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    • 2021-04-20 00:00:00

    La lunga storia delle mascherine: da quelle a becco alle filtranti



    Non ha bisogno di presentazioni la maschera a forma di becco che i medici iniziarono a usare per proteggersi dalla peste a partire dal XVI secolo. Talmente iconica da diventare poi negli anni una maschera del carnevale e della commedia italiana (come parte dell’insolito costume del “medico della peste”), ma che al tempo assunse anche connotazioni sinistre essendo associata alla morte, spesso inevitabile per chi si ammalava. È proprio da questa caratteristica maschera che ha inizio la storia dei dispositivi protettivi che tutti hanno imparato a conoscere molto bene nel corso della pandemia di Covid-19, ma che in realtà sono parte delle politiche di prevenzione sanitarie già da secoli. “La storia dovrebbe essere maestra ma spesso non lo è” commenta Vittorio Sironi, docente di Storia della medicina e della sanità e Antropologia medica all’Università di Milano Bicocca, dove dirige il Centro studi sulla storia del pensiero biomedico e autore del libro “Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus” edito da Carocci. Difficile infatti dimenticare la controversia sull’uso delle mascherine come dispositivo di protezione individuale contro il Sars-Cov2, di cui per settimane si parlò la scorsa primavera. Eppure come ricorda ancora lo storico, già nel 1918 con la Spagnola, i dati parlavano chiaro: “il solo uso della mascherina infatti era capace di ridurre il contagio del 15-20%, tanto che le città e gli Stati che le resero obbligatorie ebbero un’incidenza del contagio diverso. Dato storico che ne avrebbe dovuto far capire da subito l’utilità”.


    La nascita delle “maschere della salute”

    Maschere della salute. Chiama così Sironi tutte quelle maschere che nei secoli sono state sviluppate a scopo medico o protettivo, anche nello sport e nel lavoro a partire proprio dalla più famosa a forma di becco. La loro storia inizia nel Rinascimento quando si fa largo l’idea che le malattie contagiose dell’epoca – tra cui la peste nera appunto – fossero dovute ai “miasmi”. Cioè l’aria cattiva, pungente e malsana che secondo le credenze del tempo era la causa dell’infezione. Così cominciarono a essere usati fazzoletti anche impregnati di essenze, che avevano il compito di allontanare i miasmi mortiferi. Fino ad arrivare alle più elaborate “maschere della peste”, dotate di un lungo becco dentro il quale i medici inserivano una serie di essenze odorose e paglia. “Allora la medicina non era così efficiente e la prima strategia per evitare il contagio era fuggire il più presto e lontano possibile dal centro del contagio, per tornare una volta finita l’epidemia” racconta Sironi. “I medici che restavano e decidev      ano di curare i malati, oltre alla caratteristica maschera usavano una lunga palandrana di tela cerata, guanti, occhiali, cappello a testa larga, e un bastone che permetteva di visitare il malato da lontano senza toccarlo con le mani. A volte il bastone era dotato di una sorta di lama che permetteva di incidere i bubboni”. Questo abbigliamento, noto come abito del medico della peste, fu ispirato dalle armature dei soldati ed era il modo con cui i medici cercavano di difendersi dal contagio. “Era un presidio poco efficace ma dava l’idea anche della morte che arrivava” aggiunge lo storico. “E può essere considerata la prima delle maschere della salute, che saranno sviluppate qualche secolo dopo”.


    La mascherina chirurgica

    Bisognerà aspettare l’Ottocento infatti prima di incappare nella prima vera maschera medica, cioè quella chirurgica. Nella seconda metà del secolo viene finalmente superato il concetto di miasmi, anche grazie agli studi di Robert Koch che nel 1882 scopre l’agente eziologico della tubercolosi, dimostrando che i germi sono la causa delle malattie infettive. Si comincia così a pensare a possibili rimedi progettati per uccidere selettivamente l’agente patogeno che causa l’infezione. Farmaci che funzionano come una sorta di “pallottola magica” o “magic bullets” come li chiamò Paul Ehrlich, premio Nobel della Medicina nel 1908 e fondatore della terapia che usa i composti chimici, i chemioterapici, per agire in maniera specifica contro i microbi responsabili delle malattie infettive. In parallelo la chirurgia inizia a essere più efficace: vengono utilizzati anestetici e sostanze chimiche per sterilizzare il campo operatorio, anche se in modo grossolano. Il rischio di infezione resta però alto e spesso è la causa del decesso del paziente. Fino a quando grazie a Carl Flügge – che dimostra che è sufficiente la normale conversazione per diffondere nell’aria goccioline contenenti batteri del naso e della bocca – si capisce che la causa della sepsi può essere anche il chirurgo, che semplicemente respirando o parlando è in grado di contaminare la ferita. Nel 1897 il chirurgo austriaco Johann von Mikulicz Radecki ipotizza di utilizzare una protezione – una semplice garza – su bocca e naso per impedire che le goccioline cadano nel campo operatorio. Nello stesso anno il chirurgo francese Paul Berger opera per la prima volta con una mascherina di garza sul viso. “Fu il punto di partenza per usare garze sempre più elaborate” commenta Sironi che aggiunge anche come all’inizio l’utilizzo di questo presidio fu molto osteggiato. “Com’era successo con Ignác Semmelweis, medico ungherese che aveva introdotto il concetto di disinfezione delle mani per ridurre l’incidenza delle infezioni, così accadde anche per l’utilizzo delle mascherine che in principio fu molto dibattuto. Nel giro di qualche anno però le mascherine chirurgiche iniziarono a diventare un presidio utilizzato dal chirurgo e non solo in sala operatoria. Qualche anno dopo all’inizio del Novecento, soprattutto grazie a William Halsted, un chirurgo americano molto rinomato, si iniziarono a usare anche i guanti e una protezione per i capelli e iniziò a delinearsi la figura del chirurgo come la conosciamo oggi”.


