logo
EMA-ROMA su facebook
    • 2016-12-20 09:08:59

    Ipertensione: lo studio “Escape” sdogana il “vecchio” canrenone

    Medicina scienza e ricerca

     

    Ipertensione: lo studio “Escape” sdogana il “vecchio” canrenone

     

    I risultati dello studio - condotto da ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista britannica Cardiovascular Therapeutics - sono stati presentati nel corso di un incontro organizzato in occasione del 77° Congresso della Sic, in corso a Roma

    di Redazione Aboutpharma Online 17 dicembre 2016

    Ipertensione

    E’ come dire “due piccioni con una fava”.

    Fatto uno: uno studio italiano ha trovato la quadra del mix di terapie che serve a bloccare l’“escape” dell’aldosterone, ovvero quel meccanismo difensivo dell’organismo per cui dopo alcuni mesi di terapie antiipertensive di prima linea l’organismo torna a produrre l’ormone – l’aldosterone, appunto –  che oltre ad essere coinvolto nell’ipertensione ha il brutto vizio di ispessire e danneggiare vasi cuore e reni.

    Fatto due: in base ai risultati ottenuti della miscela antiipertensiva perfetta entra a far parte a pieno titolo un farmaco – il canrenone – di vecchia data, a basso costo (circa 80 euro per un anno di terapia= pochi centesimi al giorno), metabolicamente neutro, ingiustamente escluso dai trattamenti perché mal utilizzato in precedenza. Insomma un asso rimasto ingiustamente nascosto nella manica dei cardiologi, che oggi ne riscoprono la validità, rivedendo anche le tradizioni terapeutiche dell’ultimo decennio.

    A “sdoganare” il canrenone sono i risultati dello studio Escape – condotto da ricercatori italiani su 175 pazienti ipertesi e pubblicato sulla rivista britannica Cardiovascular Therapeutics – presentato oggi alla stampa nel corso di un incontro organizzato in occasione del 77° Congresso della Società Italiana di Cardiologia (Sic), in corso a Roma.

    Il killer silenzioso

    Dell’ipertensione si parla tanto che alla fine siamo tutti convinti di saperne abbastanza, ma non è così. Non a caso gli esperti parlano di “killer silenzioso”: l’iperteso, in genere –  finché non ha sintomi, ovvero finché non è vittima di un brutto evento – “si sente” benissimo. Il problema è che quando l’evento c’è il danno è fatto. E  in genere è sufficientemente grave da richiedere un ricovero ospedaliero e lasciare strascichi. Mai come in questo caso la parola chiave  è “prevenzione”. Eppure se ne fa poca o non abbastanza. Anche se basterebbe misurare un po’ di più la pressione per individuare il campanello d’allarme che fa scattare controlli e terapie.

    Ciò acquisito, secondo gli esperti gli italiani colpiti da ipertensione arteriosa sono 17 milioni. E non c’è questione di quote “rosa”: il disturbo coinvolge il 33% degli uomini, il 31% delle donne, in entrambi i sessi è causa scatenante di un numero elevatissimo di complicanze cardiovascolari come ictus, infarto, insufficienza renale cronica e determina ogni anno a livello mondiale 7.5 milioni di decessi.

    Prevenzione insufficiente, dicevamo. Ma insufficienti pare siano anche le cure attualmente praticate: quasi l’80% dei pazienti in trattamento con i farmaci di prima linea – Ace-Inibitori o Sartani – non raggiungono il corretto livello di pressione arteriosa. Il danno e la beffa, insomma: assumono farmaci ma non raggiungono l’obiettivo; la loro ipertensione è “sottotrattata”. E’ questo che ha indotto gli esperti a rivedere i percorsi terapeutici inaugurati una quindicina d’anni fa con lo sviluppo degli antiipertensivi individuando un nuovo approccio terapeutico che consente di ridurre ulteriormente e in modo significativo sia la pressione sistolica che la pressione diastolica esercitando in contemporanea un’azione di protezione per salvaguardare gli organi bersaglio del “killer silenzioso”: cuore, vasi e reni.

