Roberto Del Maso al vertice di Boehringer Ingelheim Animal Health in Italia

Guiderà la nuova business unit nata dopo un scambio di asset con Sanofi che ha portato all’acquisizione di Merial, di cui è stato amministratore delegato in Italia negli ultimi cinque anni

di Redazione Aboutpharma Online 6 marzo 2017

Roberto Del Maso ha assunto la guida di Boehringer Ingelheim Animal Health nel nostro Paese, ovvero della nuova business unit nata all’interno dell’azienda tedesca dopo l’acquisizione di Merial da Sanofi. Milanese, 58 anni, medico veterinario, Del Maso ha lavorato in Merial per oltre vent’anni, ricoprendo ruoli di sempre maggiore responsabilità fino a diventare amministratore delegato dell’azienda in Italia per gli ultimi 5 anni. “Sono orgoglioso di essere stato chiamato ad assumere la guida di Boehringer Ingelheim Animal Health in Italia – commenta Del Maso – un’unica grande realtà, nata dalla forza di due, che offre grandi opportunità ai nostri clienti e partner, e un’ampia gamma di soluzioni e risorse sia per gli animali da compagnia, sia per quelli da reddito”.
La nascita di Boehringer Ingelheim Animal Health è frutto di uno scambio di asset
annunciato l’anno scorso e chiuso definitivamente a inizio 2017: Sanofi ha ceduto il business della salute animale (Merial, appunto) in cambio dell’attività di Consumer Healthcare di Boehringer Ingelheim.

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Arriva in Italia un sensore impiantabile per monitorare la glicemia

Medicina scienza e ricerca

Arriva in Italia un sensore impiantabile per monitorare la glicemia

Il dispositivo messo a punto da Roche Diabetes Care, rileva la glicemia fino a 90 giorni e viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio. Finora trattati cinque pazienti

di Redazione Aboutpharma Online 7 marzo 2017

 

Pazienti diabetici un po’ “cyborg” grazie al nuovo sistema impiantabile per monitorare la glicemia. Si tratta di un nuovo dispositivo messo a punto da Roche Diabetes Care, in grado di rilevare la glicemia fino a 90 giorni senza necessità di sostituzione del sensore ogni settimana. Un passo avanti rispetto rispetto ai 7 o 14 giorni dei sistemi non impiantabili disponibili sul mercato fino a questo momento. Eversense, questo il nome, viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio, con un’incisione millimetrica. I pazienti impiantati nella prima settimana di marzo sono in tutto 5. Tre sono stati seguiti a Padova dal team dell’Unità operativa complessa di Malattie del metabolismo e 2 sono stati impiantati a Olbia presso il Centro di Diabetologia dell’Ospedale San Giovanni di Dio, diretto da Giancarlo Tonolo.  “L’impianto di per sé è molto semplice, fatto in anestesia locale con un taglio microscopico, la procedura occupa solo qualche minuto – afferma Tonolo – si tratta di un’evoluzione molto interessante. Lo strumento è molto preciso, rispetto ai sistemi tradizionali ha il vantaggio che il sensore non rischia di staccarsi in quanto è impiantato sotto cute. A mio avviso l’evoluzione del sistema permetterà in un prossimo futuro di condurre una vita ancora migliore”.

Il dispositivo inoltre invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento su una app. “Gli algoritmi predittivi avvertono il paziente di probabili episodi di ipo o iperglicemia. Il paziente – spiega l’azienda in una nota – può condividere questi dati con il proprio diabetologo in ogni momento attraverso il portale dedicato”.

“Stiamo assistendo ad una vera e propria trasformazione nella gestione del diabete – aggiunge Massimo Balestri, General Manager di Roche Diabetes Care Italy – questa tecnologia garantisce un livello elevato di accuratezza delle rilevazioni. I primi riscontri da parte dei pazienti, recentemente impiantati, ci dicono che abbiamo imboccato la strada giusta”.

 

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Passi avanti per il vaccino contro l’ebola

Medicina scienza e ricerca

Passi avanti per il vaccino contro l’ebola

I risultati finali di fase 1 pubblicati su JAMA indicano che il regime vaccinale prime-boost contro l’ebola ha indotto una risposta immunitaria mantenuta nel 100% dei volontari sani sino ad almeno un anno dalla vaccinazione

di Redazione Aboutpharma Online 20 marzo 2017

 

Cento percento. È la risposta immunitaria indotta dal regime vaccinale prime-boost contro l’ebola, sul totale dei partecipanti allo studio clinico di Fase I a un anno dalla vaccinazione. I risultati delo studio sono stati pubblicati sul The Journal of the American Medical Association (JAMA) come ha reso noto Johnson & Johnson, gruppo di cui fa parte la società Janssen che ha sviluppato il vaccino.

Lo studio di Fase 1 è stato condotto dall’Oxford Vaccine Group dell’Università di Oxford sul regime vaccinale prime-boost contro l’Ebola sviluppato da Janssen Vaccines & Prevention B.V. e basato sulla tecnologia AdVac® di Janssen e sulla tecnologia MVA-BN® di Bavarian Nordic A/S. Volontari sani hanno ricevuto una dose di vaccino (prime) per attivare la risposta del sistema immunitario e, successivamente, l’altro vaccino (booster) per rafforzare la risposta immunitaria. Sono in corso ulteriori studi di Fase 1, 2 e 3 per confermare questi risultati.

“Il mondo ha bisogno di un vaccino che aiuti a prevenire o mitigare future epidemie di Ebola e idealmente offra una protezione duratura alle popolazioni a rischio” ha dichiarato Paul Stoffels, Chief Scientific Officer di Johnson & Johnson. “Siamo impegnati ad aiutare la comunità internazionale per portare a termine lo sviluppo di un vaccino preventivo contro l’Ebola”

Evidenze recenti, che mostrano la persistenza del virus dell’Ebola nei fluidi corporei e la possibile trasmissione sessuale del virus fra coloro che sono sopravvissuti, rafforzano l’importanza di un vaccino potente che offra una protezione duratura contro questa malattia.

“La nostra Tecnologia AdVac® è composta da vettori virali, basati su virus appartenenti alla famiglia degli adenovirus, trasformati in modo tale da non risultare patogeni per l’uomo” ha spiegato Maria Grazia Pau, Senior Director Area Malattie Infettive e Vaccini, Ricerca e sviluppo, Janssen Vaccines B.V. “In altre parole, non provocano malattie, perché non possono moltiplicarsi nelle cellule umane; servono, invece, per trasportare le informazioni geniche fondamentali per indurre il sistema immunitario a combattere contro i virus. Tra questi, l’Ebola, dove siamo riusciti a modificare un vettore, che si basa appunto sull’adenovirus tipo 26, per fargli trasportare un gene della malattia in grado di codificare una glicoproteina del virus. Si tratta dell’antigene più importante per generare una risposta immunitaria efficace contro Ebola”.

Lo studio di Fase 1 è stato condotto a Oxford, Regno Unito, e ha arruolato volontari sani di età compresa fra i 18 e i 50 anni. Dei 75 soggetti che hanno ricevuto il vaccino attivo, 64 si sono presentati al follow-up al 360esimo giorno, ovvero l’ultima analisi in ordine temporale. Dal 240esimo al 360esimo giorno non sono stati osservati eventi avversi seri associati al vaccino. Tutti i soggetti che hanno ricevuto il vaccino attivo hanno mantenuto una risposta anticorpale specifica per il virus dell’Ebola (immunoglobulina G) dalla prima analisi post-vaccinazione sino all’ultima al 360esimo giorno. Come riferito da Matthew Snape, principale sperimentatore dello studio, “si tratta del periodo più lungo di follow-up su un regime vaccinale eterologo prime-boost contro l’Ebola per cui, ad oggi, ci siano risultati pubblicati”.

Ci sono in totale 10 studi clinici condotti in parallelo negli Stati Uniti, in Europa e in Africa a sostegno dell’eventuale futura registrazione del regime vaccinale contro l’Ebola. Il primo studio sul regime vaccinale in un paese dell’Africa Occidentale colpito dalla recente epidemia di Ebola è stato avviato in Sierra Leone a ottobre 2015

“I due componenti del nostro regime contro l’Ebola vengono utilizzati in tempi diversi: la prima vaccinazione viene svolta con il vettore Janssen, la seconda con quello Bavarian Nordic A/S. Abbiamo dimostrato che, grazie a questa combinazione, induciamo il sistema immunitario a produrre una risposta più potente rispetto al singolo componente” ha affermato ancora Pau. “Un approccio definito Heterologous prime-boost vaccination, che sta mostrando di portare anche a una risposta immunitaria duratura”.

Lo scorso settembre 2016, Janssen ha completato la richiesta di Valutazione e Approvazione all’Uso per le Emergenze (Emergency Use Assessment and Listing, Eual) all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per il suo regime vaccinale sperimentale prime-boost per la prevenzione dell’Ebola. La Eual è una procedura speciale che può essere applicata quando si verifica un’epidemia di una malattia che presenta alti tassi di morbilità o mortalità e per la quale non esistono opzioni terapeutiche o di prevenzione approvate. Se l’Oms concederà l’autorizzazione, questo accelererà la messa a disposizione del regime vaccinale sperimentale di Janssen per la comunità internazionale nell’eventualità che si verifichi un’altra epidemia di ebola.

 

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Nuovi Lea, Omar: “Sono un punto di partenza, ma i bisogni dei cittadini non sono ancora soddisfatti”

Nuovi Lea, Omar: “Sono un punto di partenza, ma i bisogni dei cittadini non sono ancora soddisfatti”

I nuovi Livelli essenziali di assistenza sono in Gazzetta ufficiale dal 18 marzo ma non tutte le prestazioni saranno garantite dal primo giorno. Per esempio, l'elenco delle nuove 110 patologie rare sarà operativo da settembre. Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore Osservatorio Malattie Rare: "Da oggi bisognerà vigilare sull'applicazione uniforme del decreto"


I nuovi Lea sono finalmente in Gazzetta ufficiale ma c’è già chi dubita della reale applicabilità in tutto il territorio nazionale del decreto diventato operativo dal 19 marzo, giorno successivo alla pubblicazione. I Livelli essenziali di assistenza aggiornati sono sì entrati in vigore, ma non tutte le prestazioni saranno immediatamente disponibili ai cittadini. Per esempio, lo stesso decreto prevede che l’elenco che include 110 patologie rare in più – tra le quali anche la fibrosi polmonare idiopatica e la sarcoidosi – sarà operativo solo sei mesi dopo la pubblicazione in Gazzetta, quindi a settembre.

