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    • 2020-02-20 12:07:48

    Il traffico illegale di cuccioli si combatte anche sul web

     

     

    Il traffico illegale di cuccioli si combatte anche sul web

    Un business da 300 milioni di euro all’anno immette in Italia esemplari in condizioni sanitarie critiche a un prezzo inferiore anche di venti volte rispetto a quello di esemplari allevati regolarmente nel nostro Paese. Le norme ci sono, ma non bastano. Il Parlamento Ue lavora a una risoluzione. Dal numero 4 di AboutPharma Animal Health

    scommettere sulla pet economy

    È una guerra che richiederà ancora molto tempo per essere vinta. La lotta contro il traffico illegale di animali da compagnia si conduce da tempo con leggi, provvedimenti e sequestri. Ma quello che deve cambiare è la mentalità di chi acquista cuccioli di provenienza sconosciuta. Il traffico in questi ultimi anni continua in maniera sempre più organizzata. Come mai questo fenomeno? Molti non sono disposti a pagare le cifre richieste dal mercato regolare per un cucciolo di razza, e cercano un animale per altre vie. Trasportati con passaporti falsi, stipati in scatole e borsoni nei bagagliai di auto, furgoni o in treno, i cuccioli commerciati illegalmente affrontano viaggi lunghi in condizioni insostenibili. Provengono spesso da allevamenti irregolari che non rispettano le norme di prevenzione e profilassi veterinaria. Sono soprattutto cani, ma è in crescita anche il commercio di gatti, sempre di razza.

    Aumento del traffico

    Conferma Stefano Corbetta, medico veterinario, consigliere dell’Ordine dei medici veterinari della provincia di Milano: “Nel corso dell’ultimo decennio il traffico illegale di cuccioli introdotti in Italia è aumentato, purtroppo, in modo esponenziale. Cuccioli mal svezzati e mal socializzati, non vaccinati, stipati in camion o macchina, accompagnati da documentazione falsa e trasportati per lunghi tragitti entrano così nel nostro Paese”. Secondo i dati del ministero della Salute, questo commercio illegale muove un giro di denaro stimato in 300 milioni di euro l’anno e immette sul mercato animali in condizioni sanitarie critiche a un prezzo inferiore anche di 20 volte rispetto a quello di esemplari allevati regolarmente in Italia nel rispetto delle norme sanitarie e di benessere animale. Questa pratica rappresenta anche un grave danno economico per gli allevatori che operano secondo le regole.

    L’offerta su internet

    Internet favorisce e aumenta a dismisura questo tipo di offerta. Prosegue Corbetta: “Tra le principali porte d’ingresso, vi è sicuramente il commercio illegale sulle piattaforme online. In un mondo ormai dove Internet è ovunque e in ogni cosa (il cosiddetto Internet of Things), qualsiasi persona può comprare qualunque cosa tramite un semplice click di mouse. Compresi gli animali. Cuccioli di cani o gatti arrivati nel nostro Paese tramite un traffico illegale o addirittura specie a rischio estinzione il cui commercio è vietato dalla Cites, ovvero la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione”.

    Un bollino di garanzia

    Per contrastare il fenomeno non mancano iniziative specifiche anche in Italia. ItPaag è la declinazione italiana di Paag (Pet advertising advisory group), la campagna europea voluta da Eu Dog & Cat Alliance. ItPaag promuove gli atteggiamenti virtuosi delle piattaforme e i siti web che vendono animali da compagnia, oltre a sostenere le adozioni di animali in canili e gattili. L’iniziativa è promossa – tra gli altri – da Fnovi (Federazione nazionale ordini veterinari italiani) e patrocinata dal Ministero della Giustizia. Chi si impegna ad acquistare o vendere animali da compagnia a norma di legge seguendo le linee guida ItPaag riceve il marchio PetAgree, una sorta di bollino di garanzia che garantisce la trasparenza della compravendita.

    Cautele e rischi

    Secondo le autorità del settore la gran parte dei cuccioli importati illegalmente arriva dai Paesi dell’Est Europa: Ungheria, Slovacchia, Polonia, Romania e Repubblica Ceca. L’esportazione fuorilegge arriva in Francia Spagna Belgio e Italia. Le nostre Regioni di confine, come il Friuli Venezia Giulia sono snodi importanti di questo commercio, anche verso gli altri Stati. Vengono messi in commercio cuccioli che hanno meno di 3 mesi e mezzo, l’età minima richiesta dalle leggi ribadisce Raimondo Colangeli, vicepresidente Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani): “Il cucciolo deve avere il microchip di identificazione, e prima dei 3 mesi non può staccarsi dalla mamma. Deve essere in regola con le vaccinazioni. Ma nel mercato illegale ai cuccioli vengono messi anche microchip falsi. Spesso i piccoli sviluppano problemi di comportamento. Se non fanno vaccinazioni contraggono diverse malattie e talvolta non sopravvivono”. Come si riconosce un cucciolo di origine “dubbia”? Risponde il dottor Corbetta: “Non sempre gli acquirenti sono consapevoli dell’acquisto irregolare. È il medico veterinario la figura indicata a controllare l’età dell’animale e la veridicità della documentazione allegata accorgendosi di eventuali discrepanze tra i documenti e lo stesso animale”. Cosa si può fare allora? Prosegue Corbetta: “Per combattere e contrastare il commercio illegale o fraudolento va potenziata l’attività di comunicazione ed educazione. Il possesso di un animale da compagnia deve essere consapevole, e non può certo iniziare con un acquisto che non garantisca le condizioni a tutela del benessere psicofisico del cucciolo. È sempre bene chiedere indicazioni a un medico veterinario prima dell’acquisto dell’animale, evitando la scelta d’impulso, spesso su base emotiva”. Un suggerimento è anche guardare vicino a casa propria: ci sono tanti cuccioli ospitati nei rifugi che aspettano soltanto di trovare una famiglia.