    Lo studio Escape

    Condotto interamente nel nostro Paese da ricercatori italiani col supporto della società farmaceutica belga Therabel, lo studio Escape (Efficacy and Safety of Canrenone as Add-on in Patients With Essential Hypertension) ha valutato utilizzo ed efficacia del canrenone, in aggiunta agli Ace-Inibitori o Sartani più diuretico, nel trattamento dell’ipertensione arteriosa, arruolando 175 pazienti ipertesi (età media 57 anni) divisi in due gruppi: uno trattato con canrenone 50 mg e l’altro con canrenone 100 mg. In entrambi i casi la posologia era di una volta al giorno, per tre mesi.

    All’inizio e dopo tre mesi di trattamento sono stati valutati, tra gli altri, pressione arteriosa (sistolica e diastolica), frequenza cardiaca, profilo glicemico, profilo lipidico e l’aldosterone, ovvero il principale responsabile della genesi e dell’ingravescenza dell’ipertensione. Dalla ricerca è emerso – in entrambi i gruppi, per entrambi i dosaggi – che il farmaco riduce in modo significativo la pressione sistolica e   diastolica, esercitando un’azione di protezione dai danni che possono essere generati dall’aldosterone (aumento dei valori pressori, irrigidimento dei vasi, ispessimento del cuore e problemi a livello renale).

    “Abbiamo confrontato i risultati del canrenone a 50 mg e a 100 mg e verificato anche la sicurezza dal punto di vista metabolico – spiega Giovanni Vincenzo Gaudio, dirigente medico dell’AO di  Gallarate (Varese), coordinatore nazionale dello studio Escape. –  Non solo è ben tollerato, ma rispetto ad altre terapie, con l’uso del canrerone si contrasta la possibilità di una ‘fuga’ dell’aldosterone, bloccando a valle il sistema renina-angiotensina-aldosterone (ras)”.

    Come già accennato, il blocco del sistema renina-angiotensina-aldosterone con le terapie di prima linea (antiipertensivo e associato al diuretico) determina, inizialmente, una riduzione dei livelli di aldosterone che, dopo alcuni mesi tendono, però, a risalire nuovamente fino a superare in molti casi i valori pre-trattamento. Questo fenomeno è dovuto al fatto che l’organismo attiva meccanismi alternativi che inducono, comunque, alla produzione dell’ormone. In questi pazienti l’uso di un antagonista recettoriale dell’aldosterone potrebbe aiutare ad ovviare a questo problema.

    “Controllare i valori pressori vuol dire evitare danni a diversi distretti del corpo umano – spiega Giuseppe Derosa, Responsabile Dipartimento Diabete e Malattie Metaboliche del Policlinico San Matteo di Pavia.  – In particolare, l’aumento della pressione arteriosa produce danni a livello delle arterie dei vari organi (cuore, cervello, rene, retina) a causa del sommarsi di ripetuti microtraumi alla parete vascolare protratti per mesi o anni”. “Anche il cuore viene danneggiato da elevati valori pressori – prosegue Derosa – come tutti i muscoli, quando viene sottoposto ad un lavoro maggiore, diventa ipertrofico. A livello renale, invece, l’ipertensione può produrre una progressiva riduzione di volume e della funzionalità renale con perdita di proteine nelle urine fino ad arrivare all’insufficienza renale. A livello oculare, infine, l’ipertensione può determinare negli anni, la cecità”.

    L’obiettivo ora è quello di far arrivare il messaggio ai medici di Medicina generale – vero front office dell’ipertensione e spesso troppo “attendisti” nella modifica del percorso terapeutico –  spiegando loro che l’associazione è una tappa obbligata per il trattamento corretto della patologia e che almeno il 50% dei pazienti che finiscono  in ospedale per un evento cardiovascolare grave avrebbe potuto evitarselo se fosse stato ben compensato.