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    • 2022-06-20 00:00:00

    Crollano i contagi da Hiv ma anche i test diagnostici

    Timori sui dati del 2020

    Gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) disponibili sulle nuove diagnosi di Hiv, relativi al 2020, mostrano una riduzione delle infezioni nel Paese (1.303 casi totali, una riduzione del 47% rispetto al 2019). “È un risultato, difficilmente interpretabile. Temiamo che nel corso della pandemia sia diminuita l’attenzione nei confronti dello screening precoce, quindi che siano stati effettuati molti meno test”, osserva Antonella Castagna, primario dell’Unità di Malattie Infettive dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Lo stesso rapporto dell’Iss indica inoltre, sempre per il 2020, che l’incidenza più elevata di nuove diagnosi riguarda la fascia di età tra i 25 e i 29 anni (5,5 nuovi casi per 100 mila residenti, il 13,1 % delle nuove diagnosi, contro i 3,6 casi per 100 mila residenti nella fascia 40-49 e i 5,2 della fascia 30-39), e documenta la presenza di nuove diagnosi da Hiv in 99 ragazzi con età inferiore ai 25 anni. “Questo è un campanello d’allarme, che indica la necessità di tornare a parlare di Hiv, fare comunicazione e informazione in particolare tra i giovani sessualmente attivi e nelle scuole”.


    Diagnosi tardive

    Un’altra nota dolente del rapporto: dal 2015 è aumentata la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l’infezione da Hiv. Nel 2020 i due terzi degli eterosessuali risultati positivi hanno ricevuto una diagnosi di malattia avanzata, più di un terzo delle persone con nuova diagnosi ha scoperto l’infezione a causa della presenza di sintomi o patologie correlate all’Hiv.


    Il tampone non fa “scuola”

    Qui il pensiero si rivolge all’esperienza fatta con il Covid-19 e all’enorme numero di tamponi effettuati durante la pandemia. Abbiamo imparato a effettuare test, in farmacia, in ospedale, a casa, al minimo starnuto e colpo di tosse, prima delle vacanze, per non rischiare di contagiare i parenti e dopo essere stati in contatto con un positivo o sospetto positivo. Non ci è stato insegnato forse con altrettanta insistenza a effettuare un test per l’Hiv (gratuito e anonimo, tra l’altro), dopo ogni rapporto a rischio.


    Covid o Aids? Stigma sproporzionato

    D’altra parte, in quanti hanno preferito, di fronte ai sintomi di influenza, non fare un tampone per paura di restare chiusi in casa e delle conseguenze sociali, seppur minime e temporanee, che questo avrebbe comportato? Lo stigma sociale che purtroppo non ha mai smesso di caratterizzare l’Hiv e la sua malattia, l’Aids, è ben più importante e radicato di quello provato da chi temeva di avere il Covid-19. Anche perché associato alla sfera sessuale e al senso di colpa dell’aver avuto rapporti non protetti: la paura e la vergogna possono essere dei fattori decisivi nella scelta di effettuare un test.


    Indispensabile la terapia precoce

    Tuttavia, insiste Castagna, “resta di importanza cruciale che una persona che abbia avuto rapporti a rischio faccia il test, per poter iniziare rapidamente la terapia antiretrovirale in caso di positività”. Il virus riconosce e infetta in modo specifico le cellule del sistema immunitario che esprimono il recettore CD4, in particolare i linfociti T CD4+, che sono “i direttori d’orchestra del sistema immunitario”, prosegue Castagna. L’infezione provoca quindi un indebolimento delle difese immunitarie, con una diminuzione del numero di queste cellule e il rischio di insorgenza di patologie opportunistiche. “Ad oggi disponiamo di terapie di combinazione, di due o tre farmaci, altamente efficaci nel ridurre la carica virale e nel favorire il ripristino dei linfociti CD4+. Prima si inizia la terapia – aggiunge l’esperta – immediatamente disponibile e gratuita, migliore sarà il recupero del paziente che, grazie agli antiretrovirali, ha una speranza di vita simile a quella della popolazione generale”.


    Il meccanismo degli antiretrovirali

    Al momento della diagnosi di infezione, nel sangue possono essere presenti anche milioni di copie di virus per millimetro cubo di sangue. “Grazie ai farmaci, nel giro di pochi mesi, la viremia diminuisce drasticamente fino ad arrivare a livelli inferiori a cinquanta copie per microlitro di virus” e il numero di linfociti CD4+ aumenta di circa 200-300 cellule per millimetro cubo nell’arco di un anno. Se la diagnosi viene fatta tardivamente, il virus ha il tempo di erodere le difese immunitarie del paziente. Il numero di linfociti CD4+ scende al di sotto delle 350-200 per microlitro, e con lo stabilirsi dell’immunodeficienza aumenta il rischio di infezioni opportunistiche. “Nel momento in cui il paziente inizia il trattamento antiretrovirale si assiste a un recupero immunologico, ma molti dati evidenziano che l’organismo continua a portare le tracce di questa cicatrice per sempre”.