“La pubblicazione dei Lea in Gazzetta – commenta Ilaria Ciancaleoni Bartoli, direttore di Omar – Osservatorio Malattie Rare – è l’ultimo passo di un iter di approvazione lungamente atteso. Occorre però non confondere un successo della politica e il formale completamento di un iter con la reale soddisfazione dei bisogni dei cittadini. Ciò che i malati rari, e come loro tanti cittadini attendono, non è il perfezionamento di un atto ma l’applicazione dei contenuti. Attendono di vedersi erogare prestazioni dalle proprie Asl, di vedere i figli neonati sottoposti a screening neonatale metabolico allargato indipendentemente dal luogo di nascita, aspettano impazienti gli ausili necessari a una vita migliore. Rispetto alla soddisfazione di questi bisogni di salute la pubblicazione in Gazzetta rappresenta solamente il punto zero, la base di partenza, non il punto di arrivo”.

Inoltre, la definizione di criteri uniformi per individuare modalità di erogazione di una serie di prestazioni demandate alle regioni e alle province autonome, spetterà a una serie di accordi Stato-Regioni, ancora tutti da realizzare. “Per la comunità dei malati rari è un giorno di festa – conclude Ilaria Ciancaleoni Bartoli – ma è anche il momento a partire dal quale sarà necessario vigilare sulla corretta e uniforme applicazione. Osservatorio Malattie Rare sarà al loro fianco in quest’opera di monitoraggio, in particolar modo sul tema degli screening neonatali. Non bisogna lasciare che accada quello che è già avvenuto con lo screening per la fibrosi cistica, che a 20 anni di distanza non veniva ancora fatto in tutte le Regioni”.

 

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Scoperta l’origine dell’Alzheimer nell’area dell’umore

Medicina scienza e ricerca

Scoperta l’origine dell’Alzheimer nell’area dell’umore

Una ricerca italiana ha dimostrato che all’origine della patologia non sarebbe coinvolto l'ippocampo, area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo ma l'area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto anche nei disturbi dell'umore

di Redazione Aboutpharma Online 4 aprile 2017

 

Cambio di rotta, o per meglio dire di aerea cerebrale, per gli studi sull’Alzheimer. Una ricerca tutta italiana ha infatti dimostrato che all’origine della patologia non sarebbe coinvolto l’ippocampo, area cerebrale da cui dipendono i meccanismi del ricordo ma l’area tegmentale ventrale, dove viene prodotta la dopamina, neurotrasmettitore coinvolto anche nei disturbi dell’umore. La degenerazione dei neuroni dopaminergici provocherebbe il mancato arrivo di dopamina nell’ippocampo, mandandolo in “tilt” e portando a una perdita della memoria. Il lavoro condotto da Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma è stato pubblicato su Nature Communications.

“Questo lavoro getta nuova luce sui meccanismi all’origine della malattia – racconta D’Amelio all’AdnKronos Salute – e spiega perché le sperimentazioni di terapie mirate alle placche beta-amiloidi hanno fallito e offre una nuova direzione alla ricerca per trattare l’Alzheimer. Abbiamo effettuato un’accurata analisi morfologica del cervello scoprendo che quando vengono a mancare i neuroni dell’area tegmentale ventrale, che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell’ippocampo, anche se tutte le cellule di quest’ultimo restano intatte. L’area tegmentale ventrale rilascia dopamina anche nell’area che controlla la gratificazione. Per cui, con la degenerazione dei neuroni dopaminergici, aumenta anche il rischio di andare incontro a una progressiva perdita di iniziativa”.

L’ipotesi è stata confermata in laboratorio, somministrando su modelli animali con Alzheimer, due diverse terapie: una con un amminoacido precursore della dopamina (L-Dopa), l’altra a base di un farmaco che ne inibisce la degradazione. In entrambi i casi, si è registrato il recupero della memoria insieme a un pieno ripristino della motivazione. “Questi risultati confermano le osservazioni cliniche secondo cui, fin dalle primissime fasi di sviluppo dell’Alzheimer, accanto agli episodi di perdita di memoria i pazienti riferiscono un calo nell’interesse per le attività della vita, mancanza di appetito e del desiderio di prendersi cura di sé, fino ad arrivare alla depressione”. I cambiamenti dell’umore associati alla malattia non sarebbero quindi conseguenza dell’Alzheimer, ma un campanello d’allarme del suo inizio. Pur essendo ancora lontana una cura, i risultati suggeriscono che terapie future, tanto per l’Alzheimer che per il morbo di Parkinson – anch’esso causato dalla diminuzione dei neuroni che producono dopamina – potrebbero concentrarsi su un obiettivo comune.

I dati sperimentali hanno chiarito anche perché i farmaci cosiddetti inibitori della degradazione della dopamina si rivelino utili solo per alcuni pazienti: funzionano unicamente nelle fasi iniziali della malattia. Con la morte di tutte le cellule di quest’area, la dopamina smette del tutto di essere prodotta e il farmaco non è più efficace. “L’altra sostanza somministrata in laboratorio, la L-Dopa – aggiunge specifica Annalisa Nobili, prima firma dello studio – non può essere data ai pazienti se non nelle ultime fasi della malattia perché, come emerso anche nei casi di Parkinson, provoca fenomeni di particolare tossicità che possono aggravare le loro condizioni”.

Il prossimo passo sarà la messa a punto di tecniche neuro-radiologiche più efficaci, in grado di farci accedere ai segreti custoditi nell’area tegmentale ventrale, per scoprirne i meccanismi di funzionamento e degenerazione. “Pur essendo lontana una cura efficace per l’Alzheimer, i risultati della ricerca fanno luce sull’origine della malattia – conclude D’Amelio – aprendo una nuova strada per arrivare ad un trattamento”.

 

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“Siamo cittadini, non solo pazienti”. L’appello di 16 associazioni per un cambio di rotta nella sanità

“Siamo cittadini, non solo pazienti”. L’appello di 16 associazioni per un cambio di rotta nella sanità

Firmata una Carta in cinque punti per chiedere alle istituzioni un impegno comune su welfare, innovazione e integrazione, a partire dal coinvolgimento delle associazioni come parte attiva nei tavoli decisionali


Rivendicano il diritto a essere considerati “cittadini e persone”, e non soltanto “pazienti”. Chiedono “un coraggioso e necessario percorso di cambiamento in ambiti come welfare, informazione, accesso all’innovazione e processi decisionali in materia sanitaria”. E lanciano una Carta in cinque punti per la qualità del sistema salute. In sintesi è questo il messaggio che arriva da un incontro che ha riunito ieri a Milano 16 associazioni nell’ambito del progetto “Persone non solo pazienti”, iniziativa promossa da Roche.

“Persone non solo Pazienti nasce nel 2015 dall’esigenza condivisa di un gruppo di Associazioni, con storie e profili differenti, di crescere e acquisire nuove competenze, attraverso la formazione, ma anche la condivisione e il confronto – spiega Annamaria Mancuso, presidente di Salute Donna. Tra i punti cardine della Carta “l’informazione e il dialogo” che con vive la malattia ogni giorno. “Affinché le associazioni possano affiancare le istituzioni e i decisori nel legiferare secondo le reali esigenze dei cittadini – sottolinea Antonella Celano, presidente di Apmar – è necessario acquisire professionalità e competenze per avere un ruolo attivo nei processi decisionali, in modo da mettere in luce esigenze e priorità e guidare il sistema salute verso un miglioramento del livello di qualità ed efficienza”.

Associazioni e persone diventano quindi esperti di riferimento per orientare le decisioni in materia sanitaria. “La partecipazione dei pazienti esperti, attraverso le relative associazioni, nei processi di valutazione del valore delle nuove tecnologie e del loro posto nella gestione della patologia, è molto importante – spiega Claudio Jommi, docente di Economia Aziendale all’Università del Piemonte Orientale e Ricercatore Cergas-Bocconi – Nell’ambito del Progetto Persone non solo Pazienti è stato attivato presso SDA Bocconi un percorso di formazione sul ruolo dei pazienti nella valutazione delle nuove disponibilità diagnostiche e terapeutiche (farmaci e tecnologie sanitarie) e sulle potenzialità di un loro contributo fattivo e collaborativo nelle diverse fasi di accesso delle tecnologie stesse “.

La Carta è una “call to action” che punta al coinvolgimento dei principali attori del sistema salute. “I cinque punti della carta prendono forma dalla visione condivisa da tutte le associazioni e vogliono essere lo spunto per un’azione di coinvolgimento a livello istituzionale – sottolinea Daniele Preti, direttore esecutivo di FedEmo – Crediamo nella possibilità di realizzare un cambiamento e di contribuire a concreti miglioramenti del funzionamento del sistema salute. Sappiamo che il processo non sarà breve, ma contiamo sull’ispirazione e sulla forza che ci danno ogni giorno i milioni di italiani che supportiamo nella loro lotta contro la malattia”.

“Siamo orgogliosi di avere sostenuto questo progetto sin dalla sua nascita e siamo felici di averlo visto crescere mese dopo mese, forte della partecipazione e della condivisione di esperienze e competenze, nell’ottica di un empowerment comune – commenta Luisa De Stefano, Head of Patient Advocacy di Roche – Abbiamo assistito a tanti risultati concreti che ciascuna associazione ha raggiunto e oggi condividiamo appieno i cinque punti della Carta di Persone non solo Pazienti. La Persona e il suo fondamentale bisogno di salute è al centro del nostro impegno costante per scoprire, produrre e mettere a disposizione nuovi farmaci e tecnologie diagnostiche che possano cambiare il corso di gravi patologie. Ci auguriamo che la prospettiva delineata dalla Carta diventi presto una realtà concreta in tutti gli ambiti in cui vengono affrontati e gestiti i bisogni delle tante persone che affrontano ogni giorno una malattia”.

LA CARTA E TUTTE LE SIGLE

 

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Tumori del sangue: dall’immunoterapia una nuova arma contro la leucemia linfoblastica acuta

Tumori del sangue: dall’immunoterapia una nuova arma contro la leucemia linfoblastica acuta

Arriva in Italia blinatumomab, l’anticorpo monoclonale bi-specifico che aiuta il sistema immunitario a riconoscere gli “invasori”. Sviluppato da Amgen, è il capostipite di una nuova classe di immunoterapici che si avvale della tecnologia BiTE (Bispecific T-cell Engager)edazione Aboutpharma Online 5 aprile 2017

 

Un “bacio della morte” che neutralizza le cellule maligne. È questa la suggestione, forte ma efficace, a cui l’azienda Amgen ricorre oggi per presentare l’arrivo in Italia di una nuova arma terapeutica contro la leucemia linfoblastica acuta (LLA), un tumore del sangue raro e molto aggressivo. Si tratta di blinatumomab, un anticorpo monoclonale bi- specifico che aiuta il sistema immunitario a riconoscere gli “invasori”. Il nuovo farmaco, ora rimborsabile nel nostro Paese, è destinato ai pazienti adulti affetti da “LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria, negativa per il cromosoma Philadelphia”, ovvero una delle diverse forme in cui può presentarsi la patologia.

