logo
EMA-ROMA su facebook
    • 2018-07-24 11:21:16

    È colpa di un gene se i farmaci per la schizofrenia non funzionano

    È colpa di un gene se i farmaci per la schizofrenia non funzionano

    La scoperta introduce l’uso della genetica nello sviluppo di terapie personalizzate in psichiatria. A scoprirlo un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall'Iit-Istituto italiano di tecnologia


    Si chiama Dysbindin il gene coinvolto nella risposta agli antipsicotici. Non tutti infatti rispondono allo stesso modo e se i farmaci per la schizofrenia non funzionano, la colpa sembrerebbe essere di una variante genetica associata al gene. A identificarlo un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Iit-Istituto italiano di tecnologia. La scoperta è stata realizzata grazie allo studio di un campione di pazienti adulti con schizofrenia e di adolescenti ai primi esordi, e dell’analisi di tessuti cerebrali post-mortem.  Potrebbe permettere di definire trattamenti farmacologici personalizzati in campo psichiatrico, con particolare attenzione ai disturbi cognitivi. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è stato coordinato da Francesco Papaleo, responsabile del laboratorio di Genetics of Cognition dell’Iit a Genova, con il sostegno della Compagnia di San Paolo.

    La ricerca di un test predittivo

    I farmaci oggi disponibili per le persone affette da schizofrenia e altre patologie psichiatriche riescono a migliorare solo parzialmente le alterazioni cognitive e solo per un certo gruppo di persone. Inoltre, non esistono test biologici che permettono di predire quale sia il trattamento migliore per i diversi individui. I ricercatori hanno lavorato per individuare variazioni genetiche che fossero correlabili sia alla risposta ai farmaci antipsicotici, sia a un comportamento cognitivo deficitario, a sua volta legato alla regolazione della dopamina nel cervello (target di molti farmaci antipsicotici e neurotrasmettitore chiave coinvolto in tali patologie).

    Il ruolo di Dysbindin

    Il gruppo di ricerca ha analizzato la popolazione di pazienti con schizofrenia. Ha così individuato un sottogruppo di pazienti che presentava una variazione genica in un gene chiamato Dysbindin. Il quale è implicato nella regolazione del meccanismo alla base del sistema dopaminergico del cervello. Una variante altera la funzionalità dei recettori per la dopamina nella corteccia cerebrale, scatenando di conseguenza disturbi cognitivi. I ricercatori hanno poi studiato i meccanismi cerebrali alla base dell’interazione tra gli antipsicotici e queste variazioni genetiche in soggetti sani, pazienti con schizofrenia e modelli murini. E hanno scoperto che i farmaci hanno un’azione efficace nel potenziare i recettori dopaminergici nella corteccia prefrontale. Ovvero nel ripristinare le performance cognitive superiori, solo nei portatori della variante genica di Dysbindin.

    Lo studio americano Catie

    Il team ha confermato e replicato la scoperta grazie all’accesso alla banca dati del trial clinico americano Catie. Grazie ad esso è stato possibile osservare un grosso campione di soggetti con schizofrenia. Pazienti provenienti da diversi centri clinici, esposti al trattamento con un unico farmaco antipsicotico e seguiti cognitivamente e clinicamente per 18 mesi.  Il lavoro segna un punto di svolta perché introduce l’uso della genetica nello sviluppo di terapie personalizzate in psichiatria. Così come avviene già in altre specialità come  l’oncologia.