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    • 2022-05-03 00:00:00

    Scoperto un collegamento tra placche aterosclerotiche e cervello


    La connessione tra placche aterosclerotiche e cervello

    Le placche aterosclerotiche sono un segno distintivo dell’aterosclerosi, le cui conseguenze, dall’infarto all’ictus fino ai problemi vascolari periferici costituiscono di fatto la principale causa di morte in età avanzata. “In corrispondenza di una placca aterosclerotica – spiega Daniela Carnevale, Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale del Neuromed e Professore Ordinario dell’Università Sapienza di Roma – si forma anche un aggregato di cellule immunitarie nella parete esterna del vaso sanguigno. Questo aggregato, chiamato Atlo e simile ad un linfonodo, è ricco di fibre nervose. Il nostro lavoro ha prima di tutto dimostrato che attraverso di esse si stabilisce una connessione diretta tra la placca e il cervello”.

    Come funziona la connessione

    I ricercatori italiani e tedeschi hanno quindi ricostruito l’intero percorso delle fibre nervose fino al sistema nervoso centrale. “A questo punto – continua Carnevale – siamo stati in grado di vedere che questi segnali provenienti dalla placca, una volta raggiunto il cervello, influenzano il sistema nervoso autonomo attraverso il nervo vago (il nervo che controlla la maggior parte dei nostri organi e funzioni viscerali, ndr) fino a raggiungere la milza. Qui avviene una attivazione di specifiche cellule del sistema immunitario che entrano in circolazione e portano alla progressione delle placche stesse”.

    Il circuito “artery-brain circuit”

    È un vero e proprio circuito nervoso, che gli autori della ricerca hanno definito “Abc” ovvero “artery-brain circuit”. E come tutti i circuiti, può essere scollegato o modulato. “Abbiamo condotto ulteriori esperimenti interrompendo le connessioni nervose che raggiungono la milza” ha aggiunto la professoressa. “In questo modo sono venuti a mancare gli impulsi sulle cellule immunitarie presenti in questo organo. Il risultato è che le placche presenti nelle arterie non solo hanno rallentato la crescita, ma si sono stabilizzate”.

    La traslazione in clinica

    Considerando che la stabilità della placca aterosclerotica è uno dei tratti clinicamente più rilevanti nella valutazione della gravità della malattia nel paziente, e che in questo studio sono state identificate le componenti del circuito “Abc” anche in reperti di arterie umane affette da aterosclerosi, si prospetta un potenziale traslazionale molto rilevante.

    “Si tratta di una visione assolutamente nuova, che apre la strada a strategie terapeutiche fino ad oggi sconosciute” riferisce Giuseppe Lembo, Responsabile del Dipartimento di Angiocardioneurologia e Medicina Traslazionale del Neuromed e Ordinario dell’Università Sapienza di Roma. “L’ipotesi su cui lavorare ora è la possibilità di agire, con specifici dispositivi bioelettronici, sulle terminazioni nervose che raggiungono la milza, in particolare sul ramo del nervo vago che è connesso al ganglio celiaco. In altri termini, un intervento terapeutico non farmacologico per contrastare il problema dell’aterosclerosi”.