La leucemia linfoblastica acuta coinvolge il sangue e il midollo osseo. Si verifica quando all’interno di una cellula del midollo osseo avviene una mutazione o un errore nella duplicazione del Dna che ne altera i normali processi di proliferazione e differenziazione. Nei pazienti si determina un accumulo incontrollato di globuli bianchi immaturi e maligni (blasti) che toglie spazio alle cellule sane del midollo osseo, compromettendo le normali funzioni ematopoietiche.

“Nei pazienti adulti – spiega Alessandro Rambaldi, direttore dell’Unità strutturale complessa di Ematologia dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo – si registrano circa 7-10 nuovi casi all’anno per milione di abitanti. Per questo motivo la leucemia acuta linfoblastica dell’adulto è da considerare una malattia rara. Negli Stati Uniti, per esempio, nel corso del 2015 il numero di casi stimati è stato di circa 6.000. In Europa e in Italia i dati di incidenza sono del tutto analoghi e quindi la stima di nuovi casi di pazienti adulti nel nostro paese è di circa 300 nuovi casi all’anno”.

Blinatumomab – spiega Amgen – rappresenta una strategia terapeutica rivoluzionaria per il trattamento dei pazienti affetti da questa patologia per la quale fino a oggi le opzioni terapeutiche sono state molto limitate. E’ il primo e unico anticorpo monoclonale bi-specifico, che si avvale della tecnologia BiTE (Bispecific T-cell Engager) sviluppata dall’azienda. Gli anticorpi bispecifici BiTE agiscono legandosi a due bersagli contemporaneamente: da una parte le cellule T del sistema immunitario e dall’altra le cellule B maligne. Le cellule T sono globuli bianchi speciali che rivestono un ruolo centrale nel sistema immunitario, essendo deputate a riconoscere e annientare le cellule tumorali iniettando al loro interno tossine che ne causano la morte. Le cellule tumorali, però, possono eludere il sistema immunitario evitando di essere attaccate e distrutte. Blinatumomab crea un ponte tra il CD3, recettore espresso sulla superficie delle cellule T, e il CD19, recettore presente sulla superficie delle cellule B. In questo modo stimola il sistema immunitario a riconoscere le cellule maligne e combatterle.

Diversi studi di fase Fase I e II condotti nel corso degli anni hanno restituito risultati incoraggianti. Al punto da spingere Fda ed Ema a concedere a blinatumomab una revisione accelerata e un’autorizzazione all’immissione in commercio condizionata. Di recente, Fda, integrando i risultati dello studio TOWER, ha convertito l’autorizzazione da condizionata a totale. Il TOWER è uno studio di Fase III, il primo trial clinico condotto su un’immunoterapia che ha dimostrato un beneficio in termini di sopravvivenza globale quasi raddoppiandola: dai 4 mesi con la terapia standard ai 7,7 mesi con blinatumomab.

“I risultati dello studio TOWER – spiega Robin Foà, direttore dell’Ematologia del Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma – sono stati rilevanti perché hanno dimostrato che, rispetto alla terapia convenzionale, blinatumomab ha permesso di ottenere percentuali di remissione completa di malattia significativamente più elevate e ha praticamente raddoppiato la sopravvivenza globale, rispetto alla chemioterapia standard. Risultati mai osservati con un singolo farmaco e recentemente pubblicati sulla più prestigiosa rivista di medicina, il New England Journal of Medicine”.

Oggi – spiega Francesco Di Marco, amministratore delegato di Amgen Italia – blinatumomab è l’unica alternativa alla chemioterapia per i pazienti affetti da LLA. “ Come azienda – sottolinea il manager – abbiamo compiuto un grande sforzo per fare in modo che i pazienti potessero beneficiarne anche prima della conclusione dell’iter registrativo, sia attraverso la sperimentazione clinica arruolando 45 pazienti in 13 Centri solo per lo studio TOWER, sia avviando un programma di uso compassionevole grazie al quale in un anno siamo riusciti a dare il farmaco in maniera gratuita a 67 pazienti”. Grazie alla piattaforma BiTE, Amgen è al lavoro anche su tre nuove molecole per il trattamento della leucemia mieloide cronica e del mieloma multiplo.

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Corruzione, nell’ultimo anno illeciti in un’azienda sanitaria su quattro

Sanità e Politica

Corruzione, nell’ultimo anno illeciti in un’azienda sanitaria su quattro

Oggi la Giornata nazionale contro la corruzione in sanità. Ecco i dati del report realizzato Transparency International Italia, Censis, Ispe Sanità e Rissc. Farmaci e sperimentazioni cliniche tra le aree più a rischio

di Redazione Aboutpharma Online 6 aprile 2017

 

La corruzione continua a infettare la sanità italiana. Con il suo fardello di inefficienze, ingiustizie, immoralità e risorse sprecate, che resiste anche ai notevoli progressi compiuti in questi anni sia dal punto di vista normativo che in termini di coscienza e consapevolezza. Parlano i numeri: nell’ultimo anno in Italia un’azienda sanitaria su quattro ha registrato almeno un episodio di corruzione.  È questo, in sintesi, il messaggio che arriva dalla seconda “Giornata nazionale contro la corruzione”, celebrata oggi a Roma dai partner del progetto “Curiamo la corruzione”, l’iniziativa coordinata da Transparency International Italia, in collaborazione con Censis, Ispe Sanità (Istituto per la promozione dell’etica in sanità) e Rissc (Centro ricerche e studi su sicurezza e criminalità), e finanziata nell’ambito della Siemens Integrity Initiative.

A fotografare lo stato di integrità della sanità italiana è il rapporto “Curiamo la corruzione 2017” presentato oggi e articolato in tre analisi: un’indagine sulla percezione del fenomeno da parte dei responsabili della prevenzione della corruzione, realizzata dal Censis tra il 2016 e il 2017;  l’analisi di sprechi e inefficienze che emergono dalla valutazione dei Conti Economici 2013 delle Asl e delle aziende ospedaliere elaborata da Ispe Sanità; la valutazione dei rischi e delle contromisure contenute nei Piani triennali di prevenzione della corruzione 2016-2018 (Ptpc) delle strutture sanitarie, condotta da Rissc.

Secondo l’indagine Censis, basata su un campione di 136 strutture, nell’ultimo anno il 25,7% delle aziende sanitarie italiane ha registrato almeno un episodio di corruzione. Un dato medio nazionale, con punte più alte al Sud: nel Meridione, infatti, il malaffare ha colpito più di un’azienda su tre (37,3%). I settori ritenuti più a rischio sono quello degli acquisti e delle forniture, le liste d’attesa e le assunzioni del personale.

Ma quanto costa la corruzione? Sulla base dell’analisi dei conti economici delle aziende, Ispe Sanità stima che circa il 6% delle spese correnti annue del Servizio sanitario nazionale siano riconducibili a sprechi e corruzione. Più concretamente, secondo i numeri presentati dall’economista Francesco Saverio Mennini, la corruzione genera un impatto che oscilla tra un “minimo” di 4,3 miliardi e un massimo di 9,2 miliardi di euro all’anno. Ma i numeri crescono se si considera “l’ammontare delle potenziali inefficienze nell’acquisto di beni e servizi sanitari del Ssn” – ovvero gli sprechi a 360 gradi –  stimato in circa 13 miliardi di euro.

Esaminando, invece, i risultati dell’analisi – condotta su tutte le aziende sanitarie e non soltanto sul campione Censis – dei Piani anticorruzione realizzata da Rissc, emerge un altro dato preoccupante: il 51,7% delle strutture non ha adottato piani anticorruzione adeguati. Ma il report “Curiamo la corruzione 2017” non restituisce solo ombre. Qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta: il 96% delle aziende sanitarie ha già reso disponibili dei sistemi di raccolta delle segnalazioni di corruzione (whistleblowing) e il 44% lo ha fatto utilizzando delle piattaforme informatiche. Il 79% delle strutture ha adottato i Patti di integrità, da sottoscrivere con le aziende che partecipano agli appalti e il 90% ha intrapreso percorsi di formazione rivolti al personale sui temi dell’etica e della legalità. Sono proprio la formazione e la sensibilizzazione dei dipendenti ad essere ritenute le misure più efficaci per contrastare la corruzione dal 52% dei responsabili della prevenzione, più dell’aumento dei controlli sulle spese (45%) e sulle procedure di appalto (37%): solo nelle Regioni del Sud i responsabili della prevenzione mettono al primo posto i controlli sulle spese.

Dall’analisi sui Piani triennali di prevenzione anche una “top five” sui “rischi di corruzione più elevati”, cinque aree critiche dove si contrano i pericoli più gravi. Se al quinto, quarto e terzo posto figurano – in ordine – “segnalazioni di decessi alle imprese funebri; favoritismi ai pazienti provenienti dalla libera professione e violazioni dei regolamenti di polizia mortuaria”, le posizioni più rilevanti sono occupate dalla “iper-prescrizione di farmaci per favorire gli sponsor” e dalla “sperimentazione clinica condizionata”, rispettivamente seconda e prima in classifica. Un campanello d’allarme che la stessa industria del farmaco non sottovaluta: “Il miglior modo per curare la corruzione non è combatterla, ma prevenirla. E noi facciamo tanto per la prevenzione”, commenta il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, ricordando “il codice deontologico dell’associazione che è più rigido e rigoroso delle leggi”, così come le iniziative per “la trasparenza delle transazioni economiche tra industria e operatori sanitari”.

 

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Def 2017, “profondo rosso” per la sanità pubblica?

Sanità e Politica

Def 2017, “profondo rosso” per la sanità pubblica?

 L'allarme della Fondazione Gimbe: “Nel 2019 alla sanità solo il 6,4% del Pil, saremo al di sotto della soglia di allarme dell’Oms”

di Redazione Aboutpharma Online 19 aprile 2017Prende oggi il via in Commissione Igiene e Sanità del Senato l'esame del Documento di Economia e Finanza.

 

Alla sanità italiana sarà destinato il 6,7% del Pil nel 2017, il 6,5% nel 2018 e il 6,4% nel 2019. Nel giro di pochi anni il nostro Paese si collocherà al di sotto della “soglia di allarme” dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), secondo cui con un rapporto tra spesa sanitaria e Pil inferiore al 6,5% si riducono qualità dell’assistenza e anche aspettativa di vita delle persone. È l’allarme lanciato oggi dalla Fondazione Gimbe sul Documento di Economia e Finanza (Def) 2017 che oggi approda alla Commissione Igiene e Sanità del Senato.

Secondo il Def, nel triennio 2018-2020 il Pil nominale dovrebbe crescere in media del 2,9% per anno, mentre l’incremento della spesa sanitaria dovrebbe attestarsi su tasso medio annuo dell’1,3%. In termini finanziari – spiega la Fondazione in una nota – per la sanità pubblica significherebbe passare dai 114,138 miliardi di euro stimati per il 2017 a 115,068 miliardi nel 2018, a 116,105 nel 2019 e € 118,570 nel 2020.

Ma sulle cifre assolute è “meglio non farsi troppe illusioni”, commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che ricorda: “Negli ultimi anni la sanità ha sempre ricevuto molto meno di quanto previsto dal Def. Clamoroso l’esempio del 2016: i 117,6 miliardi stimati dal Def 2013 si sono ridotti a  116,1 con il Def 2014, quindi a 113,4 con il Def 2015, per arrivare con la Legge di Stabilità 2016 a un finanziamento reale di 111 miliardi, comprensivi di 800 milioni da destinare ai nuovi Lea”.

Secondo la Fondazione esiste una sola chiave di lettura per le stime del Def su andamento di Pil e spesa sanitaria: crescendo meno del PIL nominale, la spesa sanitaria non coprirà nemmeno l’aumento dei prezzi. In altre parole – sottolinea Gimbe – nel prossimo triennio la sanità pubblica potrà disporre delle stesse risorse in termini di potere di acquisto solo se la ripresa economica del Paese sarà in linea con previsioni più che ottimistiche, visto che la crescita stimata del Pil è del 2,2% nel 2017 e del 2,9% nel 2018 e nel 2019.

“Il DEF 2017 – conclude Cartabellotta – conferma ulteriormente le perplessità già espresse dalla Fondazione sulla sostenibilità dei nuovi Lea, che da grande traguardo politico rischiano di trasformarsi in illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità di estendere oltre ogni limite il consenso ha generato un inaccettabile paradosso figlio di contraddizioni politiche e di una programmazione sanitaria sganciata da quella finanziaria: sulla carta oggi i cittadini dispongono del “paniere Lea” più ricco d’Europa, ma al tempo stesso il Def 2017 conferma che la sanità italiana è agli ultimi posti per la spesa pubblica”.

 

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Vaccini, in Europa record di scetticismo

Vaccini, in Europa record di scetticismo

Francia al primo posto nel mondo per dubbi sulla sicurezza. Italia, Russia e Azerbaijan i paesi in cui è messa più in discussione la loro importanza come strumento di prevenzione. L’indagine del Vaccine Confidence Project


Lo scetticismo anti-vaccini avanza in Europa. La Francia è il Paese con il minor grado di fiducia sulla sicurezza delle vaccinazioni, mentre Azerbaijan, Russia e Italia sono i più scettici sulla loro importanza. È quanto emerge da una nuova indagine condotta nell’ambito Vaccine Confidence Project e pubblicata sulla rivista EBiomedicine.

La ricerca ha esaminato l’atteggiamento verso i vaccini di oltre 65mila persone di 67 Paesi. Se Bangladesh, Ecuador e Iran sono i paesi in cui i vaccini vengono ritenuti “più importanti”, in Europa la diffidenza aumenta. Anche se i tassi di copertura vaccinale rimangono alti, nel Vecchio Continente si trovano sette dei dieci Paesi che mostrano più dubbi sulla sicurezza dei vaccini, tra cui la Francia (45,2%) e la Bosnia (38,3%), mentre nel resto del mondo la media è del 13%. Molte più certezze, invece, in Argentina (1,3%), Etiopia (2,1%) ed Ecuador (2,2%), i tre Paesi con il tasso di scetticismo sulla sicurezza più basso.

Se si considera, invece, un altro parametro di valutazione, ovvero la scarsa importanza assegnata ai vaccini, vincono la maglia nera Russia (17,1%), Azerbaijan (15,7%) e Italia (15,4%), contro una media mondiale del 5,8%.

Per quanto riguarda le coperture, i tassi di vaccinazione più bassi si registrano nel sub-continente indiano, nell’Africa Sub-sahariana e nel Sud-est asiatico, per via della povertà, l’accesso limitato ai servizi vaccinali e la poca educazione sanitaria. In Europea, comunque, le coperture mostrano un’ampia variabilità: in Danimarca, Islanda, Romania, Austria, Moldavia, San Marino e Ucraina si registrano i tassi più bassi dal 2000.

Lo studio

 

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Digital & Life Sciences: quali norme per il futuro presente?

Digital & Life Sciences: quali norme per il futuro presente?

Con questo articolo di presentazione prende avvio la rubrica settimanale curata dallo studio legale Portolano Cavallo, che si occuperà di temi giuridici nascenti dall’incontro “Digital & Life Sciences”

Con questo articolo di presentazione prende avvio la rubrica settimanale curata dal nostro studio legale, che si occuperà di temi giuridici nascenti dall’incontro “Digital & Life Sciences”.
La scelta di questo tema nasce dalla nostra esperienza e dalla nostra curiosità: nell’assistenza legale che forniamo ai nostri clienti, ci viene chiesto sempre più spesso di rispondere alle domande poste dall’incrocio tra tecnologia e Scienze della Vita. Per fare ciò, siamo chiamati a costruire soluzioni giuridiche innovative, stante il quadro normativo non sempre aggiornato e i limitati o spesso inesistenti precedenti giurisprudenziali. Ciò alimenta la nostra curiosità e fa sì che il nostro interesse per tali materie non si esaurisca nella dimensione professionale ma si dispieghi anche in quella accademica e di ricerca, il che ci consente di meglio applicare creativamente la disciplina in vigore e riflettere sulla sua evoluzione. Nel nostro piccolo, anche il nostro studio ha una funzione di “Ricerca e Sviluppo”.
Del resto è facile essere conquistati da questioni che stanno ridefinendo la nostra società intorno a due grandi perni: (i) quello digitale, dell’informatica e della comunicazione, il cui sviluppo non conosce sosta (si pensi ai big data, all’Internet of Things, all’augmented e alla virtual reality, alla blockchain, per citare solo alcuni dei temi ora al centro del dibattito pubblico); (ii) quello delle scienze della vita, protagonista di una crescita vertiginosa, cominciata nel 2000 ad esito della conclusione del primo sequenziamento dell’intero genoma umano, ulteriormente acceleratasi nell’ultimo lustro con il calo dei costi di sequenziamento del Dna e lo sviluppo della tecnica CRISPR/Cas9 (essa stessa oggetto di numerose dispute brevettuali).

Questi due filoni tecnologici fino a tempi molto recenti hanno agito in modo indipendente e parallelo, entrando in contatto sporadicamente. Ma lo scenario è cambiato: l’ingranaggio digitale e quello delle Life Sciences ora interagiscono in modo sistematico e stabile, creando sinergie che si propongono di condurci, entro breve tempo, a una nuova entusiasmante rivoluzione tecnologica, con implicazioni giuridiche, etiche e sociali che possiamo immaginare solo in parte.
Nel campo delle Life Sciences l’apporto delle conoscenze digitali può avere effetti positivi dirompenti e contribuire a un significativo salto; ma può anche condurre a scenari imprevisti e di difficile gestione senza un’adeguata base normativa.
Si pensi al ricorso all’intelligenza artificiale a fini diagnostici e come strumento di ausilio alle attività di ricerca: ciò porterà ad affrontare nuove questioni giuridiche in tema di responsabilità medica in caso di mancata o errata diagnosi, di trattamento dei dati personali dei pazienti, che devono essere conservati e continuamente elaborati per consentire alla macchina di imparare ed evolvere, di protezione degli investimenti, poiché nel nostro ordinamento il software in quanto tale non è brevettabile, così come non lo sono i metodi diagnostici, chirurgici e terapeutici, etc.

C’è poi l’ampio fronte della digitalizzazione dei dispositivi medici. L’approccio più avanzato è rappresentato dalle “terapie digitali” che, mediante l’interazione tra dispositivi medici dotati di software e farmaci, intende perseguire l’ottimizzazione dell’efficacia dei medicinali. Altra frontiera è quella dell’utilizzo di dispositivi impiantabili nel corpo umano per il monitoraggio e il trattamento a distanza dei pazienti. In questo ambito si inseriscono anche le app mediche, e le conseguenti questioni relative alla qualificazione come dispositivi medici, pur non rientrando necessariamente in questa categoria. Con il nuovo regolamento europeo sui dispositivi medici, che sarà applicabile a partire dal 2020, il legislatore ha iniziato a fare chiarezza; vi sono però altri importanti temi aperti, legati anche all’interazione dei dispositivi medici digitali con i big data, e altri ne nasceranno.
Allo stesso modo, si pensi all’utilizzo dei social media nel settore Life Sciences , per esempio da parte delle società farmaceutiche nell’attività di reclutamento di pazienti per le sperimentazioni, soprattutto dei farmaci orfani. Anche qui vi sono evidenti questioni connesse al rispetto della privacy, ma anche di compliance con la normativa in materia di sperimentazioni cliniche e sulle modalità di arruolamento dei pazienti, oltre alle implicazioni di carattere etico connesse al fatto che il target dei pazienti della fase 2 e 3 è rappresentato da persone malate, talvolta alla disperata ricerca di una cura. O, ancora, in ambito internet, si pensi all’utilizzo di cookies o di tecniche di Search Engine Optimization e Search Engine Marketing da parte delle società farmaceutiche.

In ambito sanitario anche nel nostro Paese è già in corso un ambizioso processo di digitalizzazione. Avviato con l’introduzione della ricetta elettronica, esso verrà ulteriormente rafforzato: il Documento di Economia e Finanza 2017 prevede l’attuazione, entro la fine di quest’anno, del Patto per la salute digitale approvato a luglio 2016 dalla Conferenza Stato-Regioni.
In questo spazio discuteremo di questo e di molto altro.
Lo faremo, come è nostro costume, con un rigoroso approccio giuridico unito ad linguaggio chiaro e diretto. Saremo aperti al confronto e agli stimoli che verranno dai lettori che ci onoreranno della loro attenzione. Soprattutto, saremo onesti, cercheremo di non essere banali, di fare del nostro meglio e di migliorare con il vostro aiuto.

