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    • 2017-10-07 10:31:06

    Tagli e punture accidentali in ospedale: due infermieri su tre a rischio

    Tagli e punture accidentali in ospedale: due infermieri su tre a rischio

    Ogni anno in Italia 100 mila incidenti. Pochi ospedali hanno sostituito i dispositivi tradizionali con quelli più sicuri. A Roma il sesto summit dell’European Biosafety Network, con i risultati di una ricerca realizzata da Gfk


    Ogni giorno in Italia due infermieri su tre rischiano di tagliarsi o pungersi con i loro “ferri” del mestiere. Un rischio che ogni anno si traduce in circa 100 mila incidenti sul lavoro. Spesso questi infortuni sono causati da aghi e altri strumenti contaminati da virus (Hiv, epatite B e C). Complice la scarsa consapevolezza tra gli operatori e una disponibilità ancora limitata di dispositivi più sicuri. È quanto emerge dal sesto summit dell’European Biosafety Network, che si è tenuto il 5 ottobre al ministero della Salute con il supporto incondizionato di Becton Dickinson.

    Infermieri a rischio

    Gli infermieri sono la categoria più esposta ai rischi in ambito ospedaliero. Secondo i dati dell’Osservatorio italiano 2017 sulla sicurezza di taglienti e pungenti per gli operatori sanitari, ricerca realizzata da Gfk Italia, c’è innanzitutto un deficit di consapevolezza. Due infermieri su tre (su un campione di 150 operatori in servizio in ospedali con almeno 100 posti letto) dicono di mettere in pratica almeno un comportamento che li sottopone a rischio di incidenti per puntura o taglio.  Un terzo degli infermieri, poi,  “reincappuccia” gli aghi usati, operazione proibita dal 1990.  E anche lo smaltimento dei dispositivi contaminati è fonte di insidie. Nel 40% dei casi avviene in “contenitori impropri”, determinando anche per il personale non sanitario, ad esempio gli addetti alle pulizie, ulteriori rischi.

    Lo scenario

    Tagli e punture accidentali rappresentano in Italia circa il 75% (su un totale di 130mila) dei cosiddetti “incidenti occupazionali a rischio biologico”. Il restante 25% è riconducibile a contaminazioni mucose e cutanee con sangue e altri liquidi biologici (dati Studio Siroh). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, in assenza di interventi preventivi, nel mondo ogni anno si verificano oltre tre milioni di incidenti causati da strumenti pungenti o taglienti contaminati con Hiv o virus dell’epatite B e C. Incidenti che causano almeno 83 mila infezioni ogni anno.

    Prevenzione e formazione

    Piani di prevenzione, formazione per gli operatori e disponibilità di dispositivi sempre più sicuri sono le tre strategie fondamentali per contrastare il fenomeno. A sostenerlo è Gabriella De Carli, infettivologa dello Studio italiano rischio occupazionale da Hiv (Siroh) presso l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”. “Si potrebbero evitare fino a 53mila incidenti a rischio biologico, 550 mila ore lavorative perse e 16 mila giornate di malattia. Per dare un ordine di grandezza, ogni anno in Italia – spiega De Carli – vengono spesi almeno 36 milioni per far fronte alle conseguenze delle ferite accidentali da aghi cavi. Si tratta di una cifra che potenzialmente potrebbe aumentare considerando che la metà degli incidenti non viene denunciata dagli operatori, il più delle volte per sottovalutazione del rischio o per modalità di notifica troppo complesse”.

    Quanto costa un incidente

    Un lavoro di ricerca a cui ha partecipato anche l’infettivologa De Carli. Che ha stimato il “costo di routine” correlato a una singola puntura d’ago accidentale. La cifra supera 850 euro, includendo costi di reporting, test sierologici per identificare la presenza di virus e la profilassi post esposizione, per i casi considerati a rischio. Senza contare l’impatto sulla vita personale e di relazione che il rischio di aver contratto un’infezione da virus determina nell’operatore, che può aver bisogno anche di un supporto psicologico.

    Più innovazione, più sicurezza

    Determinante per la prevenzione dei rischi è l’adozione da parte delle strutture sanitarie di dispositivi con meccanismi di sicurezza. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, relativi agli acquisti nel settore pubblico, la percentuale di conversione da “dispositivi convenzionali” a “dispositivi di sicurezza” è ancora bassa: supera il 50% solo per i dispositivi per accesso venoso periferico (aghi cannula), i più pericolosi poiché raccolgono e trattengono sangue, ma è più bassa per gli altri dispositivi comuni (device per prelievo, aghi, siringhe con ago etc).

    La necessità di un cambiamento culturale

    “Molto deve essere ancora fatto. Anche i più recenti dati disponibili – sottolinea De Carli – evidenziano infatti ancora una disomogeneità di utilizzo a livello italiano. C’è sicuramente una maggiore attenzione al problema, ma molto resta da fare. Abbiamo evidenziato come, implementando tutti gli interventi preventivi previsti che includono l’adozione di aghi e dispositivi di sicurezza, si possa ridurre drasticamente il fenomeno infortunistico come è già stato dimostrato negli ospedali del gruppo SIROH, e in alcuni paesi europei ed extra europei. Serve ora – conclude l’esperta – un’azione coordinata”. Se non un “cambiamento culturale”, a partire dai “direttori generali delle aziende sanitarie, che vanno coinvolti nel processo decisionale relativo all’allocazione delle risorse per la sicurezza” fino al singolo operatore che “non deve mai sottostimare i rischi.”