    L’eradicazione non è un miraggio

    Una diagnosi precoce, associata al trattamento farmacologico, non solo permette un controllo ottimale dell’infezione, ma potenzialmente potrebbe essere lo strumento per porre fine alla trasmissione dell’Hiv. Numerosi e ampi studi (come PARTNER, PARTNER- 2 e Opposites Attract) nel corso degli ultimi quindici anni hanno infatti dimostrato che i soggetti Hiv positivi trattati con antiretrovirali e che presentano una soppressione virologica stabile, non trasmettono il virus per via sessuale. In un documento di consenso del 2019, promosso dalla Società italiana malattie infettive e tropicali (Simit) e dall’Italian conference on Aids and Antiviral Research (Icar) e che ha visto la partecipazione di numerose associazioni per la lotta contro l’Aids, viene specificato, sulla base dell’analisi della letteratura disponibile, che il rischio di trasmettere l’Hiv, attraverso rapporti sessuali senza profilattico da un partner Hiv-positivo in terapia antiretrovirale con viremia stabilmente soppressa, è completamente assente. La soglia di viremia di Hiv al di sotto della quale una persona positiva in terapia non trasmette l’infezione per via sessuale a un partner sieronegativo è pari a 200 copie per millilitro e lo stato di non-contagiosità si definisce dopo un periodo di almeno sei mesi dall’inizio della terapia. È facile immaginare che se tutti, in ogni Paese, facessero un test per l’Hiv e chiunque risultasse positivo iniziasse la terapia, la circolazione del virus si ridurrebbe enormemente. Idealmente, con il tempo, potrebbe cessare del tutto. Paradossalmente disponiamo di più strumenti per la terapia contro l’Hiv rispetto a quelli per contrastare Sars-CoV-2. Nonostante ciò, grazie allo sviluppo rapidissimo di vaccini, alle misure di restrizione e a una campagna di comunicazione fortissima, si è riusciti a far fronte alla pandemia.


    Tempo di nuove campagne

    Manca probabilmente una significativa campagna sull’Hiv, che trasmetta l’importanza della prevenzione e della diagnosi, l’efficacia delle terapie e che contrasti lo stigma. Colpisce l’ampio divario tra i risultati che potremmo raggiungere con gli strumenti a disposizione e ciò che invece viene fatto realmente. Nel momento in cui, in particolare con le piattaforme vaccinali basate sul mRNA, si è riaccesa la speranza nella possibilità di sviluppare vaccini efficaci contro l’Hiv varrebbe la pena chiedersi quanto, i risultati che otteniamo nel contrastare l’epidemia, dipenda da aspetti medico-scientifici e quanto da questioni sociali e di politica sanitaria.


    U=U: uno strumento contro lo stigma

    “Non viene fatta comunicazione su U=U (acronimo per l’inglese Undetectable Equals Untransmittable: non rilevabile è uguale a non trasmissibile), eppure si tratta di un risultato straordinario in termini di salute pubblica”, commenta Massimo Oldrini, presidente della Lega italiana per la lotta contro l’Aids (Lila). “Questa evidenza è anche lo strumento più potente di cui disponiamo per contrastare lo stigma e smontare i pregiudizi e gli stereotipi legati all’infezione: una persona con Hiv in trattamento non rappresenta un pericolo per gli altri”. Grazie a questa consapevolezza, in Inghilterra medici e dentisti sieropositivi sono stati nuovamente autorizzati ad esercitare la professione dopo un divieto durato vent’anni.


    Il grande “sommerso”

    Il primo passo per controllare un’infezione in un Paese, continua Oldrini, consiste nel conoscerla. Covid-19 insegna: ogni giorno sono stati e sono tuttora pubblicati i dati su numero di tamponi effettuati, persone positive, persone ospedalizzate, guariti e decessi. Tali cifre hanno permesso l’analisi costante dell’andamento della pandemia e fornito le conoscenze di base che hanno rappresentato il punto di partenza imprescindibile per le politiche sanitarie adottate nei diversi paesi. Purtroppo, almeno finora, le infezioni da Hiv non sono state monitorate con altrettanta attenzione. Prosegue Oldrini: “In Italia non sappiamo e non abbiamo mai saputo quanti test Hiv vengono effettuati. Disponiamo solo di cifre relative ai test somministrati prima delle operazioni chirurgiche oppure forniti dalle Ong che offrono i test gratuitamente, ma non abbiamo un’idea del numero totale”. Si tratta di un grande limite che impedisce di fare analisi accurate sull’andamento dell’epidemia e di capire qual è il sommerso, il numero di persone inconsapevolmente portatrici del virus. In Italia le persone in trattamento sono circa 130 mila, “le stime ufficiali considerano un sommerso che può arrivare fino a 20 mila persone, ma potrebbero essere molte di più”. Sono comunque in atto diverse strategie per aumentare la diffusione dei test e far emergere il sommerso. “Il decreto del ministero della Salute del 17 marzo 2021 – aggiunge ancora Oldrini – consente l’esecuzione di test Hiv da parte di personale laico opportunamente formato. Da diversi anni poi è possibile acquistare un test ematico, di terza generazione in farmacia e molto presto sarà disponibile, sempre in farmacia, anche un test salivare”.


    Altri numeri

    I dati dell’Unaids sull’epidemia di HIV e AIDS, stimano che nel 2020 a fronte di 37,7 milioni di persone che nel mondo vivevano con il virus, ci siano state 1,5 milioni di nuove diagnosi. Una cifra ben lontana dall’obiettivo dell’Oms di scendere sotto le 500 mila infezioni in quello stesso anno. Ora l’obiettivo è stato spostato al 2030, ma resta comunque ambizioso: esistono ancora numerosi Paesi in cui la popolazione non ha accesso gratuito e immediato ai farmaci e ai test per la diagnosi. “In Italia disponiamo di un vantaggio di cui dobbiamo approfittare, senza abbassare la guardia”, conclude Castagna. Occorre dare il via a un’importante sensibilizzazione, subito. Anche perché, come nota Oldrini, “se anche in Italia si diffondesse la campagna U=U, prima che riesca a smontare pregiudizi e paure ci vorranno anni perché diventi patrimonio interiorizzato dalle persone che fino a ieri erano terrorizzate dal test nonostante avessero avuto rapporti non protetti”.


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