A cura di Portolano Cavallo 

Homepage “Digital & Life Sciences”

 

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Morbillo, 385 casi a aprile, cinque volte più del 2016

Medicina scienza e ricerca

Morbillo, 385 casi a aprile, cinque volte più del 2016

Il nuovo bollettino Iss-Ministero ha registrato 1.920 contagi da inizio anno, di cui un terzo con almeno una complicanza. Il 40% è stato ricoverato mentre il 15% ha fatto ricorso al pronto soccorso

di Redazione Aboutpharma Online 4 maggio 2017

 

Sono quintuplicati i casi di morbillo in Italia rispetto lo scorso anno. Secondo i dati del ministero della Salute sono stati infatti 385 ad aprile, contro i 76 del 2016. È quanto emerge dal nuovo bollettino settimanale curato dal ministero e dall’Istituto superiore della sanità (Iss), che aggiorna a 1920 il numero totale dei casi verificatisi da inizio di quest’anno. Di questi un terzo con almeno una complicanza.
Dal sesto numero del bollettino, nato per monitorare l’epidemia di morbillo in corso in Italia, risulta che dal 24 al 30 aprile 2017, sono stati 29 i contagi registrati, che portano complessivamente a 385 i casi nel solo mese di aprile 2017. Il 34% ha avuto almeno una complicanza, come diarrea, polmonite, otite, epatite, insufficienza respiratoria, calo di piastrine, più raramente encefalite e convulsioni. Il 40% è stato ricoverato, il 15% ha fatto ricorso al pronto soccorso. Quasi tutte le Regioni hanno segnalato casi, ma il 92% proviene da Piemonte, Lazio, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Veneto e Sicilia. Infine sono stati 176 i casi tra gli operatori sanitari.
“Purtroppo i dati sul morbillo sono davvero preoccupanti e questo soprattutto a causa della grave e pericolosa disinformazione antiscientifica, fomentata anche da parte di alcune forze politiche, che ha portato negli ultimi anni le persone a non vaccinarsi” ha affermato all’Ansa il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, commentando il dato. “Ora è fondamentale che le Regioni applichino il nuovo Piano nazionale vaccini, anche e soprattutto attraverso la sensibilizzazione e la corretta informazione ai cittadini. I vaccini, sono sicuri e salvano vite”.
Anche Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di Sanità è intervenuto sul tema sottolineando come “un aumento dei casi di morbillo era previsto in conseguenza alla diminuzione delle vaccinazioni registrata negli ultimi anni. A stupire però è la gravità dell’epidemia in corso, caratterizzata da un numero di complicanze particolarmente alto e circa il 40% delle persone colpite che sono state ricoverate in ospedale. Siamo in piena epidemia il mondo ci guarda interdetto e con allarme. Con questi numeri non stupirebbe che si verificasse un decesso. Come in Romania dove da inizio anno sono stati registrati il doppio dei casi di morbillo rispetto all’Italia, circa 4000, e che hanno provocato finora ben 17 morti. Il morbillo è uno dei virus più contagiosi, più della stessa influenza. Una sola persona può contagiarne fino a 20. Per sviluppare una immunità di gregge che protegga anche chi non può vaccinarsi o gli adulti che non si sono vaccinati da piccoli, è importante non solo fare il vaccino durante l’infanzia ma anche il richiamo in età adolescenziale”.
Non meno preoccupanti i dati resi noti dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, dove i ricoveri di bambini colpiti dal morbillo si sono più che decuplicati rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono infatti passati da 4 nel 2016 a 47. “Il calo della copertura vaccinale per il morbillo – ha affermato Alberto Villani presidente della Società italiana di pediatria (Sip), nonché responsabile del reparto Pediatria generale e malattie infettive dell’ospedale Bambino Gesù – sta portando, come previsto, a un aumento dei casi. La malattia si diffonde ma è da tempo che le società scientifiche hanno messo in guardia: l’aumento dei casi è un dato atteso e frutto di una disattenzione collettiva. Dei 47 ricoveri registrati al primo maggio, 18 presentavano complicanze e oltre la metà, pari a 25, hanno riguardato bambini molto piccoli sotto l’anno di età e che, quindi, non potevano essere già vaccinati. In particolare, quattro ricoveri hanno riguardato bimbi sotto il mese di vita”.

 

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Vaccini obbligatori per accedere a scuola, Lorenzin: pronta la bozza di decreto

Sanità e Politica

Vaccini obbligatori per accedere a scuola, Lorenzin: pronta la bozza di decreto

L’annuncio del ministro della Salute in tv. Il testo, già inviato al premier, sarà portato domani in Consiglio dei ministri e andrà comunque discusso con il ministero dell’Istruzione. Nel frattempo in Senato altri due ddl

di Redazione Aboutpharma Online 11 maggio 2017

 

“Ho pronto un testo di legge che prevede l’obbligatorietà delle vaccinazioni per l’accesso a scuola. L’ho mandato oggi al presidente del Consiglio e lo porterò domani in Consiglio dei ministri”. Ad annunciarlo è il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, durante la registrazione del programma “Night Tabloid” che andrà in onda questa sera su Rai 2. “Ovviamente – ha precisato il ministro – non potrà essere approvato domani, perché necessiterà di approfondimenti e di una discussione anche da parte del ministero dell’Istruzione, per valutare se i tempi sono davvero maturi per fare una legge che ci riporti in sicurezza”.

Il decreto dovrebbe anche intervenire sulla distinzione tra vaccinazioni obbligatorie e raccomandate: “Ho immaginato questo decreto – ha chiarito il ministro – che pone l’obbligatorietà per l’accesso a scuola, con il ministero della Salute che ogni anno fornisce la lista di quelle che sono le vaccinazioni obbligatorie. Tutte le vaccinazioni che sono nel piano vaccinale approvato nei Livelli essenziali di assistenza sono necessarie per la salute delle persone, ma alcune  saranno obbligatorie per l’accesso alla scuola dell’obbligo”.

L’annuncio arriva nello stesso giorno in cui, in Senato, i senatori Andrea Mandelli (Fi) e Luigi d’Ambrosio Lettieri (Misto) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Federazione degli ordini dei farmacisti (Fofi) – hanno presentato due disegni di legge che vanno nella stessa direzione.  Le proposte puntano a rendere effettiva l’obbligatorietà delle vaccinazioni per i minori, superando l’attuale distinzione tra obbligatorie e raccomandate, promuovere incontri informativi per i genitori, istituire una banca dati per ciascuna Regione e un Servizio Anagrafe nazionale al fine di monitorare l’affluenza di tutti i dati relativi alle vaccinazioni in età scolare e prescolare per migliorare ulteriormente il servizio e prevedere risorse aggiuntive per l’acquisto dei nuovi vaccini.

Già nelle scorse settimane un altro ddl – presentato dalla parlamentare Pd Francesca Puglisi – ha cominciato il suo iter alla Commissione Igiene e Sanità del Senato. Composta da due soli articoli, il ddl punta a reintrodurre l’obbligatorietà delle vaccinazioni per frequentare qualsiasi scuola in Italia. Nel nostro Paese l’obbligo di vaccinarsi per poter essere iscritto a scuola decadde nel 1999, dopo che per oltre trent’anni, e cioè dal 1967, era stato invece indispensabile per l’iscrizione.

 

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Salute in internet, un decalogo per salvarsi dalle “bufale”

Medicina scienza e ricerca

Salute in internet, un decalogo per salvarsi dalle “bufale”

Sempre più italiani cercano risposte sulla propria salute online: presentate da Unamsi e Cipomo con approvazione di 9 società scientifiche una serie di regole per difendersi dalla cattiva informazione

di Redazione Aboutpharma Online 11 maggio 2017

 

“Fake news” anche al centro della discussione delle società scientifiche che preoccupate da una malainformazione sulla salute online hanno deciso di mettere in guardia gli utenti con un decalogo su come difendersi. A redare il documento i giornalisti dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) sensibilizzati dal Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo) che le ha presentate durante l’ultimo Convegno Nazionale di Cipomo. Ad approvare le regole oltra a Cipomo, altre otto società scientifiche, da quella dei medici di medicina generale (Simg) a quelle dei pediatri (Fimp e SIMPeF), agli otorinolaringoiatri (Sio), gli oftalmologi (Soi), endocrinologi (Ame), psichiatri (Sip) e urologi (Siu).

Il fenomeno della ricerca di risposte sul web a questioni di salute è molto cresciuto negli ultimi anni: nel 2014, secondo dati Censis erano solo 4 italiani su 10 a fare ricerche su internet su questioni di salute. L’ultimo sondaggio del gennaio 2017 parla dell’88% (di cui il 93,3% donne), ma la cosa grave è che quasi la metà del campione (il 44%) si affida alla prima pagina proposta dai motori di ricerca senza preoccuparsi dell’attendibilità delle fonti, con una differenza rilevante fra i 18-24enni (che sono ben il 55% di costoro) e gli ultra 65enni (22,7%).  Senza parlare di coloro (il dato nazionale è il 2-4% della popolazione) che acquistano farmaci online (30% farmaci per dimagrire, 28% per migliorare le prestazioni sessuali). Con rischi enormi se il sito da cui si acquista non è collegato a una farmacia. Nel migliore dei casi questi farmaci non contengono principi attivi, ma possono anche essere molto pericolosi.

1) VERIFICARE LA FONTE

Verificare sempre chi è il proprietario del sito, del giornale, del blog, sia esso istituzione, editore, industria, associazione, singolo cittadino. Questo serve per capire bene chi ha interesse a veicolare quel tipo di informazione. Tra i siti istituzionali segnaliamo quelli del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, degli Ospedali e delle Società medico-scientifiche. E’ importante che il sito di consultazione riporti sempre, nelle notizie pubblicate, autorevoli fonti di provenienza, una caratteristica che è una misura di attendibilità del sito stesso

2) ACCERTARSI DELL’AGGIORNAMENTO DEL SITO

Importantissima la verifica della data della pubblicazione. E’ una chiara indicazione dell’attualità di una notizia. Su Internet infatti non si perde nulla e può capitare, utilizzando un motore di ricerca, di arrivare su una notizia vecchia anche di anni.

3) CURE MEDICHE: EVITARE IL “FAI DA TE”

Nessuna informazione scritta può sostituire la visita del medico. Medico e farmacista devono restare i principali punti di riferimento in materia di salute. I contenuti in Rete devono avere “solo” uno scopo informativo e in nessun caso possono sostituire la visita o la prescrizione di un medico o il consiglio di un farmacista.