    Le norme

    Normative ci sono, ma difficile applicarle sempre. Una delle ultime azioni è l’adozione, da parte della Commissione Envi (che all’Europarlamento si occupa di ambiente, sanità pubblica e sicurezza alimentale) della proposta di risoluzione per il Parlamento Ue sulla protezione del mercato interno e dei diritti dei consumatori contro i danni che derivano da questi traffici. In Italia per contrastare il fenomeno dieci anni fa è stata ratificata la Convenzione sulla protezione di cani e gatti del Consiglio d’Europa di Strasburgo. Con la legge 201/2010 è stato introdotto il reato di traffico illecito di animali da compagnia. Nel 2011 usciva un pratico vademecum per orientarsi nella complessità delle norme nazionali e comunitarie che regolano gli scambi commerciali di cani e gatti nell’Unione Europea. Riedito con aggiornamenti nel 2017, questo Manuale “Procedure per l’esecuzione dei controlli nella movimentazione comunitaria di cani e gatti”, è frutto della collaborazione tra la Direzione generale della sanità animale del ministero della Salute, la Fnovi e la Lega antivivisezione (Lav). La pubblicazione è rivolta alle autorità competenti, ai veterinari, agli organi di polizia e a tutti coloro che sono coinvolti in questo mondo. Il traffico illegale, secondo una recente analisi di Coldiretti, alimenta un giro d’affari intorno ai 300 milioni di euro l’anno. Sempre secondo Coldiretti, sono oltre 400mila i cani e i gatti rivenduti dai trafficanti a prezzi che vanno dai 60 fino ai 1.200 euro a esemplare. Gli animali che arrivano con la tratta clandestina sono cuccioli di poche settimane, quasi sempre non svezzati e ovviamente senza il microchip di identificazione. I cuccioli, quasi sempre imbottiti di farmaci per farli apparire in buona salute, vengono introdotti sul territorio nazionale accompagnati da una documentazione contraffatta che ne attesta la falsa origine italiana e i vaccini in realtà mai eseguiti. Coldiretti cita un Rapporto Agromafie dove si rivela che talvolta il commercio illegale si realizza anche con la complicità di alcuni allevatori e negozianti italiani che “riciclano” nel mercato legale animali di provenienza illecita. A essere vittime di questi traffici, ricorda Coldiretti, sono gli allevatori onesti. Inoltre i cuccioli acquistati illegalmente e privi di vaccinazioni spesso hanno bisogno di cure mediche e talvolta non riescono a sopravvivere.

    Domanda e offerta

    Secondo stime recenti nell’Unione europea vivono circa 60,9 milioni di cani e 66,5 milioni di gatti. Ed è in costante crescita l’importanza economica del settore degli animali da compagnia. Allevamento, custodia e commercio di cani e gatti in Europa sono diventate importanti attività. Si calcola che solo nella vendita siano impiegate circa 300mila persone. I dati dello studio “Benessere di cani e gatti coinvolti in attività commerciali” della Commissione Europea, condotto pochi anni fa in dodici Paesi Ue (Italia compresa), stimava che ogni mese circa 46.000 cani siano movimentati tra gli Stati membri per scopi commerciali. Le nazioni verso cui sono maggiormente diretti i cani sono: Germania (57%), Regno Unito (9%), Belgio (5%), Italia (5%), Francia (5%). I gatti sono maggiormente diretti in Germania (55%), Regno Unito (9%), Spagna (7%), Italia (6%) e Belgio (5%). I Paesi da cui principalmente provengono i cani sono: Spagna (36%), Ungheria (22%), Slovacchia (10%), Romania (10%) e Italia (4%). Per quanto riguarda i gatti è ancora in testa la Spagna con il (48%), seguita dall’Ungheria (14%), Slovacchia (9%) e Romania (6%).

    Non solo cani e gatti

    Con Internet oggi è più semplice soddisfare le richieste più stravaganti, anche l’acquisto di specie in via di estinzione e rare. Lo ha denunciato l’International fund for animal welfare (Ifaw), in seguito a un’indagine condotta dall’organizzazione sulle inserzioni pubblicitarie di numerosi negozi online in Francia, Germania, Regno Unito e Russia. Tutte le specie il cui commercio è vietato e che, denuncia l’Ifaw, alimentano un giro d’affari calcolato in oltre 3,9 milioni di dollari. Al primo posto in queste vendite online ci sono i serpenti (37% degli annunci), ma sono molti ricercati anche uccelli come i pappagalli e anche i rapaci. Mentre il 20% delle inserzioni riguarda l’avorio. Come anticipato, fauna e flora minacciate di estinzione sono protette dal Cites, una Convenzione internazionale tra Stati che regola e monitora il loro commercio. Ogni Stato designa una o più autorità di gestione di permessi e certificati Cites. In Italia il compito spetta principalmente al ministero dell’Ambiente.