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    • 2016-04-26 12:41:28

    Dolore cronico, casi in aumento e trattamento ancora inadeguato

    Medicina scienza e ricerca

     

    Dolore cronico, casi in aumento e trattamento ancora inadeguato

     

    Un’indagine condotta dal Movimento Consumatori, in collaborazione con il Centro studi Mundipharma, ha mostrato che circa la metà degli intervistati presenta un dolore cronico, nella maggior parte dei casi trattato con Fans o paracetamolo. Solo 4 persone su 10 però si ritengono soddisfatte della gestione della malattia

    di Redazione Aboutpharma Online 22 aprile 2016

     

    Negli ultimi dieci anni, nonostante anche l’introduzione della legge 38/2010 sul dolore, la prevalenza della malattia in Italia è aumentata e resta ancora sottotrattata o curata in maniera non adeguata. È quanto emerge da un’indagine condotta dal Movimento Consumatori, in collaborazione con il Centro studi Mundipharma. Secondo l’indagine – condotta su un campione di circa duemila soci del Movimento consumatori – circa la metà degli intervistati (il 46,4%) ha dichiarato di convivere con un dolore cronico, cioè che dura in maniera costante da almeno tre mesi. Di questi l’87% afferma di avere dolore da oltre sei mesi. Tra le cause annoverate per l’insorgenza della malattia (così viene ormai considerato il dolore cronico) nell’49,8% dei casi si parla di artrosi, seguita da mal di testa ed emicrania (19,9%) e artrite (14,4%( mentre) l’origine oncologica si riscontra solo nel 4% degli intervistati. Gli intervistati inoltre hanno dichiarato di convivere con un dolore di grado severo (47,5%) o moderato (42%) e sette persone su dieci hanno affermato che il tipo di dolore è tale da compromettere la qualità di vita, influenzando soprattutto lo svolgimento delle attività quotidiane (65%), il riposo notturno (45%) e anche le mansioni lavorative (36,4%). Per quanto riguarda il trattamento del dolore, quasi il 42% ha riferito che il dolore viene misurato dal proprio medico di famiglia ad ogni visita, come dovrebbe essere secondo la legge 38/2010, mentre ad un 16,9% non viene mai misurato e a un 15% ogni due visite per citare i dati principali. Su 1023 intervistati che avevano dichiarato di avere un dolore cronico, il 33% ha dichiarato di non seguire nessuna terapia, mentre il 67%  è in cura, nella maggior parte dei casi con fans e paracetamolo. Sono queste due classi di farmaci a coprire rispettivamente il 50,8% e il 29,5% dei trattamenti citati dal campione – facilitati probabilmente anche da un accesso più facile per i cittadini a cui è richiesta una ricetta ripetibile o nessuna prescrizione per l’acquisto dei farmaci rispetto gli altri farmaci considerati per cui serve una ricetta non ripetibile – seguiti da un 8,9% dell’associazione codeina/paracetamolo, il 4,7% di tramadolo/paracetamolo, il 2,8% di solo tramadolo e infine il 14% di oppioidi forti. I fans quindi continuano ad essere la terapia più utilizzata nel trattamento del dolore cronico nonostante il loro utilizzo sia sconsigliato nel lungo periodo da numerose Linee guida e dall’Autorità regolatoria italiana ed europea per gli effetti collaterali che possono manifestarsi a livello gastrico e cardiovascolare. Nel campione di intervistati però solo 4 persone su dieci si è ritenuto sodisfatto della gestione del problema.

    “Dalla ricerca emerge  una situazione italiana ancora preoccupante – spiega Vittorio Schweiger, direttore Strutture semplice Terapia del dolore dell’Azienda ospedaliero universitaria integrata di Verona – è aumentata la percentuale di cittadini con dolore persistente, e nonostante sia stato fatto molto per aumentare la cultura della valutazione del dolore, tale aspetto è ancora sottovalutato con una buona percentuale di pazienti in cui il dolore vien misurato mai o raramente, impedendo cosi un monitoraggio puntuale della malattia.   Inoltre il consumo di Fans in Italia è ancora troppo elevato, nonostante debbano essere utilizzato solo per breve tempo. Oggi le evidenze scientifiche consigliano di trattare il dolore con bassi dosaggi di oppioidi forti, più efficaci e con minor effetti collaterali. Sicuramente bisogna partire dalla sensibilizzazione degli operatori sanitari.

    “Benché negli ultimi anni sia cresciuta l’attenzione delle istituzioni e della comunità medica verso il problema – commenta Marco Filippini, General manager di Mundipharma Italia ­– l’indagine dimostra che la gestione del problema in Italia è ancora ben lontana da potersi definire ottimale. L’impiego dei farmaci oppioidi è ancora troppo limitato e sconta probabilmente il retaggio culturale e timori infondati per cui gli oppiacei possono dare dipendenza, che tuttavia non riguarda le realtà italiana dove il consumo di questi farmaci a scopo analgesico è tra i più bassi in Occidente”.