4) DIFFIDARE DELLE PRESCRIZIONI SENZA VISITA

Nessun medico serio farà mai una prescrizione a un malato sconosciuto senza averlo visitato. Diffidare quindi dei siti e degli esperti che indicano farmaci e terapie sulla semplice descrizione dei sintomi. Non è serio, non è professionale, e può essere molto pericoloso.

5) MONITORARE IL RISPETTO DELLA PRIVACY

Accertarsi che il proprietario di un sito che gestisce le informazioni sulla salute degli utenti (per esempio attraverso il servizio “l’esperto risponde”) rispetti la normativa sulla privacy e garantisca la confidenzialità dei dati.

6) VALUTARE CON LA GIUSTA ATTENZIONE BLOG E FORUM

Possono essere fonti utili, ma anche insidiose perché propongono storie di pazienti e dei loro familiari che suscitano empatia e coinvolgono emotivamente. Fare attenzione perché sono quasi sempre racconti soggettivi, ma non è detto che abbiano affidabilità scientifica. La lettura critica è di rigore.

7) OCCHIO AI MOTORI DI RICERCA

Quando si digita una parola chiave il risultato della ricerca non mostra un elenco di siti in ordine di importanza, ma la selezione può dipendere da altri fattori. Per chiarire, i motori di ricerca lavorano come “Machine Learning”, cioè memorizzano le scelte e i gusti dell’utente per poi proporre argomenti in linea con le preferenze manifestate nelle scelte precedenti. Non fermarsi quindi alla prima ricerca, ma cercare di incrociare più ricerche e più dati.

8) NON “ABBOCCARE” ALLA PUBBLICITA’ MASCHERATA

Un sito di qualità deve sempre tenere separata l’informazione indipendente da quella pubblicitaria che dovrebbe sempre essere palese e dichiarata.

9) ACQUISTARE CON CAUTELA FARMACI ON LINE

Acquistare farmaci online solo da farmacie autorizzate. In Italia, tali esercizi devono avere sul loro sito l’apposito logo identificativo, comune in tutta l’Unione Europea, “Clicca qui per verificare se questo sito web è legale”. Basta cliccare sul logo e si sarà rinviati al sito web del Ministero della Salute dove è possibile verificare se il venditore online è registrato nell’elenco di quelli autorizzati. Se al contrario il sito non è legato a una farmacia, invece, comprare un farmaco online può essere molto pericoloso.

10)NON CASCARE NELLA PSICOSI DEL COMPLOTTO

Nel Web capita spesso di i Medicina scienza e ricerca

Salute in internet, un decalogo per salvarsi dalle “bufale”

Sempre più italiani cercano risposte sulla propria salute online: presentate da Unamsi e Cipomo con approvazione di 9 società scientifiche una serie di regole per difendersi dalla cattiva informazione

di Redazione Aboutpharma Online 11 maggio 2017 http://www.aboutpharma.com/wp-content/themes/aboutpharma/img/print.png

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“Fake news” anche al centro della discussione delle società scientifiche che preoccupate da una malainformazione sulla salute online hanno deciso di mettere in guardia gli utenti con un decalogo su come difendersi. A redare il documento i giornalisti dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) sensibilizzati dal Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo) che le ha presentate durante l’ultimo Convegno Nazionale di Cipomo. Ad approvare le regole oltra a Cipomo, altre otto società scientifiche, da quella dei medici di medicina generale (Simg) a quelle dei pediatri (Fimp e SIMPeF), agli otorinolaringoiatri (Sio), gli oftalmologi (Soi), endocrinologi (Ame), psichiatri (Sip) e urologi (Siu).

Il fenomeno della ricerca di risposte sul web a questioni di salute è molto cresciuto negli ultimi anni: nel 2014, secondo dati Censis erano solo 4 italiani su 10 a fare ricerche su internet su questioni di salute. L’ultimo sondaggio del gennaio 2017 parla dell’88% (di cui il 93,3% donne), ma la cosa grave è che quasi la metà del campione (il 44%) si affida alla prima pagina proposta dai motori di ricerca senza preoccuparsi dell’attendibilità delle fonti, con una differenza rilevante fra i 18-24enni (che sono ben il 55% di costoro) e gli ultra 65enni (22,7%).  Senza parlare di coloro (il dato nazionale è il 2-4% della popolazione) che acquistano farmaci online (30% farmaci per dimagrire, 28% per migliorare le prestazioni sessuali). Con rischi enormi se il sito da cui si acquista non è collegato a una farmacia. Nel migliore dei casi questi farmaci non contengono principi attivi, ma possono anche essere molto pericolosi.

1) VERIFICARE LA FONTE

Verificare sempre chi è il proprietario del sito, del giornale, del blog, sia esso istituzione, editore, industria, associazione, singolo cittadino. Questo serve per capire bene chi ha interesse a veicolare quel tipo di informazione. Tra i siti istituzionali segnaliamo quelli del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, degli Ospedali e delle Società medico-scientifiche. E’ importante che il sito di consultazione riporti sempre, nelle notizie pubblicate, autorevoli fonti di provenienza, una caratteristica che è una misura di attendibilità del sito stesso

2) ACCERTARSI DELL’AGGIORNAMENTO DEL SITO

Importantissima la verifica della data della pubblicazione. E’ una chiara indicazione dell’attualità di una notizia. Su Internet infatti non si perde nulla e può capitare, utilizzando un motore di ricerca, di arrivare su una notizia vecchia anche di anni.

3) CURE MEDICHE: EVITARE IL “FAI DA TE”

Nessuna informazione scritta può sostituire la visita del medico. Medico e farmacista devono restare i principali punti di riferimento in materia di salute. I contenuti in Rete devono avere “solo” uno scopo informativo e in nessun caso possono sostituire la visita o la prescrizione di un medico o il consiglio di un farmacista.

4) DIFFIDARE DELLE PRESCRIZIONI SENZA VISITA

Nessun medico serio farà mai una prescrizione a un malato sconosciuto senza averlo visitato. Diffidare quindi dei siti e degli esperti che indicano farmaci e terapie sulla semplice descrizione dei sintomi. Non è serio, non è professionale, e può essere molto pericoloso.

5) MONITORARE IL RISPETTO DELLA PRIVACY

Accertarsi che il proprietario di un sito che gestisce le informazioni sulla salute degli utenti (per esempio attraverso il servizio “l’esperto risponde”) rispetti la normativa sulla privacy e garantisca la confidenzialità dei dati.

6) VALUTARE CON LA GIUSTA ATTENZIONE BLOG E FORUM

Possono essere fonti utili, ma anche insidiose perché propongono storie di pazienti e dei loro familiari che suscitano empatia e coinvolgono emotivamente. Fare attenzione perché sono quasi sempre racconti soggettivi, ma non è detto che abbiano affidabilità scientifica. La lettura critica è di rigore.

7) OCCHIO AI MOTORI DI RICERCA

Quando si digita una parola chiave il risultato della ricerca non mostra un elenco di siti in ordine di importanza, ma la selezione può dipendere da altri fattori. Per chiarire, i motori di ricerca lavorano come “Machine Learning”, cioè memorizzano le scelte e i gusti dell’utente per poi proporre argomenti in linea con le preferenze manifestate nelle scelte precedenti. Non fermarsi quindi alla prima ricerca, ma cercare di incrociare più ricerche e più dati.

8) NON “ABBOCCARE” ALLA PUBBLICITA’ MASCHERATA

Un sito di qualità deve sempre tenere separata l’informazione indipendente da quella pubblicitaria che dovrebbe sempre essere palese e dichiarata.

9) ACQUISTARE CON CAUTELA FARMACI ON LINE

Acquistare farmaci online solo da farmacie autorizzate. In Italia, tali esercizi devono avere sul loro sito l’apposito logo identificativo, comune in tutta l’Unione Europea, “Clicca qui per verificare se questo sito web è legale”. Basta cliccare sul logo e si sarà rinviati al sito web del Ministero della Salute dove è possibile verificare se il venditore online è registrato nell’elenco di quelli autorizzati. Se al contrario il sito non è legato a una farmacia, invece, comprare un farmaco online può essere molto pericoloso.

10)NON CASCARE NELLA PSICOSI DEL COMPLOTTO

Nel Web capita spesso di incappare in notizie catastrofiche sull’effetto di vaccini e farmaci. Non perdere mai la capacità di analisi e di critica e confrontarsi sempre col proprio medico.

ncappare in notizie catastrofiche sull’eff Medicina scienza e ricerca

Salute in internet, un decalogo per salvarsi dalle “bufale”

Sempre più italiani cercano risposte sulla propria salute online: presentate da Unamsi e Cipomo con approvazione di 9 società scientifiche una serie di regole per difendersi dalla cattiva informazione

di Redazione Aboutpharma Online 11 maggio 2017

 

“Fake news” anche al centro della discussione delle società scientifiche che preoccupate da una malainformazione sulla salute online hanno deciso di mettere in guardia gli utenti con un decalogo su come difendersi. A redare il documento i giornalisti dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) sensibilizzati dal Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo) che le ha presentate durante l’ultimo Convegno Nazionale di Cipomo. Ad approvare le regole oltra a Cipomo, altre otto società scientifiche, da quella dei medici di medicina generale (Simg) a quelle dei pediatri (Fimp e SIMPeF), agli otorinolaringoiatri (Sio), gli oftalmologi (Soi), endocrinologi (Ame), psichiatri (Sip) e urologi (Siu).

Il fenomeno della ricerca di risposte sul web a questioni di salute è molto cresciuto negli ultimi anni: nel 2014, secondo dati Censis erano solo 4 italiani su 10 a fare ricerche su internet su questioni di salute. L’ultimo sondaggio del gennaio 2017 parla dell’88% (di cui il 93,3% donne), ma la cosa grave è che quasi la metà del campione (il 44%) si affida alla prima pagina proposta dai motori di ricerca senza preoccuparsi dell’attendibilità delle fonti, con una differenza rilevante fra i 18-24enni (che sono ben il 55% di costoro) e gli ultra 65enni (22,7%).  Senza parlare di coloro (il dato nazionale è il 2-4% della popolazione) che acquistano farmaci online (30% farmaci per dimagrire, 28% per migliorare le prestazioni sessuali). Con rischi enormi se il sito da cui si acquista non è collegato a una farmacia. Nel migliore dei casi questi farmaci non contengono principi attivi, ma possono anche essere molto pericolosi.

