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    • 2018-07-10 10:04:19

    Carenza vitamina D, esperti internazionali definiscono una nuova soglia

     

     

    Carenza vitamina D, esperti internazionali definiscono una nuova soglia

    Un lavoro pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology definisce i valori per valutare l’ipovitaminosi D. Una posizione discussa a Milano in occasione del VII congresso Cuem (Clinical update in Endocrinology and Metabolism)


    Una nuova soglia per stabilire il deficit di vitamina D. È l’obiettivo di un paper (Vitamin D: assays and the definition of hypovitaminosis D: results from the 1st international conference on controversies in Vitamin D) pubblicato sulla rivista British Journal of Clinical Pharmacology e discusso nei giorni scorsi a Milano in occasione del VII Cuem (Clinical update in Endocrinology and Metabolism). Il lavoro è frutto di un summit che lo scorso anno ha riunito a Pisa 25 esperti da tutto il mondo per una consensus internazionale sul cosiddetto “ormone del sole”.

    Il ruolo della vitamina D

    La vitamina D ha un ruolo importante nella salute dell’osso: “Quando si riscontra uno stato di ipovitaminosi D – spiega Andrea Giustina, ordinario di Endocrinologia al San Raffaele di Milano e presidente di Gioseg (Glucocorticoid induced osteoporosis skeletal endocrinology group) – si interviene somministrando il colecalciferolo o altri precursori della vitamina D. Trattandosi di un ormone, e non di una vitamina come erroneamente si crede, è fondamentale quindi accertarne il deficit, definire la  gravità della carenza nel singolo individuo: questo ci permette di intervenire in forma personalizzata”.

    I nuovi valori

    Oggi per valutare lo stato vitaminico D si fa riferimento al dosaggio sierico del metabolita circolante, la 25 idrossi-vitamina D [25 (OH) D]. Nonostante le differenti definizioni di ipovitaminosi proposte da diverse società scientifiche ed istituzioni nazionali ed internazionali, la sua concentrazione nel sangue è considerata il miglior biomarker.

    Il nuovo paper afferma che valori di [25 (OH) D] inferiori a 12 ng/ml riflettono una condizione sfavorevole per la salute ossea, un ridotto assorbimento del calcio, una scarsa mineralizzazione ossea e vengono associati ad un aumentato rischio di rachitismo e/o di osteomalacia. E soltanto quelli superiori a 20 ng/mL sono considerati sicuri e sufficienti per la salute dell’osso.

    Passi avanti e sfide aperte

    “Questo consenso è a suo modo storico – sottolinea Giustina – in quanto per la prima volta sono state individuate soglie ideali e condivise dai più grandi esperti espressi dalla comunità scientifica per definire una condizione carenziale o di insufficienza di Vitamina D. Questo non vuol dire – precisa l’esperto – che tutti i problemi in questo ambito siano risolti: infatti, se da un lato non abbiamo ancora raggiunto una standardizzazione a livello mondiale delle tecniche di misurazione, dall’altro, dagli studi clinici ci arrivano talvolta risultati contradditori spesso legati proprio alle soglie di intervento”. Due facce della stessa medaglia: “Gli effetti della somministrazione di vitamina D – continua Giustina – variano molto a seconda della condizione più o meno carenziale di partenza. La supplementazione su soggetti carenti mostra, infatti, effetti significativi, mentre su soggetti mediamente non carenti, non ci si possono attendere risultati altrettanto validi. La definizione di ipovitaminosi D a cui sono giunti gli esperti ne rappresenta un importante passo avanti per la gestione clinica sulla base di criteri condivisi a livello internazionale. Le prossime consensus – conclude l’esperto – daranno l’opportunità a questo gruppo di esperti di affrontare i problemi ancora sul tappeto”.