    Proteggere gli altri e sé stessi 

    Sempre in quegli anni la mascherina chirurgica inizia ad assumere anche un altro connotato, quello di strumento in grado di proteggere sé stessi da un’eventuale infezione. Ne è una conferma il caso della scarlattina, malattia molto diffusa nel Novecento e di facile trasmissione, che venne tenuta sotto controllo proprio grazie all’uso delle mascherine da parte di medici e malati. Nacque così l’idea che tale presidio potesse difendere non solo il paziente che si sottoponeva a un’operazione chirurgica, ma anche chiunque fosse esposto al contagio. Tant’è che, come già ricordato e come testimoniano le foto dell’epoca, durata la pandemia di influenza spagnola del 1918 furono utilizzate proprio a tale scopo. “L’uso delle mascherine per evitare di essere contagiati venne molto propagandata soprattutto negli Usa e si dimostrò un mezzo efficace come dimostrano i dati del tempo” commenta Sironi. “Questo portò a pensare che potessero essere un elemento di protezione. Un presidio di bassa tecnologia ma di alta efficienza, ancora oggi molto importante nella gestione delle epidemie – come dimostra la pandemia di Covid-19 – nonostante tutti i farmaci e le tecniche anti contagio più elaborate sviluppate nel tempo”.


    La peste in Manciuria

    La mascherina chirurgica però, come è ormai ben noto, è utile per proteggere gli altri dal contagio, se chi la porta è infetto, ma poco utile per proteggere chi la indossa nel caso si tratti di una persona sana. In questo caso per limitare il più possibile il contatto con il virus o il batterio è più indicato usare un altro tipo di mascherina, quella filtrante, come la ormai famose Ffp2 o Ffp3. Il primo esempio di tale dispositivo lo si deve a Wu Lien-teh, un medico cinese che collaborò a tenere sotto controllo un’epidemia di peste che si diffuse in Manciuria tra il 1910 e il 1911, con una mortalità molto elevata. Wu Lien-teh si rese conto che le mascherine chirurgiche indicate come mezzo anti contagio avevano un’efficacia decisamente bassa. Così ne mise a punto una versione più elaborata, composta da vari strati di garza e cotone sovrapposti, con una forma a conchiglia che consentiva di aderire perfettamente al viso per coprire naso e bocca. “Anche se le mascherine filtranti come le conosciamo noi oggi sono state elaborate negli anni ’60, l’idea nasce in quel periodo” sottolinea Sironi. “Queste mascherine, nell’ambito di quella che chiamo l’etnografia urbana, sono state definite ‘altruiste’ ed ‘egoiste’, a seconda se salvaguardino il paziente (le chirurgiche) o chi le indossa (le filtranti). Con un’ulteriore specificazione riguardante le filtranti Ffp: senza valvola o con valvola che, sebbene permetta a chi indossa la mascherina di respirare meglio, è un pericolo per gli altri. Le mascherine con la valvola infatti, hanno senso solo per gli operatori sanitari o per i lavoratori che devono indossarle per molte ore, ma in un contesto non pandemico”.


    Dall’anestesia al football 

    Al di là della funzione protettiva contro i patogeni, le mascherine possono avere anche una funzione terapeutica in ambito medico. “Come quelle usate per l’anestesia che all’inizio del Novecento erano fatte solo con un filo di ferro incrociato, sul quale era appoggiata una garza dove poi veniva messo etere o cloroformio” afferma Sironi. “Le maschere terapeutiche però nascono negli anni ‘60 con una precisa storia”. Tra queste la ambu – dotata di un pallone auto-espandibile utilizzato per il supporto dell’attività respiratoria e come manovra nella rianimazione – e la maschera C-pap (Continuous Positive Airway Pressure), che consente una ventilazione meccanica a pressione positiva continua, usate per gestire diversi problemi respiratori, tra cui quelli associate a Covid-19 che non richiedevano l’intubazione (per cui sono state utilizzate sia maschere sia caschi appositamente sviluppati, per questi ultimi vedi Aboutpharma n°186). Infine un’altra categoria di maschere molto utilizzata è quella protettiva, come le anti-gas, inventate nella prima guerra mondiale quando si usavano i gas tossici. Da cui poi sono nate tutta una serie di dispositivi professionali utilizzati da chi lavora con polveri gas ecc. E infine le maschere sportive, come quelle impiegate dai giocatori di football americano, fatte da fili di ferro intrecciati che proteggono il viso da eventuali colpi.


    La funzione apotropaica

    Sbagliato però pensare che le mascherine abbiano una funzione solo nella biomedicina, quella moderna tipica dell’occidente. Perché le maschere sono un elemento fondamentale anche dell’etnomedicina, le culture mediche tradizionali presenti in altri ambiti territoriali come Africa e Asia, dove svolgono una funzione apotropaica. Sono indossate da sciamani e stregoni durante i riti per guarire le persone o per scongiurare che intervenga una condizione patologica e spesso riproducono una condizione patologica nei confronti dei quali si cerca protezione. “Molte maschere soprattutto quelle africane hanno una deformazione del naso o della bocca simile a quella che si verifica con la paralisi del settimo nervo cranico” precisa Sironi. “Inoltre va considerato che soprattutto in Africa, ma anche in Oriente, la malattia non è qualcosa di legato all’individuo ma è dovuta all’alterazione di un equilibrio di tipo sociale. La terapia quindi è indirizzata più che al soggetto ammalato, a riportare ordine in un ambito sociale che essendosi alterato ha portato al concretizzarsi della malattia. Le ritualità degli sciamani di indossare la maschera, ballare e cantare hanno questo senso”.


    “In tutti questi contesti i professionisti della salute, che siano chirurghi e medici o sciamani usano le maschere come strumenti atti a prevenire l’infezione e la malattia, ed evitare il maligno e il male” continua Sironi. “Ma anche ad assistere, con le maschere terapeutiche per la ventilazione assistita per guarire il malato e a curare, con le maschere-talismano apotropaiche, per ‘allontanare’ la malattia e lo spirito maligno che l’ha determinata”.


    Gli aspetti psicologici

    Oltre che essere un importante strumento medico in ambito sanitario, la mascherina nel tempo è stata investita anche di una valenza socio–antropologica rilevante. Ha infatti il doppio e ambivalente effetto di trasformare le persone e qualificarle. Una maschera può nascondere un volto e ingannare, permettendo di compiere crimini o atti anonimi o semplicemente atti di finzione e divertimento, come le recite teatrali o le feste carnevalesche. Ma può anche rivelare molto su chi la indossa: per esempio l’ambito professionale in cui opera.


    Dal punto di vista psicologico e neurofisiologico invece la mascherina coprendo una parte del viso rende non perfettamente e immediatamente identificabile una persona. Il che ha varie ripercussioni. Prima di tutto perché viene vissuto come qualcosa che ci toglie un’identità e perché il nostro io attraverso il volto esprime tutta una serie di modalità di comunicazioni che in questo modo viene ridotto e alterato. “Questo fatto può creare problemi non solo dal punto di vista psicologico, ma anche neurofisiologico” conclude l’esperto. “Perché il nostro cervello è dotato di cellule che si attivano elettivamente quando abbiamo di fronte un volto e hanno il compito di riconoscerlo, che si tratti di un volto noto o meno. Quando mancano elementi fondamentali come i segni che contraddistinguono la bocca o il naso queste cellule entrano in sofferenza perché non sono messe in condizioni di attivarsi. Si tratta di un aspetto da tenere in considerazione perché crea condizioni di squilibro che in qualche modo hanno una loro ripercussione. Restano gli occhi che hanno un’importanza notevole anche dal punto di vista neurofisiologico, perché anche un loro minimo movimento attiva l’amigdala e consentite di cogliere l’atteggiamento di chi abbiamo di fronte, che può essere amichevole od ostile. Le nostre strutture profonde e antiche sono state selezionate per imparare a riconoscere che tipo di reazione dobbiamo avere: se vediamo un atteggiamento ostile ci mettiamo subito in condizione di difesa, viceversa se l’atteggiamento è di tipo empatico siamo disponibili a entrare in una relazione di tipo positivo”.