1) VERIFICARE LA FONTE

Verificare sempre chi è il proprietario del sito, del giornale, del blog, sia esso istituzione, editore, industria, associazione, singolo cittadino. Questo serve per capire bene chi ha interesse a veicolare quel tipo di informazione. Tra i siti istituzionali segnaliamo quelli del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, degli Ospedali e delle Società medico-scientifiche. E’ importante che il sito di consultazione riporti sempre, nelle notizie pubblicate, autorevoli fonti di provenienza, una caratteristica che è una misura di attendibilità del sito stesso

2) ACCERTARSI DELL’AGGIORNAMENTO DEL SITO

Importantissima la verifica della data della pubblicazione. E’ una chiara indicazione dell’attualità di una notizia. Su Internet infatti non si perde nulla e può capitare, utilizzando un motore di ricerca, di arrivare su una notizia vecchia anche di anni.

3) CURE MEDICHE: EVITARE IL “FAI DA TE”

Nessuna informazione scritta può sostituire la visita del medico. Medico e farmacista devono restare i principali punti di riferimento in materia di salute. I contenuti in Rete devono avere “solo” uno scopo informativo e in nessun caso possono sostituire la visita o la prescrizione di un medico o il consiglio di un farmacista.

4) DIFFIDARE DELLE PRESCRIZIONI SENZA VISITA

Nessun medico serio farà mai una prescrizione a un malato sconosciuto senza averlo visitato. Diffidare quindi dei siti e degli esperti che indicano farmaci e terapie sulla semplice descrizione dei sintomi. Non è serio, non è professionale, e può essere molto pericoloso.

5) MONITORARE IL RISPETTO DELLA PRIVACY

Accertarsi che il proprietario di un sito che gestisce le informazioni sulla salute degli utenti (per esempio attraverso il servizio “l’esperto risponde”) rispetti la normativa sulla privacy e garantisca la confidenzialità dei dati.

6) VALUTARE CON LA GIUSTA ATTENZIONE BLOG E FORUM

Possono essere fonti utili, ma anche insidiose perché propongono storie di pazienti e dei loro familiari che suscitano empatia e coinvolgono emotivamente. Fare attenzione perché sono quasi sempre racconti soggettivi, ma non è detto che abbiano affidabilità scientifica. La lettura critica è di rigore.

7) OCCHIO AI MOTORI DI RICERCA

Quando si digita una parola chiave il risultato della ricerca non mostra un elenco di siti in ordine di importanza, ma la selezione può dipendere da altri fattori. Per chiarire, i motori di ricerca lavorano come “Machine Learning”, cioè memorizzano le scelte e i gusti dell’utente per poi proporre argomenti in linea con le preferenze manifestate nelle scelte precedenti. Non fermarsi quindi alla prima ricerca, ma cercare di incrociare più ricerche e più dati.

8) NON “ABBOCCARE” ALLA PUBBLICITA’ MASCHERATA

Un sito di qualità deve sempre tenere separata l’informazione indipendente da quella pubblicitaria che dovrebbe sempre essere palese e dichiarata.

9) ACQUISTARE CON CAUTELA FARMACI ON LINE

Acquistare farmaci online solo da farmacie autorizzate. In Italia, tali esercizi devono avere sul loro sito l’apposito logo identificativo, comune in tutta l’Unione Europea, “Clicca qui per verificare se questo sito web è legale”. Basta cliccare sul logo e si sarà rinviati al sito web del Ministero della Salute dove è possibile verificare se il venditore online è registrato nell’elenco di quelli autorizzati. Se al contrario il sito non è legato a una farmacia, invece, comprare un farmaco online può essere molto pericoloso.

10)NON CASCARE NELLA PSICOSI DEL COMPLOTTO

Nel Web capita spesso di i Medicina scienza e ricerca

Salute in internet, un decalogo per salvarsi dalle “bufale”

Sempre più italiani cercano risposte sulla propria salute online: presentate da Unamsi e Cipomo con approvazione di 9 società scientifiche una serie di regole per difendersi dalla cattiva informazione

di Redazione Aboutpharma Online 11 maggio 2017 http://www.aboutpharma.com/wp-content/themes/aboutpharma/img/print.png

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“Fake news” anche al centro della discussione delle società scientifiche che preoccupate da una malainformazione sulla salute online hanno deciso di mettere in guardia gli utenti con un decalogo su come difendersi. A redare il documento i giornalisti dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione (Unamsi) sensibilizzati dal Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo) che le ha presentate durante l’ultimo Convegno Nazionale di Cipomo. Ad approvare le regole oltra a Cipomo, altre otto società scientifiche, da quella dei medici di medicina generale (Simg) a quelle dei pediatri (Fimp e SIMPeF), agli otorinolaringoiatri (Sio), gli oftalmologi (Soi), endocrinologi (Ame), psichiatri (Sip) e urologi (Siu).

Il fenomeno della ricerca di risposte sul web a questioni di salute è molto cresciuto negli ultimi anni: nel 2014, secondo dati Censis erano solo 4 italiani su 10 a fare ricerche su internet su questioni di salute. L’ultimo sondaggio del gennaio 2017 parla dell’88% (di cui il 93,3% donne), ma la cosa grave è che quasi la metà del campione (il 44%) si affida alla prima pagina proposta dai motori di ricerca senza preoccuparsi dell’attendibilità delle fonti, con una differenza rilevante fra i 18-24enni (che sono ben il 55% di costoro) e gli ultra 65enni (22,7%).  Senza parlare di coloro (il dato nazionale è il 2-4% della popolazione) che acquistano farmaci online (30% farmaci per dimagrire, 28% per migliorare le prestazioni sessuali). Con rischi enormi se il sito da cui si acquista non è collegato a una farmacia. Nel migliore dei casi questi farmaci non contengono principi attivi, ma possono anche essere molto pericolosi.

1) VERIFICARE LA FONTE

Verificare sempre chi è il proprietario del sito, del giornale, del blog, sia esso istituzione, editore, industria, associazione, singolo cittadino. Questo serve per capire bene chi ha interesse a veicolare quel tipo di informazione. Tra i siti istituzionali segnaliamo quelli del Ministero della Salute, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco, degli Ospedali e delle Società medico-scientifiche. E’ importante che il sito di consultazione riporti sempre, nelle notizie pubblicate, autorevoli fonti di provenienza, una caratteristica che è una misura di attendibilità del sito stesso

2) ACCERTARSI DELL’AGGIORNAMENTO DEL SITO

Importantissima la verifica della data della pubblicazione. E’ una chiara indicazione dell’attualità di una notizia. Su Internet infatti non si perde nulla e può capitare, utilizzando un motore di ricerca, di arrivare su una notizia vecchia anche di anni.

3) CURE MEDICHE: EVITARE IL “FAI DA TE”

Nessuna informazione scritta può sostituire la visita del medico. Medico e farmacista devono restare i principali punti di riferimento in materia di salute. I contenuti in Rete devono avere “solo” uno scopo informativo e in nessun caso possono sostituire la visita o la prescrizione di un medico o il consiglio di un farmacista.

4) DIFFIDARE DELLE PRESCRIZIONI SENZA VISITA

Nessun medico serio farà mai una prescrizione a un malato sconosciuto senza averlo visitato. Diffidare quindi dei siti e degli esperti che indicano farmaci e terapie sulla semplice descrizione dei sintomi. Non è serio, non è professionale, e può essere molto pericoloso.

5) MONITORARE IL RISPETTO DELLA PRIVACY

Accertarsi che il proprietario di un sito che gestisce le informazioni sulla salute degli utenti (per esempio attraverso il servizio “l’esperto risponde”) rispetti la normativa sulla privacy e garantisca la confidenzialità dei dati.

6) VALUTARE CON LA GIUSTA ATTENZIONE BLOG E FORUM

Possono essere fonti utili, ma anche insidiose perché propongono storie di pazienti e dei loro familiari che suscitano empatia e coinvolgono emotivamente. Fare attenzione perché sono quasi sempre racconti soggettivi, ma non è detto che abbiano affidabilità scientifica. La lettura critica è di rigore.

7) OCCHIO AI MOTORI DI RICERCA

Quando si digita una parola chiave il risultato della ricerca non mostra un elenco di siti in ordine di importanza, ma la selezione può dipendere da altri fattori. Per chiarire, i motori di ricerca lavorano come “Machine Learning”, cioè memorizzano le scelte e i gusti dell’utente per poi proporre argomenti in linea con le preferenze manifestate nelle scelte precedenti. Non fermarsi quindi alla prima ricerca, ma cercare di incrociare più ricerche e più dati.

8) NON “ABBOCCARE” ALLA PUBBLICITA’ MASCHERATA

Un sito di qualità deve sempre tenere separata l’informazione indipendente da quella pubblicitaria che dovrebbe sempre essere palese e dichiarata.

9) ACQUISTARE CON CAUTELA FARMACI ON LINE

Acquistare farmaci online solo da farmacie autorizzate. In Italia, tali esercizi devono avere sul loro sito l’apposito logo identificativo, comune in tutta l’Unione Europea, “Clicca qui per verificare se questo sito web è legale”. Basta cliccare sul logo e si sarà rinviati al sito web del Ministero della Salute dove è possibile verificare se il venditore online è registrato nell’elenco di quelli autorizzati. Se al contrario il sito non è legato a una farmacia, invece, comprare un farmaco online può essere molto pericoloso.

10)NON CASCARE NELLA PSICOSI DEL COMPLOTTO

Nel Web capita spesso di incappare in notizie catastrofiche sull’effetto di vaccini e farmaci. Non perdere mai la capacità di analisi e di critica e confrontarsi sempre col proprio medico.

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Sprechi in sanità, esami pre-operatori “sorvegliati speciali”

Sprechi in sanità, esami pre-operatori “sorvegliati speciali”

Routine, timori (anche legali), inappropriatezza diffusa: la Fondazione Gimbe lancia l’allarme sull’eccesso di esami prima degli interventi chirurgici e pubblica la sintesi italiana delle Linee Guida del Nice


Troppi esami prima degli interventi chirurgici. Non sempre indispensabili, ma prescritti comunque. Per varie ragioni: timori medico-legali ingiustificati, routine professionali consolidate e resistenti al cambiamento, limitata condivisione dei rischi operatori con i pazienti. Un “pezzo” di sanità da tenere sotto osservazione secondo la Fondazione Gimbe, che presenta in Italia la traduzione delle “Linee guida per la richiesta appropriata dei test pre-operatori nella chirurgia elettiva” del britannico National institute for health and care excellence (Nice).

“L’utilizzo routinario – spiega Nino Cartabllotta, presidente della Fondazione Gimbe – di test preoperatori da sottoporre a chirurgia elettiva non incide sulla gestione chirurgica e il riscontro di risultati falsamente positivi genera un ulteriore sovra-utilizzo di prestazioni, quali terapie inappropriate, consulti specialistici ed esami invasivi che possono determinare danni ai pazienti. Inoltre, i conseguenti sprechi non sono dovuti solo all’eccesso di esami, ma anche ai ritardi generati nel processo chirurgico”.

La linee guida del Nice prendono in considerazione lo stato fisico del paziente secondo le classi di rischio Asa(American society of anesthesiologists) e la complessità dell’intervento chirurgico (minore, intermedia, maggiore), forniscono le raccomandazioni per i test diagnostici con un pratico schema che utilizza i colori del semaforo: rosso (non di routine), giallo (raccomandato in casi particolari), verde (sempre raccomandato).

“Il Nice –  continua Cartabellotta – raccomanda di includere i risultati di tutti i test pre-operatori effettuati dal medico di famiglia quando si richiede un consulto chirurgico, oltre che considerare tutti i farmaci assunti dal paziente prima di effettuare qualsiasi test pre-operatorio, al fine di evitare inutili duplicazioni di esami, in particolare quelli eseguiti per specifiche comorbidità o terapie assunte dal paziente”.

La Fondazione Gimbe pone l’accento anche sul ruolo delle linee guida nella nuova legge sul rischio clinico (24/2017). L’articolo 5 fa riferimento alla tutela medico-legale del professionista che si attiene a “linee guida elaborate da elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonché dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie e, in assenza di queste, da buona pratiche clinico-assistenziali”. Il lavoro del Nice è, per la Fondazione, un esempio da seguire.

 

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Svelato un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici

Svelato un nuovo meccanismo di resistenza agli antibiotici

Grazie a un potente microscopio un gruppo di ricercatori australiani ha scoperto che le infezioni resistenti da stafilococco aureo sviluppano una mutazione a varie cellule di distanza dai ribosomi, i complessi macromolecolari responsabili della sintesi proteica


È un “metodo di resistenza sorprendente e non ortodosso” quello che lo stafilococco aureo utilizza per raggirare l’effetto degli antibiotici di ultima linea. Ad affermarlo Matthew Belousoff del Biomedicine Discovery Institute della Monash University di Melbourne che con il suo team è riuscito a svelare il meccanismo attraverso un microscopio elettronico per documentare a livello molecolare i cambiamenti che avvengono nei batteri quando diventano resistenti agli antibiotici. In particolare i ricercatori hanno comparato sotto il microscopio elettronico le strutture cellulari di specie di stafilococco aureo resistenti e non resistenti, e hanno osservato che le infezioni resistenti sviluppano una mutazione a varie cellule di distanza dai ribosomi, i complessi macromolecolari responsabili della sintesi proteica. La mutazione causa un effetto a cascata sulla sistemazione strutturale della cellula e gradualmente corrompe l’area raggiunta dall’antibiotico. Nei casi di infezione da stafilococco, circa uno su cinque è resistente agli antibiotici, ricorda lo studioso. E l’infezione è comune nella popolazione: nella maggior parte dei casi è innocua, ma può essere letale su persone con sepsi. Quasi tutte le infezioni sono ormai diventate resistenti all’antibiotico più comunemente prescritto, la meticillina. Farmaci finora riservati come ultima linea di difesa, presto dovranno essere usati in prima istanza.

“Sappiamo che i batteri hanno una grande capacità di adattarsi ai cosiddetti stress ambientali, e nulla causa più stress quanto una forma di vita che cerca di ucciderli” scrive Belousoff. “Ovviamente si cerca di ucciderli con gli antibiotici ma si adattano rapidamente. Finora non sapevamo come, quale fosse il meccanismo”. Gli antibiotici attaccano le infezioni interferendo con il ribosoma batterico, la parte della cellula che produce proteine. E la cellula muore se non può più produrre proteine. “L’antibiotico funziona bloccando gli ingranaggi e la cellula non può più produrre proteine, ma i batteri resistenti trovano la maniera di oleare la macchina e di riavviarla”, spiega ancora. La scoperta riguarda solo il modo con cui lo stafilococco sconfigge il farmaco linezolid, ma la nuova tecnologia potrà essere adattata per formulare nuovi farmaci e a combattere altri batteri.

 

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Vaccini, via libera in Europa ad anti-meningococco B per adolescenti e adulti

Aziende

Vaccini, via libera in Europa ad anti-meningococco B per adolescenti e adulti

La Commissione Ue ha approvato Trumenba di Pfizer per soggetti dai 10 anni in su, somministrabile in due o tre dosi

di Redazione Aboutpharma Online 31 maggio 2017

 

Una nuova arma per proteggersi dalla meningite: la Commissione europea ha approvato Trumenba, vaccino contro il meningococco B per adolescenti e adulti prodotto da Pfizer. A darne notizia è una nota dell’azienda.

La malattia meningococcica invasiva causata da Neisseria meningitidis di sierogruppo B (MenB) è responsabile in Europa del 60% dei casi tra i più giovani, anche a causa di fattori di rischio ambientali e sociali: ritrovarsi in ambienti chiusi e condividere bevande, bicchieri o altro.

La posologia del nuovo vaccino – spiega la nota di Pfizer – prevede una schedula vaccinale a due e tre dosi, dando la flessibilità ai professionisti sanitari di somministrare il vaccino a seconda del rischio di esposizione e di suscettibilità al MenB.

L’approvazione della Commissione Ue si basa sui risultati di un programma di sviluppo clinico in cui sono stati valutati più di 20mila adolescenti e adulti. Dalla sua prima approvazione negli Stati Uniti nel 2014, Trumenba è stato somministrato a circa 600mila adolescenti e giovani adulti.

“Siamo fermi nel nostro impegno per far progredire e modellare il futuro dei vaccini – commenta Susan Silbermann, presidente e general manager di Pfizer Vaccines – al fine di aiutare ad affrontare le gravi minacce sanitarie in tutto il mondo che abbiano il maggior impatto pubblico. E lavoriamo per assicurare un’offerta costante e affidabile per tutti i vaccini che produciamo, incluso Trumenba con scadenza a 36 mesi”. Seppur con approvazioni diverse in vari Paesi, il portafoglio di vaccini meningococcici di Pfizer include prodotti che aiutano a proteggere da cinque delle più comuni malattie da sierogruppo A, B, C, W e Y, che possono minacciare la salute delle persone in diversi momenti della loro vita.

 

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Scoperta nuova malattia genetica del neurosviluppo

Medicina scienza e ricerca

Scoperta nuova malattia genetica del neurosviluppo

La ricerca condotta da un gruppo di ricercatori dell’Ieo, ha identificato il meccanismo patologico alla base di una grave sindrome del neurosviluppo finora sconosciuta e che da oggi sarà diagnosticabile. Alla base, mutazioni del gene Ying Yang, già noto in ambito oncologico

di Redazione Aboutpharma Online 8 giugno 2017

 

Si chiama – almeno provvisoriamente – “Sindrome da aploinsufficienza di YY1” ed è una delle tante malattie del genetiche dello sviluppo finora sconosciute e non diagnosticate. Oggi grazie alla scoperta di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano questa malattia ha un nome, una causa nota, un meccanismo patologico chiaro che in futuro potrà portare, auspicabilmente, a un trattamento farmacologico che ne allevi almeno in parte i sintomi. In particolare Giuseppe Testa, direttore del laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali e i suoi collaboratori (Michele Gabriele, Anneke T. Vulto van Silfhout, Pierre Luc Germain e Alessandro Vitriolo) sono i primi autori di un articolo pubblicato su The American  Journal of Human Genetics, in cui viene chiarito che il gene YY1 – il cui ruolo è ben noto in ambito oncologico e in biologia dello sviluppo – è anche causa di una sindrome del neurosviluppo caratterizzata da disabilità intellettive e malformazioni congenite, definita, appunto, provvisoriamente “Sindrome da aploinsufficienza di YY1”. YY1 è importante per l’embriogenesi e la sua mutazione è già stata associata all’insorgenza di diversi tumori, tra cui quelli alla mammella e alla prostata. Il suo nome, Ying Yang, si deve alla sua caratteristica di “Giano bifronte”: YY1 infatti può attivare o disattivare molti altri geni a seconda del contesto cellulare e degli stimoli ambientali, controllandone la funzione sia normalmente che durante l’insorgenza di processi patologici come la cancerogenesi, quando le mutazioni avvengono in individui adulti.

Lo studio ha evidenziato invece come, quando le mutazioni del gene YY1 avvengono all’inizio dello sviluppo, si origini la cosiddetta “Sindrome da aploinsufficienza di YY1”. In particolare, il lavoro dei ricercatori ha chiarito che queste mutazioni agiscono alterando l’espressione genica e lo stato dell’acetilazione della cromatina. L’acetilazione degli istoni, che costituiscono la cromatina, è un meccanismo chiave che promuove l’attività dei geni, spesso alterato anche nella cancerogenesi: farmaci capaci di inibire o favorire l’acetilazione esistono già, e molti di questi sono già in avanzata sperimentazione clinica per molti tumori. Pertanto la scoperta di un deficit di acetilazione nei pazienti colpiti da mutazioni di YY1 apre possibilità concrete di testare in futuro questi modulatori dell’acetilazione come approcci terapeutici.
 Come risultato immediato invece questa ricerca porta con sé la diagnosi, possibile sin da oggi: un grande progresso a livello clinico per il mondo delle malattie genetiche rare.

“La genetica e in particolare il sequenziamento del genoma effettuato con le nuove tecnologie di next generation sequencing – spiega Giuseppe Testa –  sta aprendo nuove speranze per queste famiglie, perché la diagnosi è il primo passo verso un’assistenza adeguata e, ancor prima, verso una consapevolezza della causa di malattia che, dall’esperienza che abbiamo, rappresenta un enorme sollievo per le famiglie coinvolte”. Altro importante esito dello studio è la conferma che alcuni geni, già noti per il loro ruolo nella formazione di tumori, sono anche all’origine di malattie genetiche dello sviluppo intellettivo.“YY1–continua Testa – è un caso paradigmatico di questa sorta di “doppia identità” di alcuni geni: una linea interpretativa che apre infinite nuove possibilità di ricerca”.

Lo studio è stato finanziato da AIRC, Telethon, ERC, ministero della Salute e RegioneLombardia.

 

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