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    • 2018-02-20 16:25:26

    Videocapsula endoscopica, il futuro è nel regime ambulatoriale

    Videocapsula endoscopica, il futuro è nel regime ambulatoriale

    In base a una stima che parte da dati elaborati da tre società di gastroenterologia in Lombardia, semplificando l'erogazione dell'esame con la tecnologia per osservare dall'interno l'intestino si risparmierebbero 1,4 milioni di euro all'anno. La metodica è stata inserita nei Lea ma è rimborsata solo in alcune Regioni


    Il futuro dell’erogazione dell’esame con videocapsula endoscopica è il regime ambulatoriale. L’indicazione si può trarre da una stima elaborata da Cristiano Spada, direttore dell’unità di Endoscopia digestiva, della Fondazione Poliambulanza di Brescia, riguardo l’utilizzo della tecnologia che consente di visualizzare dall’interno l’apparato digerente e in particolare il piccolo intestino. “Facendo una proiezione prudenziale, che parte dai dati prodotti nel 2010 da tre società di gastroenterologia (Aigo, Sied e Sige) in Lombarda e che tiene conto del probabile rimborso previsto verosimilmente dai Lea – 850 euro – i potenziali risparmi nel caso in cui tale esame venga erogato in regime ambulatoriale e non in regime di ricovero ospedaliero sarebbero di circa 1,4 milioni di euro all’anno”.

    Cos’è la videocapsula endoscopica e dove viene rimborsata

    La tecnologia è una capsula monouso ingeribile dotata di una o due telecamere che acquisiscono immagini dell’intestino mentre lo percorrono. Nel 2017 è stata inserita nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). Tuttavia, l’esame con videocapsula non è rimborsato su tutto il territorio nazionale. Le Regioni che lo rimborsano sono il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Basilicata, le Marche, il Piemonte, il Trentino Alto-Adige, la Val d’Aosta e l’Umbria.

    L’inserimento nei Lea della videocapsula endoscopica e il difficile reperimento

    “I Lea vengono recepiti in termini molto variabili, anche se tutte le Regioni dovrebbero recepirli, secondo decreto del ministero della Salute entro il 28 febbraio 2018”, continua Spada. “Ci sono resistenze importanti: si teme che, laddove venga rimborsata, se ne faccia un uso sconsiderato. Un timore non fondato, considerando che nelle Regioni dove è disponibile questo problema non si è registrato. Anzi, si è notato che non c’è stato un utilizzo inappropriato e tendenzialmente ci si attiene alle indicazioni, tra cui in particolare il sanguinamento oscuro e la malattia di Crohn. Ci sono poi strutture che, non avendo il rimborso, decidono di utilizzare la capsula endoscopica in regime di ricovero. In questo modo, ammortizzano le spese con i Drg. Così, un esame che potrebbe costare 1.000 euro finisce per costarne oltre 2.500”.

    I modelli a disposizione

    L’inclusione nei Lea è recente, ma la videocapsula è stata lanciata nel 2001: gli italiani sono stati tra i primi al mondo a utilizzarla. Nonostante ciò, viene impiegata in circa 7.500 casi all’anno. In Francia, per esempio, se ne contano 25 mila all’anno. Dal lancio a oggi, la capsula endoscopica ingeribile è disponibile in quattro modelli, ognuno dei quali per un segmento dell’apparato digerente (piccolo intestino, colon, esofago) o per una specifica patologia (malattia di Crohn).

    Le indicazioni della videocapsula endoscopica

    “La videocapsula consente di vedere un tratto dell’apparato digerente prima sconosciuto. Ci ha consentito di entrare nel piccolo intestino, lungo circa 6 metri, che un tempo poteva essere indagato solo tramite la radiologia o l’intervento chirurgico”, dice Renato Cannizzaro, direttore della Gastroenterologia oncologica sperimentale presso il Centro di riferimento oncologico di Aviano. Le indicazioni per il suo utilizzo sono: sanguinamento dell’apparato digerente oscuro non a carico dell’esofago, dello stomaco e del colon e in tutti i casi non rilevabili con colon e gastroscopia. Negli ultimi anni, poi, le indicazioni si sono allargate. Si è notato che può essere utile quando c’è una celiachia che non risponde al trattamento, nei casi di malattia di Crohn difficili da diagnosticare, in caso di malattie genetiche che possono portare al tumore dell’intestino o se si sospetta la presenza di polipi.

    L’indagine conoscitiva: 50% degli esami svolti in regime di ricovero o day hospital

    Nei prossimi mesi saranno pubblicate le linee guida tecniche europee su come effettuare nel modo più efficace l’enteroscopia con videocapsula. Nell’attesa, un gruppo di esperti coordinato da Cannizzaro ha promosso un’indagine conoscitiva – un questionario con più di 40 domande a risposta multipla – che ha visto la partecipazione di 120 centri sul territorio nazionale. I centri che hanno aderito sono per l’80% strutture pubbliche e/o Ircss ed eseguono in media circa 40 esami con capsula endoscopica all’anno; solo 13 centri ne fanno oltre cento. Oltre il 70% delle strutture ha più di cinque anni di esperienza nell’uso di questa tecnologia. E il 50% degli esami sono svolti in regime di ricovero o di day-hospital.

    “Dopo sedici anni di utilizzo nella pratica clinica di questa tecnologia ci sono importanti evidenze sul rapporto costo-efficacia”. Lo afferma Marco Pennazio, divisione di Gastroenterologia universitaria, Azienda ospedaliero-universitaria, Città della Salute e della Scienza di Torino. Pennazio, tra l’altro, ha coordinato la stesura delle linee guida della Società europea di endoscopia digestiva sulle indicazioni cliniche all’impiego della capsula. “I medici sanno quando usarla e quando non usarla, perché rappresenta un costo. La metodica è conosciuta. Per chi fa endoscopia è stata l’apertura di un mondo nuovo. L’intestino era una sorta di scatola nera. E si è visto che tale tecnologia garantisce un risparmio di risorse nelle cure successive del paziente perché la diagnosi è più accurata. Se un esame con videocapsula viene erogato subito a un paziente che ne ha bisogno, non deve fare percorsi diagnostici inefficaci. Siamo, quindi, alla ricerca di un consenso da parte dei responsabili politico-amministrativi”.

    La videocapsula endoscopica per la malattia di Crohn

    Tra le società che producono la videocapsula, c’è Medtronic. L’azienda ne ha lanciata una specifica per la malattia di Crohn. Che è una patologia che in Italia colpisce circa 100-120 mila persone con una localizzazione in almeno un paziente su due nel piccolo intestino. “Si tratta di una metodica di grande importanza per il Crohn. Soprattutto quando ci sono sintomi suggestivi per la presenza della malattia, ma la colonscopia e la gastroscopia risultano negative”, dice Maurizio Vecchi, professore di Gastroenterologia e direttore dell’UO di Gastroenterologia ed endoscopia della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano.